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aspettando una legge Merlin per la curia: 100 chiese chiuse a Napoli

la segnalazione arriva niente meno che da Massimo Bray (la cui esperienza al dicastero della Cultura, considerata anche l’attualità, personalmente mi manca molto): un dynamic duo italo-russo di reporter, composto dai bravi Luca Iavarone e Jane Bobkova, ci mostra in maniera rapida divertente e parodistica dei tempi (selfie) una ferita sanguinante di una delle città più belle e ricche di cultura del mondo. A una stima, la chiusura riguarda il 50% degli edifici artistici di culto partenopei, alcuni di rilevanza altissima.

Purtroppo wordpress non incorpora il video, guardatelo cliccando il link qui sotto, ne vale la pena.

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Caldeggiamenti al caldo – Un’idea di bellezza

Sarò telegrafico. Ieri ho approfittato dell’ultimo Free Thursday Night per visitare la mostra della Strozzina. Se non la avete ancora vista, avete ancora domani e domenica e vorrei esortarvi a sfidare il microonde cittadino e visitarla, sia pure a pagamento (5€, 4 ridotto) perché mi sembra che valga il suo prezzo. Benché il fil rouge tra le opere degli otto artisti sia sottilissimo quando non impalpabile (se si eccettua ovviamente il “che bellezza” dell’osservante, che è massimamente soggettivo), spiccano soprattutto i lavori in video (o testimoniati da un video). Quello di Isabel RocamoraBody Of War, film di un quarto d’ora circa che culmina in uno splendido pas de deux in uniforme, di combattimento che è anche comunione, ornato dalla musica di Arvo Pärt (Kanon Pokajanen).

Il video Mefite di Chiara Camoni, realizzato col fotografo Salvatore Esposito, incentrato sulla comunanza tra bellezza della natura e morte che si ha nella Valle d’Ansanto (presso Rocca San Felice, Avellino; in antichità luogo di culto della mefitica dea Mefiti) dove una pozza naturale che sprigiona acido solforico e altri gas tossici mette in pericolo di vita chi vi sosta a lungo e di fatto uccide molti animali giunti per cercare acqua. Le immagini del bollore fangoso e di carcasse inanimate o insetti intrappolati scorrono in parallelo su tre schermi.

mefite

Un fermo immagine da “Mefite” (dal sito italianarea.it

Infine la sala dedicata a VB66 di Vanessa Beecroft, dove le 50 modelle tinte di nero e frammiste a frammenti in forma di statua, il tutto in un mercato ittico di Napoli occasionalmente gremito ai lati di altre figure borghesi nerovestite, ci portano a una idea di bellezza che è Incanto, ma anche vendita all’incanto, corpo esposto, corpo mercificato. Nonché (mercato ittico) corpo incantatore di sirena, mitologico, (malrauxianamente?) mutilato nella sua rappresentazione classica, con richiami anche ai corpi cinerei di Pompei ed Ercolano. Anche qui il sottofondo musicale del video della installazione è autorevole (frammenti dall’album di Philip Glass A Descent Into The Maelström), meno azzeccata la scelta del loop in luogo di uno o più brani interi.

VB66

VB66, particolare (immagine da Repubblica ed. Napoli)

Come dicevo sopra giudico la parte video della mostra superiore a quella fotografica o pittorica – ma vanno citati in quest’ultima alcuni lavori di Wilhelm Sasnal nelle prime due sale che accolgono il visitatore.
Fossi in voi ci farei un salto.

Le freak c’est chic? Joel Peter Witkin alle Leopoldine (e tra poco a Napoli)

Stamane mi sono recato al MNAF per visitare una mostra, quella di Witkin, che avevo puntato da tempo ma per la quale, al solito, mi sono ridotto al suono del gong; l’ultimo giorno per vederla sarà questo lunedì (San Giovanni) e poi si trasferirà a Napoli con inaugurazione giovedì 27 (con tanto di open lecture dell’Autore). La recensione è dunque soprattutto a beneficio degli amici napoletani, anche se resta ancora un weekend “lungo” ai fiorentini che non vanno al mare. Importante, vista la calura del periodo: c’è l’aria condizionata.

witkin

JPW oggi – fonte wikipedia

Mi sono interessato alle “fotografie” di Witkin da poco tempo, grazie a un libro di Morgana Edizioni nel quale si alternavano alle foto le poesie di Liliana Ugolini e Giada Primavera.
Anche se spesso chi si occupa di Witkin tende a inserirlo nel filone della Arbus, in realtà mi sembra che il lavoro sia diametralmente opposto, pur nel fondamento comune che è quello dell’interesse verso ciò che dalla società conformista è sostanzialmente reietto – i malformati, gli anziani, le “sexual oddities”: però in Arbus c’è un approccio crudo immediato e non filtrato (che a molti piace di più), mentre in Witkin la considerazione del soggetto si mischia a un dato culturale (quella che io chiamo diaphrasis, ovvero l’appropriazione di modelli culturali; ma, a differenza della ekphrasis, con finalità esplicite non di imitazione pedissequa ma di stravolgimento) e a un procedimento tecnico stratificato di manipolazione e montaggio (sempre tutto in analogico) che termina solitamente con stampa in bromuro d’argento.
Ci sono tre piani differenti da tenere presenti in Witkin. La diversità come equalizzazione scomoda, cartina di tornasole del nostro conformismo soprattutto se calata in un confortevole contesto artistico. La mutilazione – forse sulla traccia delle teorie di Malraux – perché si lavora su modelli vivi ma anche su parti del corpo, mai su cadaveri che per Witkin sono “sospensione della vita”. Infine il dato culturale, espresso da una miriade di citazioni in pose fondali od oggetti. Continua a leggere →

affratellamenti

Ieri ho scoperto di essere nato (a Ferrara) lo stesso giorno in cui (a Napoli) veniva eseguita la prima italiana della Sinfonia numero 2 in la minore di Camille Saint-Saëns. L’orchestra era la Alessandro Scarlatti della RAI (sciolta nel 1992 per logiche aziendali, poi ricostituita ma in autonomia dall’ente) e il direttore era Franco Caracciolo di cui quest’anno ricorre il decennale dalla scomparsa.
Non conosco la sinfonia in questione: pel Camillo di Francia s’indugia quasi del tutto su Serragli Organi Capelloni e Danze Macabre.
Logico che ora me ne sia appassionato.