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L’opera è viva: lotta insieme a lei!

Aprite! Aprite! Non sono una bestia!! La musica mi commuove, mi commuove ancora…
(Kafka/ Pier’Alli)

Colasanti

Un intenso ritratto della Compositrice  ©silviacolasanti.it

Tra le cose più belle dell’appena trascorso 75° Maggio Musicale Fiorentino annovererei certamente l’opera, commissionata dal Festival dunque in prima assoluta, di Silvia Colasanti, ovvero la Metamorfosi kafkiana adattata in libretto e messa in scena da Pier’Alli. Lo spettacolo è stato rappresentato con successo per tre sere al Teatro Goldoni; fortunatamente, per chi come me non poteva esserci (discorso lunghissimo), se ne può avere un’idea grazie allo streaming, realizzato in collaborazione con inToscana.it, che – novità positiva – ha coperto alcuni eventi, da un concerto diretto da Mehta al Nuovo Teatro (ho apprezzato soprattutto le Variazioni Concertanti di Ginastera) ai lunch-time concerts cameristici nel cortile di Palazzo Strozzi.

Clicca qui per lo streaming de La metamorfosi di Silvia Colasanti.

Un piccolo riquadro simil youtube con audio monofonico (e in questo caso alquanto penalizzato da un rumore di massa non portata a terra) non può certo restituire la pienezza dell’esperienza teatrale, ma testimonia a sufficienza la riuscita dell’opera, in particolare la notevole ricchezza della scrittura orchestrale di Colasanti; scrittura che, ben concertata e diretta da Marco Angius, conduce l’ascoltatore da un quadro all’altro facendo da contraltare al grigio sillogismo d’emarginazione descritto nel racconto.

L’opera italiana, dunque, non solo è viva ma sta pure bene (quanto a sana e robusta costituzione). Ma accusa un (bel) po’ in termini di trattamento e risonanza. Giunge quindi a fagiolo – in un sistema-paese in cui da un lato silentibus pecunia non succurrit, dall’altro si tende a staccare la spina a ciò che non è precotto – l’azione del gruppo CPI (Cantori Professionisti d’Italia) che ha intrapreso un percorso UNESCO per far ottenere all’opera lirica Italiana lo status di patrimonio dell’umanità.

…Ci è sembrato ovvio e imprescindibile che nel catalogo dei beni da tutelare da parte dell’UNESCO debba necessariamente apparire questa forma d’arte: perché invenzione italiana, perché sorgente e catalizzatore di tutte le altre forme d’Opera, perché linguaggio della nostra Nazione prima che questa si formasse, perché principale veicolo di diffusione e insegnamento della nostra cultura e della nostra lingua, perché capillarmente nel mondo è esperienza aggregante e formativa, perché fucina di conoscenze orali e manuali, perché laboratorio costante di tradizione e rinnovamento allo stesso tempo….

v’invito dunque a conoscere più da vicino, tramite il sito e il gruppo FB, l’attività di CPI e a sostenere l’iniziativa, e ringrazio come sempre Giorgia, che (già un po’ di tempo fa) mi aveva segnalato la cosa, e sul cui sito potete trovare il plenum del manifesto e dell’intervento del Prof. Giovanni Puglisi.

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Omaggio a sir Maxwell Davies

Allora, venerdì 29 al Goldoni abbiamo ascoltato quattro composizioni di cui tre alla prima italiana.
Ben eseguito ma non esaltante il Quartetto con pianoforte, con Bruno Canino e tre membri del Contempoartensemble. Dedicato all’amica scomparsa Gunnie Moberg, che – come il compositore – risiedeva alle Isole Orcadi, il quartetto presenta un carattere lugens che si traduce in un andamento raffinato ed equilibrato tra i vari strumenti ma alquanto monocorde, ravvivandosi appena sul finale.
Di ben altro spessore il capolavoro proposto a seguire, la Missa super L’homme armé del 1968, in cui la nota melodia rinascimentale si smembra e smembra la parallela narrazione sacrale-evangelica con una scrittura ricchissima, ora austera ora pop. Eccellente l’esecuzione del Contempoartensemble diretto da M. Ceccanti, su tutti svettando i voli del violoncello di V. Ceccanti, mentre la voce recitante di Quirino Principe esaspera a mo’ di collante la tensione drammatica per risolversi, sulla parola “traderunt”, in un Abschied accusatorio verso performers e astanti.
Dopo l’intervallo una Sonata per violino e pianoforte interessante, eclettica, caratterizzata da intento programmatico (si tratta di una passeggiata romana dalla Chiesa Nuova del Borromini al Gianicolo) e, musicalmente, da una tessitura molto alta destinata al convincente violino di D. Ceccanti.
Si termina con alcune Danze scozzesi (da The Two Fiddlers), episodi leggeri che scorrono via senza troppe pretese e rinnovano soprattutto l’apprezzamento per la verve violoncellistica di V. Ceccanti.

Oltre a celebrare doverosamente il 75° compleanno di Sir Peter, una serata preziosissima per addentrarsi nell’opera di un compositore la cui importanza non trova adeguato riscontro nei cartelloni.

O Nume tutelar…

Prima della recensione dell’evento di ieri, doveroso uno statement di emozione per avere conosciuto il Nume dei critici.
Prima della rappresentazione il mio s-bigotti-mento mi ha giocato uno scherzo. Tacito, solo, sanza compagnia in una sala ancora semivuota, mi rammaricavo via sms in questo modo: mica pretendo Charlize, ma che nella fila dietro, deserta tranne un posto, ci debba essere proprio un prete m’inquieta… Poi mi accorgo che "il prete" sale sul palcoscenico e allora lo riconosco: è Quirino Principe che (metodo Stanislavskij?) ha indossato un abito talare per il ruolo di voce recitante nella Missa super l’homme armé di Maxwell Davies (piatto forte della serata di ieri, ne parleremo). Ah ah!
Dopo la sua mercuriale performance ho preso animo, mi sono congratulato e abbiamo scambiato alcune parole, mi ha pure autografato il libretto (cliccate sull’immagine per ingrandire) definendosi non "nume" ma demone/daimon 🙂

Patto di sauna

Domenica faceva un caldo boia e sinceramente se qualcuno, conquibus alla mano, avesse disperatamente voluto il mio biglietto per l’opera, avrei tentennato un po’. Sarebbe stato un peccato perché mi sarei perso una piacevole rappresentazione della mia tanto amata contemporanea.

Patto di sangue, opera che nel titolo del post è storpiata mercé la temperatura all’interno del Teatro Goldoni, è costituita da due quadri liberamente tratti dai drammi di Ramón del Valle-Inclán: La rosa di carta e quello che dà il nome all’opera. Il libretto è di Sandro Cappelletto e la musica di Matteo D’Amico. Regia di Daniele Abbado. Con questo titolo commissionato ad hoc il Maggio porta avanti un notevolissimo “progetto opera contemporanea” che si è snodato attraverso nomi eccellenti nella composizione e nella regia: dopo la meravigliosa Antigone Fedele/Martone e l’affascinante Phaedra di Henze, quest’anno ci siamo trovati a fare i conti con un’entità scindibile, bipartita, nella quale le due metà sono perfettamente isolabili e accomunate solo da una contingenza scenica (oggetti che piovono dall’alto e si conficcano al suolo). Continua a leggere →

favola di Fedra

riuscirà il nostro eroe, in ritardo di una settimana causa force majeure, a dire qualcosa di sensato? Confido nella positiva, dato che si è trattato di un’altra bella rappresentazione, arricchita visivamente dall’ambientazione in un Goldoni sempre affascinante e dal pubblico disciplinato.
Opera od operina, oppure rappresentazione munita di voci, dire non so: certo ci troviamo di fronte ormai ad una vocalità strumentale, che non viaggia per arie o numeri chiusi, superandone anche gli ultimi residui quali il Lied der Lulu. Dall’altro lato, visto che ho citato Berg, nello stile di Henze si ritrova molta parte del carattere lussureggiante della scrittura del Nostro Venerato, come pure (e questo anche in Stravinskij o Sostakovic, per carità) la capacità di inglobare forme codificate come il bolero (ben nitido in Phaedra).
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