Archivi tag: Ludwig van Beethoven

Dido & Sigfrido

Rabbado

la dedica di R. Abbado

“Gigapost”, che spero leggerete sino in fondo, dedicato alla doppietta Dido&Aeneas/Jeune homme + concerto di ieri sera, quest’ultimo presenziato per il motivo che il gentilissimo M° Roberto Abbado si è fatto incomodare dal sottoscritto e gli ha firmato persino volentieri un autografo mentre era a tavola, rendendomi felice come un anatroccolo. Di lì la compera dei biglietti, inizialmente non in programma, è andata praticamente da sé. 

1a) I will go down with this ship: Dido And Aenas. Henry ti presento Salah: sfidando, nella “mia” data di giovedì 5, la serata viola che si rivelerà storica, il capolavoro in questione ci viene proposto all’OF in un allestimento veronese di due anni or sono, per la regia di Marina Bianchi. L’opera di Henry Purcell è una delle più note e forse più importanti di tutto il patrimonio melodrammatico, non solo inglese né solo barocco, e la potenza della vicenda mitologica (tratta per lo più da Virgilio) si desume anche dalla sua attualità, spingendoci a riflettere sul fatto che la nostra grandeur, con buona pace della xenofobia mild or strong, nasce da un gruppo di migranti turchi, seduttori di nobildonne, reimbarcatisi in Tunisia alla volta dell’Italia (poi si può aggiungere che, arrivati in Italia, si sono fatti la figlia del re e ne hanno ammazzato il fratello, ma non esageriamo). Più di tutto, per quel che ci interessa e forsemaforse compete, campeggiano la melodia bellissima – caleidoscopica però sempre, nel profondo, malinconica – e l’ispirato libretto di Nahum Tate. Il celeberrimo pianto di Didone, che è stato bene eseguito e – mercé anche una dozzina di ore di sonno arretrato – mi ha suscitato più di una lacrimuccia, lo avevo incrociato giorni fa anche nella colonna sonora di un film recente di cui mi sfugge il titolo.
Sull’apparato musicale s’innesta poi la struttura del masque che vede, accanto all’azione, la danza; il coro, dal canto suo, è sempre presente negli snodi chiave, sul modello greco.
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derby Fidelio

fidelioscala

© Repubblica.it

quasi irrealmente, una prima di Fidelio in cui son stati esaltati o comunque applauditi tutti, persino la regia che di solito è il poligono sicuro per veterani e adepti del #tiroallaScala. I siti #melozoici tacciono, i cecchini d’Arno sfornellano, e così via.
Per quanto ho potuto percepire in tv, direi che si è trattato di un bello spettacolo. Più che buono il cast vocale femminile con un’accurata Mergellina* (Mojca Erdmann, uguale a mia cugina I.) e una polmonare Anja Kampe come Lionor’/Fitelie*; buonino quello maschile (Kwangchoul Youn è un buon Rocc’*, gli altri routinari, Florestane* con un “meno”), Barenboim bene con più d’una punta d’autocompiacimento (Ouverture Leonore2 lenta nella prima parte; orchestra tanto sopra ai cantanti senza mercede alcuna della difficoltà di cert’arie), convincente (per gli #zeffirini: tollerabile) la regia di Deborah Warner che assieme ai suoi collaboratori posiziona l’opera in una fabbrica abbandonata, e in un crocevia antropologico tra galera e centro di prima accoglienza (ammesso che ci sia differenza), coi carcerieri con le pezze al culo quasi come i carcerati (e qui metteteci Pasolini e tutti i rilievi econometrici che volete). Bello il gioco delle luci a cura di Jean Kalman. Sul quartetto Mir ist mi sono un po’ commosso (forse avevo fame).
Due o tre riflessioni. Confortato da un frammento inedito di Dino Campana, mi verrebbe da chiosare così: caro Daniel-san, in questa landa ti tributano ovazioni quando sei (contrattualmente) morto, cioè quando te ne vai.
Seconda riflessione: adesso attendo col maggiore entusiasmo dato dal one-on-one la replica fiorentina con Mehta sul podio (27.04.15 e ss.).
Dovrei poi dire, calcisticamente parlando, che il Maestro, noto interista DOCG, avrebbe fatto meglio a sacrificarsi giornalisticamente e dilatare i tempi fin verso le ventitré, ma non lo dico. Ops l’ho detto. ScheiX.

(*non sapendo se trascrivere i nomi in italiano o in tedesco ho optato per la lectio sudista del professor Aloyisio Catinelle [trademark, presto lo conoscerete])

Aria nuova e vecchi respiri

gattiONF10 settembre. Comincia una nuova avventura. Finalmente faccio ingresso nel Nuovo Teatro dell’Opera e la sensazione che mi pervade è quella di un cambio passo. Struttura magniloquente e moderna, ampio foyer, auditorium finalmente concepito con una digradazione dei posti giusta per le altezze medie delle persone (quasi) a prova di dolicocefalo nel posto davanti, spazio per le gambe adeguatissimo anche per uno spilungone come lo scrivente. Orchestra a tiro di due braccia dalla prima fila, e senza barriere, come ai Berliner. Belle impressioni che, sarà un caso, si ripercuotono anche nella percezione di una maggiore educazione diffusa: platea pienissima ma niente tubercolario (!) niente salotto e pochissimi scarti di caramella o bracciali tintinnanti. Insomma, sembrava di non essere in Italia. In quest’estasi mi è parso addirittura di avvertire un piacevole abbassamento dell’età media dell’audience, con punte di figanza considerevoli (consentitemi il considerevoli, smile). Sarà la bellezza 2.0 che tutto move oggidì.
Condizioni ideali del terreno di gioco, avrebbe detto Sandro Ciotti, almeno in platea (nelle gallerie non so; la cosa strana è che dal basso, collocandosi quasi all’altezza del podio si vedono al massimo le prime due file…)

A questo punto bisogna considerare l’acustica del luogo e la performance della serata, che vedeva la storica Orchestre National de France col suo direttore musicale Daniele Gatti sul podio. Gatti lo abbiamo già ascoltato al Verdi tempo fa (2006), e forse aliunde, non ricordo; ultimamente è spesso qui e poiché Mehta non è più un ragazzino c’è chi fa due più due. Vedremo.
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direktan koncerta Riccarda Mutija

oggi è il giorno del concerto del Maggio a Sarajevo per “Le vie dell’amicizia”. Esso sarà trasmesso in diretta radiofonica da RadioTre (ore 21), per poi venirci riproposto in differita televisiva il giorno 30 (raiuno).

Ho assitito alla generale di sabato mattina e, per il poco che si può dire in presenza di una prova aperta, ho avvertito in Brahms un forte contenimento delle dinamiche, mentre il Ludwig “eroico” di Muti è nello standard delle sue prove discografiche e darà una maggiore scossa all’audience.

Mehtoven

chi trova un amico trova un tesoro, e devo dire che musicalmente parlando ho potuto sperimentare tutto ciò ieri l’altra sera quando, approfittando della benevolenza di un abituale frequentatore di questi lidi, ho acciuffato al volo un biglietto per la seconda serata Beethoven/Buchbinder/Mehta, che inizialmente avevo trascurato in favore di altri eventi di là da venire. Mi sarei così perso una serata di pregio, per merito soprattutto dell’orchestra del MMF la quale, e lo dico senza esaltazioni del momento, ha suonato con una verve e perfezione tecnica che da tempo le mie un po’ altezzose orecchie non le avallavano.
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colpi del destino

dopo una Quinta di LvB parecchio piacevole, in cui I Solisti Fiorentini non si sono risparmiati ed hanno messo in risalto appieno la tensione drammatica, maturo l’idea che sia una sinfonia massimamente rivolta agli occhi oltre che alle orecchie. Focalizzare il continuo rincorrersi degli archi, il vigoroso basso, l’estrema funzionalità del tutto, ben restituita dall’orchestra guidata da Giovanni Fornasieri, è stato un godimento nel godimento.

Sopravvalutazione

Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è preponderante sul contenuto. Importa sempre meno ciò che si dice, importa sempre più quanta forza si impieghi nel dirlo e quante persone il nostro messaggio riesca a raggiungere.
Mi è capitato di fronteggiare aspramente un giovane affermato narratore che è riuscito, impresa non da poco, ad infilare tre sproloqui e mezzo in poche righe, più o meno in questo modo: «Mozart è uno dei musicisti più sopravvalutati della storia [#1 – devo commentare? Giò stai calma]; salvo solo le sonate per pianoforte [#2 – corpus a mio giudizio creativamente subordinato nell’opera omnia del sommo WAM] che solo Glenn Gould, il più grande pianista del novecento [#3 – amo Glenn, ma a mio avviso almeno Richter e Horowitz – vissuti a lungo, felicemente per loro e purtroppo per gli idolatri del mauditismo – lo sopravanzano di tre spanne], seppe rendere nella loro tragicità [#3/2; – esiste il tragico nelle sonate mozartiane? a me sembra solo nella qui malcerta interpretazione di Gould, che purtroppo le espone come se fossero una toccata di Sweelinck]».
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Cha[nt]illy

il direttore di gran classe e l’orchestra di levatura si riconoscono già in poche battute dell’ouverture Coriolano – un bignè (per restare sul titolo, smile), o meglio una gemma da ricordare, in cui ogni nota sembra dinamicamente meditata da Chailly in rapporto al contesto generale, e l’orchestra ragginge livelli di precisione e sincrono nell’accentazione raramente riscontrati in altre compagini, compresa quella di casa. Non è estranea all’ottima filigrana sonora, a mio avviso, la circostanza per cui i contrabbassi sono collocati “operisticamente” dietro i primi violini, a differenza della usuale disposizione destrorsa.
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Maestro antiruggine

sabato sera al Comunale si è avuta la comprensione dell’apporto che Riccardo Muti, quando vuole, sa fornire alla Musica. Egli è un Maestro che investe la grandissima parte della sua energia in una attività che non è di mera interpretazione, ma – si direbbe – di garanzia. Il suo interesse verte spesso verso lavori caduti nell’oblio, spostàti in seconda fila, trascurati in sede critica ed esecutiva. Il risultato è legato naturalmente alla qualità intrinseca dei brani proposti: non sempre chi scrive è stato d’accordo con quanto il Maestro ha voluto proporre – glissando sull’Europa scaligera, sentita solo per radio, la Messa Estherázy ascoltata nel 2005 mi lasciò freddino.
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Équipe 80

L’orchestra del Maggio, doverosamente guidata da Zubin Mehta, ha da un centinaio di minuti concluso il concerto celebrativo del suo 80° compleanno. Lo ha fatto con 7 mesi di anticipo rispetto alla data ufficiale (9 dicembre): volendo, come ha sottolineato il Sovrintendente Giambrone, festeggiare nell’ambito del “suo” Festival onomastico.
Mi ci sono buttato all’ultimo tuffo.
La serata, in cui l’orchestra è stata insignita del Fiorino d’oro da parte del Sindaco, ha visto un bel programma sinfonico, che altro non era che quello proposto 80 anni fa da Vittorio Gui: un concerto grosso di Corelli (il secondo dell’opera 6: stuzzicante vedere Mehta dirigere una piccola orchestra), poi la Settima di Beethoven, le Fontane di Roma di Respighi, i due Nocturnes senza coro di Debussy, l’ouverture del Tannhäuser. Continua a leggere →