Archivi tag: Zubin Mehta

io son di Sir John Falstaff (e di Herr Anton)

Questa settimana, preso tra varie novità, ho soggiornato in maniera reiterata all’Opera di Firenze con una piacevole doppietta: Falstaff martedì 2 e Zukerman/Mehta mercoledì 3. Ho rivisto alcuni amici che mi hanno salutato calorosamente, ho smosso dalla poltrona o dall’aperitivo e portato a teatro parenti e congiunti, e mi son goduto ottima musica. Volendo occuparmi di entrambe le serate mi scuserete per la lunghezza del post.

Inizierei col Falstaff del 2, anche perché ci sono ancora tre date utili per ammirarlo, sebbene io desideri invogliarvi ad afferrare, se possibile, i (verosimilmente ultimi) posti per domenica 7, data di congedo di Ambrogio Maestri nel ruolo principale.
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Teatro Comunale: a valediction forbidding mourning (?)

bobComunale

Cala la tela sul Comunale. Lo scrivente è assai mogio (3 giugno)

e così, con l’ultima rappresentazione di sabato scorso, il Teatro Comunale di Firenze è storia. DC a parte, all things must pass, c’insegnano, o per lo meno tutto finisce nella misura in cui non puoi/vuoi difenderlo. Ed effettivamente ci sono valide ragioni musicali per migrare da un auditorium acusticamente non più all’altezza delle sue componenti artistiche stabili a una struttura più moderna.
…Altra cosa è buttarlo giù, raderlo al suolo come si rumoreggia… Non è che se uno cambia partner poi deve per forza uccidere o castrare il precedente (devo spiegarlo a certe mie ex)! anche considerando che molti luoghi fiorentini persin meno risalenti e assai meno ameni (stadio, stazione SMN) hanno un vincolo artistico che, oltre a fissarne l’ovvia destinazione, ne vieta persino il maquillage (opera di Pier Luigi Nervi, il Franchi per esempio, dall’alto, forma la D di duce, e guai a chi lo tocca).
Ma qui il rischio è triplice: fare considerazioni arbitrarie; fare “poesia” nel senso che non si tiene conto delle drammatiche ragioni della borsa; infine discettare su un penalty già concesso, cosa inutile come ognun sa. E quindi de hoc satis, con brevità, come breve (e ahimè tardivo) è stato il mio pezzo di congedo su Florence Is You di questo bimestre (pag. 12, grazie dell’ospitalità).

Ho frequentato il Comunale dai primi ’80, per qualche anno in maniera inconsapevole e cadenzata dai miei genitori: ricordo una dormita colossale nel deserto della Manon Lescaut, poi una improvvida febbre altissima che mi ha costretto ad abbandonare in corsa un bel Porgy and Bess, infine l’epocale Traviata Kleiber/Zeffirelli con forse l’apice della mia ignoranza musicale, addentrato com’ero in un’intruppata di sancascianesi che eran lì pe’ la Gasdia, iobòi.
La mia frequentazione cosciente e volontaria iniziò invece nel 1988, il 29 gennaio per la precisione, quando, con un improbabile smoking che testimoniava quintali di ansia pregressa, assistetti alla mahleriana Sinfonia dei Mille diretta da Gustav Kuhn, primo appuntamento di un dittico che pochi giorni dopo previde la Nona di Bruckner con la scelta – “autentica” ma terrificante, come un bignè su un’impepata – di chiuderla col Te Deum.
Molto di quello cui ho assistito dal 2003 in poi lo trovate nell’archivio del blog.
Ho conosciuto, in questi anni, ottimi professionisti. Tra essi: amici sinceri compresa una lontana parvenza di amore; amici secondo il vento che tirava; crotali. Equamente ripartiti come in tutti gli ambienti (leggera prevalenza della seconda categoria, che infatti talora mi attraversa con lo sguardo quasi fossi incorporeo, forse a ragione).
Quanto alla musica, ho avuto la fortuna di assistere anche ad alcune prove chiuse. Memorabile un giorno in cui mi riuscì, un pomeriggio, supercazzolando alcuni addetti e le loro pose da capetto, di sedermi – io solo – sul palco vuoto del coro e assistere per intero all’ultimo movimento della Terza di Mahler, con Mehta faccia a me e l’orchestra in basso. Quasi a guisa di principe dedicatario!… Un’esperienza assoluta e da sindrome di Stendhal, esperienza che non ho potuto o voluto immortalare per non spezzare l’incantesimo.

Ma più di tutto, in coda, vorrei parlare dei due eventi di chiusura.
Ho scelto di non vedere il Tristano per cattivo stato d’animo (mio) e perché comunque mi si sovrapponeva con quello del 1999. Invece ho assistito all’ultimo concerto sinfonico (3 maggio: grazie a Duccio, amico vero, che mi ha ceduto il suo biglietto) e una serata, quella del 3 giugno, del conclusivo L’amour des trois oranges di Prokof’ev. Continua a leggere →

L’opera è viva: lotta insieme a lei!

Aprite! Aprite! Non sono una bestia!! La musica mi commuove, mi commuove ancora…
(Kafka/ Pier’Alli)

Colasanti

Un intenso ritratto della Compositrice  ©silviacolasanti.it

Tra le cose più belle dell’appena trascorso 75° Maggio Musicale Fiorentino annovererei certamente l’opera, commissionata dal Festival dunque in prima assoluta, di Silvia Colasanti, ovvero la Metamorfosi kafkiana adattata in libretto e messa in scena da Pier’Alli. Lo spettacolo è stato rappresentato con successo per tre sere al Teatro Goldoni; fortunatamente, per chi come me non poteva esserci (discorso lunghissimo), se ne può avere un’idea grazie allo streaming, realizzato in collaborazione con inToscana.it, che – novità positiva – ha coperto alcuni eventi, da un concerto diretto da Mehta al Nuovo Teatro (ho apprezzato soprattutto le Variazioni Concertanti di Ginastera) ai lunch-time concerts cameristici nel cortile di Palazzo Strozzi.

Clicca qui per lo streaming de La metamorfosi di Silvia Colasanti.

Un piccolo riquadro simil youtube con audio monofonico (e in questo caso alquanto penalizzato da un rumore di massa non portata a terra) non può certo restituire la pienezza dell’esperienza teatrale, ma testimonia a sufficienza la riuscita dell’opera, in particolare la notevole ricchezza della scrittura orchestrale di Colasanti; scrittura che, ben concertata e diretta da Marco Angius, conduce l’ascoltatore da un quadro all’altro facendo da contraltare al grigio sillogismo d’emarginazione descritto nel racconto.

L’opera italiana, dunque, non solo è viva ma sta pure bene (quanto a sana e robusta costituzione). Ma accusa un (bel) po’ in termini di trattamento e risonanza. Giunge quindi a fagiolo – in un sistema-paese in cui da un lato silentibus pecunia non succurrit, dall’altro si tende a staccare la spina a ciò che non è precotto – l’azione del gruppo CPI (Cantori Professionisti d’Italia) che ha intrapreso un percorso UNESCO per far ottenere all’opera lirica Italiana lo status di patrimonio dell’umanità.

…Ci è sembrato ovvio e imprescindibile che nel catalogo dei beni da tutelare da parte dell’UNESCO debba necessariamente apparire questa forma d’arte: perché invenzione italiana, perché sorgente e catalizzatore di tutte le altre forme d’Opera, perché linguaggio della nostra Nazione prima che questa si formasse, perché principale veicolo di diffusione e insegnamento della nostra cultura e della nostra lingua, perché capillarmente nel mondo è esperienza aggregante e formativa, perché fucina di conoscenze orali e manuali, perché laboratorio costante di tradizione e rinnovamento allo stesso tempo….

v’invito dunque a conoscere più da vicino, tramite il sito e il gruppo FB, l’attività di CPI e a sostenere l’iniziativa, e ringrazio come sempre Giorgia, che (già un po’ di tempo fa) mi aveva segnalato la cosa, e sul cui sito potete trovare il plenum del manifesto e dell’intervento del Prof. Giovanni Puglisi.

Affare Makropulos al MMF: oltre le gambe c’è di più?

Leoš Janáček (1854-1928)

Torno al Comunale, dopo un’assenza di quasi un anno e mezzo, per L’affare Makropulos di Leoš Janáček. Accantonata la scaramanzia (vedi qui e soprattutto qui), l’occasione era ghiotta anzi irrinunciabile per assistere a un’opera che, dal 1960 a oggi, è stata rappresentata in Italia solo dodici volte compresa la presente, di cui tre (inclusa la première italiana del ’66) meritoriamente proprio a Firenze. Andato in scena per la prima volta nel 1926, il “Makropulos” deriva letterariamente dalla commedia di Karel Čapek (famoso anche per avere ideato la parola robot), e gravita intorno alla figura femminile di E.M., étoile della lirica, viaggiatrice suo malgrado, altezzosa, algida. Curioso e contraddittorio personaggio, nei primi due atti del tutto anticipatore della Lulu berghiana (che arriverà quasi un decennio dopo, incompiuta), o se volete, del pari riecheggiante l’antieroina di Wedekind (che invece scrive tra il 1896 e il 1904 i due drammi da cui è tratta la Lulu) nella sua forza magnetica e distruttiva verso il sesso opposto. Continua a leggere →

Senz’ombra (di dubbio)

Sabato sera ho assistito alla seconda e ultima rappresentazione della Donna senz’ombra (Die Frau ohne Schatten) al Maggio Musicale. Come sapete essa era stata inizialmente cassata per l’agitazione promossa dai lavoratori del Teatro, ma venerdì c’è stato un ripensamento deciso "per amore della città di Firenze e degli appassionati di musica". La situazione è e rimane tesa, soprattutto perché è in stallo: prendendo a prestito il libretto, pietrificazione che non accenna a smuoversi è la sordità dei piani alti, inasprita da emblematiche generalizzazioni di certa stampa militante.
Che succederà? Spero di essere smentito, ma temo ben poco a favore dei lavoratori del settore e degli appassionati: c’è da scardinare un dato che è antropologico prima ancora che politico o congiunturale  (della cultura, nel palazzo, ormai frega a pochi se non a punti) e che si propaga viralmente "grazie" all’appiattimento dei media.
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Requiem aeternam deo

Obnubilato non solo dalle vicende sportive e relativi copiosi brindisi ma anche da pesanti incombenze personali e lavorative, vi sono debitore di almeno due resoconti, in ordine cronologico.
Paradossalmente, Wagner è quello meno impegnativo perché ne hanno parlato tanti amici, e bene, con sfumature diverse ma sempre competenza e proprietà. Essi sono andati ad ascoltare il Crepuscolo prima del sottoscritto che si è sorbito l’ultima recita, quella del 9 maggio, e si limiterà pertanto ad alcune considerazioni bonsai nei confronti di quella che è forse la più sinfonica delle opere della Tetralogia. Si è trattato di un autentico successo che a giorni sarà replicato a Valencia, grandi ovazioni e lusinghiere recensioni dal lato “fiorentino” e da quello “furero”.
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Mehtoven

chi trova un amico trova un tesoro, e devo dire che musicalmente parlando ho potuto sperimentare tutto ciò ieri l’altra sera quando, approfittando della benevolenza di un abituale frequentatore di questi lidi, ho acciuffato al volo un biglietto per la seconda serata Beethoven/Buchbinder/Mehta, che inizialmente avevo trascurato in favore di altri eventi di là da venire. Mi sarei così perso una serata di pregio, per merito soprattutto dell’orchestra del MMF la quale, e lo dico senza esaltazioni del momento, ha suonato con una verve e perfezione tecnica che da tempo le mie un po’ altezzose orecchie non le avallavano.
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risorgerai, lo so risorgerai…

una seconda sinfonia di Mahler non storica, a tratti svagata a tratti inappuntabile, di certo non convenzionale. A partire dalla rilevazione cronometrica del primo movimento: venti minuti spaccati (quindi più serrato, talora anche molto, delle versioni discografiche in mio possesso; con l’eccezione – a mente – di Kubelik) condotti sin dall’inizio da ZM con un piglio che di recente avevo osservato solo nel primo atto di Valchiria: un vitalismo che sgombra il campo da qualsiasi retrogusto “funebre” (Manzoni) e si pone come l’antitesi della trasfigurazione che verrà – potente sì, ma anche eterea. Continua a leggere →

Brahms’s in the mood

Nello stretto giro di otto giorni lavorativi, l’integrale di sinfonie e concerti del Nostro. Un po’ faticoso, ma niente affatto male. Un direttore che, come ognun sa, ha per questo compositore una vera predilezione, trasmessagli addirittura dal padre e catalizzata dagli anni viennesi di studio. Solisti di gran rango. Orchestra sui soliti alti livelli. Che volere di più?
Eppure esco da questa full immersion col bicchiere pieno a tre quarti in rapporto all’optimum che è lecito pretendere da assi di briscola come questi.
Il Maggio e Mehta sono giunti a proporre cose davvero eccellenti, come le due sinfonie mediane, la Seconda (in assoluto la prova migliore del ciclo, un ideale riferimento) e la Terza (nonostante un avvio distratto degli ottoni). Per converso, ho ascoltato una Prima assai più svogliata di quella di due anni or sono, ed una Quarta – ieri – in cui il primo movimento sembrava in certi passaggi una pagina di Ciaikoskij (non a caso atout molto forte di ZM), e in cui le variazioni  dell’ultimo movimento erano molto appesantite. Continua a leggere →

grazie zia

ore 8.00 am. – stordito e impossibilitato al sonno da una peraltro ottima pizza al salame piccante che, manco fosse il “gastro-incantesimo del fuoco”, mi ha costretto all’assunzione di una quantità di magnesie tale da quasi trasformarmi in flash polaroid, approfitto delle ore mattutine per scrivere del Siegfried di ieri. Ciò mentre mi ascolto il terzo atto diretto da Marek Janowski (Adam/ Wenkel/ Kollo/ Altmeyer).

Opera complessa il Zweiter Tag, che con la sua lunghezza spaventa (la vescica de) l’ascoltatore, ma non solo lui (lei): nella sua autobiografia uscita lo scorso anno, Zubin Mehta ne parla “coi guanti” ed una punta di “non congenialità”. Continua a leggere →