Archivi tag: Johann Sebastian Bach

un bicchiere di Brunello. La prima serata della sua Odissea Bach alla Pergola

il frontespizio delle suite: solo trascritte o addirittura composte dalla mogliettina? (img PD wiki)

Chiedendo scusa immediatamente per l’inflazionatissimo bisenso nel titolo, la prima cosa da scrivere è che il concerto alla Pergola di ieri, che ha visto protagonista solitario il violoncellista Mario Brunello, è il primo di un ciclo bachiano in cui il maestro propone non solo le suites per violoncello ma anche le sonatepartite trasposte per violoncello piccolo a quattro corde. Ieri il primo tassello, con le suite 1 e 4, la prima sonata e la seconda partita. Ciò nell’ambito di un progetto “Odissea Bach” che, a cura degli Amici della Musica di Firenze, vede coinvolti per esempio anche Angela Hewitt e Pietro Di Maria al pianoforte.
Questa sera alle ore 21 al Saloncino della Pergola si prosegue con altre due suite e altre due trasposizioni. Per cui se potete andate. La data di chiusura, cioè la terza serata Brunello in cui il cerchio delle dodici composizioni dovrebbe chiudersi, non è ancora stata comunicata, a quanto leggo.

È stato bello ritrovare la verve esecutiva del violoncellista di Castelfranco Veneto a distanza di dodici anni da un febbraio del 2005 in cui lo ascoltai (sempre alla Pergola) assieme nientemeno che al Quartetto Alban Berg, impegnato nel superquintetto di Schubert.
Di più: l’evento solistico è servito per coglierne, oltre al talento, la simpatia e persino la disponibilità dialogica con cui, prima dell’esecuzione, ha “fatto gli onori di casa” e ampiamente presentato al pubblico i due ospiti, vale a dire il violoncello e il violoncello piccolo. Spiegando, anche con una punta di humour, la questione esecutiva della sesta suite (ieri non eseguita), della cd. viola pomposa di Bach e di come alcuni studi recenti l’abbiano ormai ricondotta a un violoncello da spalla a 5 corde (assimilabile nel suono al piccolo da gamba a quattro usato ieri), e perfino della paternità dell’opera (uno studioso australiano ritiene che Ana Magdalena Bach non abbia solo trascritto le suite ma le abbia proprio composte!).
Tutta questa fluidità esegetica – e, credo, anche emozionale – ha portato Brunello a cercare una espansione virtuosistica non solo eseguendo la sesta suite al violoncello piccolo (cosa che per un certo periodo ha avuto qualche remora a fare: cfr. questa intervista del 2010 tratta da “Musica”), ma trasponendo anche l’opera bachiana per violino solo un’ottava più in basso. E godendo così di tutte le possibilità di fraseggio che uno strumento più ridotto può garantire.
Abbiamo dunque avuto la possibilità di ascoltare uno stesso esecutore impegnato – per citare i celeberrimi “opposti” del concerto di ieri – sia nel preludio della prima suite che nella ciaccona della seconda partita! Cosa rara, direbbe Don Giovanni.

Virtuosistico e per nulla ieratico (per attrazione del programma “violinistico”, si potrebbe dire), è il taglio che Brunello ha dato alla sua ben conosciuta interpretazione delle stesse suite per violoncello “canonico”. Molto staccato, molto andamento di danza (giustamente), molto in agilità sulle quartine non articolate dello stesso celebre preludio in do maggiore. Il brano meglio eseguito? La giga che conclude la quarta suite: meravigliosa, trascinante, con perfetto senso del tempo e gran chiarezza espositiva. Quarta suite, a proposito, che da sempre Brunello traspone dall’originario mi bemolle al sol per dare omogeneità tonale alla raccolta.
La mia attenzione però, come è ovvio, era catalizzata dalle trasposizioni sul piccolo.
L’impatto, cioè l’adagio iniziale della prima sonata, è stato fantastico. In questo passo, come pure nella sarabanda della seconda partita, il tempo lento e la tessitura non troppo avanti hanno restituito in pieno la peculiarità di colore, colore ambrato (volevo dire bruno ma non mi pare il caso) che il violoncello piccolo riesce a conferire rispetto al violino: una grave morbidezza che è sobria esplorazione del dolore.
Ugualmente, peraltro, è venuta fuori tutta la vertiginosa difficoltà delle sonate e partite, come pure la loro ricerca della polifonia attraverso passaggi spesso autenticamente accordali. E in certi punti delle celebri fuga (dalla prima sonata) e ciaccona (dalla seconda partita) qualche fatica si è avvertita. Continuo, tirando le somme e tirando in ballo la mia sensibilità, a ritenere queste partiture congeniali più al violino che al violoncello; ma sono grato a Brunello per questa sua generosità, sempre condotta su buoni livelli qualitativi, e per avermi dischiuso le porte di un approccio differente.

Non va dimenticato, infine, che la serata di ieri e quella di oggi sono dedicate a un gigante del violoncello e di tutta la musica: “Slava” Rostropovič, che proprio oggi avrebbe compiuto novant’anni e del quale esattamente tra un mese ricorre il decennale dalla scomparsa. 27 marzo e 27 aprile: una eterodossa applicazione della “regola del 27” tristemente nota in campo rock…
Brunello gli ha tributato l’encore chiamato dal pubblico del gremito saloncino. E ha eseguito una musica per me bellissima, originaria della Baku che ha dato i natali a Slava. Il titolo non l’ho captato bene (havon havon o giù di lì): richiamato da alcune note in pizzicato, è un lamento tutto giocato sulla prima corda, in cui il violoncellista è riuscito a dare al suo violoncello un suono “persiano”, ricordandomi certi strumenti che ho sentito nei dischi di world music, o più probabilmente riuscendo perfettamente a imitare, sulle note più gravi, il timbro del kamancheh azerbaigiano.

un risveglio: il Quartetto Guadagnini agli “Amici”

trenotti

img © twitter.com/qguadagnini

È stato bello, grazie a un’amica, rompere improvvisamente il mio “gran digiuno” di musica dal vivo – un digiuno che stava quasi per sfociare nei due anni giuridicamente bastevoli per una dichiarazione di assenza – per seguire il giovane Quartetto Guadagnini di scena domenica scorsa al Saloncino della Pergola, per gli Amici della musica. Il programma, con Schubert Bartók e Colasanti, era così invitante da farmi snobbare persino la Beneamata (ma  è andata bene anche con Lei. Esultare “in differita” alle 1:13 am per un goal segnato alle 9:28 del giorno prima, svegliando tutti? Fatto).
Il programma, dicevo: due capisaldi della letteratura quartettistica – il Rosamunde di Schubert e il Quarto di Bartók – incastonavano una rarità, ovvero le Tre notti di Silvia Colasanti, compositrice che a Firenze abbiamo apprezzato in due edizioni del Maggio per la sua messa in opera della Metamorfosi kafkiana. Forse per il carattere policromo della scrittura di Colasanti, la cornice voleva forse sottolineare la tavolozza dinamica, lo strumentario in possesso di Autrice e interpreti. Ecco allora una Rosamunda marcatamente intimista soprattutto nei primi due movimenti, eseguiti forse troppo in punta di piedi, con un timido risveglio solo a partire dal menuetto. Di ben altro spessore la resa della composizione bartokiana del 1928, muscolare e con la giusta attenzione ritmica, dall’agogica serrata ma capace di trovare equilibrio in quel capolavoro della musica di ogni tempo che è il movimento centrale: il non troppo lento in cui il superbo recitativo del violoncello viene introdotto da un tappeto sonoro degli altri tre strumenti e successivamente li coinvolge uno dopo l’altro.
Al centro, le tre notti colasantiane. Composizione espressamente dedicata al Quartetto Guadagnini e proposta autonomamente, anche se l’estate scorsa a Spoleto si è innestata entro un progetto più ampio, ossia i Tre risvegli della poetessa Patrizia Cavalli con la regia di Mario Martone e la verve scenica di Alba Rohrwacher. Si tratta dunque di una complessa sequenza notturna-onirica propedeutica a risvegli e meditazioni. Sequenza in cui terzine e vorticose scale rimbalzanti da uno strumento all’altro si sciolgono, volta per volta, in rarefatti cantabili o valzer, rasserenanti ma a loro volta attraversati da perturbazioni nervose sotto forma di lunghissimi legati dei violini. Mi ha ricordato da vicino, con altri stilemi ovviamente, il grande sogno lisergico della Symphonie fantastique. I quattro interpreti, giocando anche “in casa”, tra le mura amiche di una composizione pensata per le loro caratteristiche, hanno qui dato fondo al loro talento, e l’esito è certamente il migliore della serata. Se non ci fosse già, ne auspico e attendo un’incisione discografica.
Dopo l’encore bachiano – il Contrapunctus I da L’arte della fuga – rincaso felice di questo mio risveglio alla dimensione musicale dal vivo. Spiace per il poco (ma educatissimo) pubblico che spesso accompagna la musica da camera; ciò peraltro da un punto di vista biecamente utilitaristico mi ha consentito di godermi la serata senza nervosismi.

Dido & Sigfrido

Rabbado

la dedica di R. Abbado

“Gigapost”, che spero leggerete sino in fondo, dedicato alla doppietta Dido&Aeneas/Jeune homme + concerto di ieri sera, quest’ultimo presenziato per il motivo che il gentilissimo M° Roberto Abbado si è fatto incomodare dal sottoscritto e gli ha firmato persino volentieri un autografo mentre era a tavola, rendendomi felice come un anatroccolo. Di lì la compera dei biglietti, inizialmente non in programma, è andata praticamente da sé. 

1a) I will go down with this ship: Dido And Aenas. Henry ti presento Salah: sfidando, nella “mia” data di giovedì 5, la serata viola che si rivelerà storica, il capolavoro in questione ci viene proposto all’OF in un allestimento veronese di due anni or sono, per la regia di Marina Bianchi. L’opera di Henry Purcell è una delle più note e forse più importanti di tutto il patrimonio melodrammatico, non solo inglese né solo barocco, e la potenza della vicenda mitologica (tratta per lo più da Virgilio) si desume anche dalla sua attualità, spingendoci a riflettere sul fatto che la nostra grandeur, con buona pace della xenofobia mild or strong, nasce da un gruppo di migranti turchi, seduttori di nobildonne, reimbarcatisi in Tunisia alla volta dell’Italia (poi si può aggiungere che, arrivati in Italia, si sono fatti la figlia del re e ne hanno ammazzato il fratello, ma non esageriamo). Più di tutto, per quel che ci interessa e forsemaforse compete, campeggiano la melodia bellissima – caleidoscopica però sempre, nel profondo, malinconica – e l’ispirato libretto di Nahum Tate. Il celeberrimo pianto di Didone, che è stato bene eseguito e – mercé anche una dozzina di ore di sonno arretrato – mi ha suscitato più di una lacrimuccia, lo avevo incrociato giorni fa anche nella colonna sonora di un film recente di cui mi sfugge il titolo.
Sull’apparato musicale s’innesta poi la struttura del masque che vede, accanto all’azione, la danza; il coro, dal canto suo, è sempre presente negli snodi chiave, sul modello greco.
Continua a leggere →

Es funktioniert! Le Goldberg per trio d’archi a Villa Bertelli

mirobach

il Trio Mirò al lavoro su Bach 🙂 (foto mia)

Una delle benzine che alimentano il fuoco sacro di Johann Sebastian Bach presso la miriade di suoi appassionati è, oltre ovviamente al sublime della sua musica, il fatto che una medesima partitura possa essere proposta in diverse strumentazioni. Questo massimamente per L’arte della fuga, ove tra l’altro uno strumento principe non è nemmeno indicato; delle Variazioni Goldberg conoscevo invece versioni per clavicembalo o pianoforte, nonché la affascinante versione per arpa di Sylvain Blassel, uscita in cd non molti anni fa. Saputo quindi che stamattina a Villa Bertelli ci sarebbe stata un’esecuzione per trio d’archi, mi son prima un po’ preparato all’ascolto via youtube, poi son corso lì. Gli atout del matinée erano anche altri: l’ingresso gratuito e l’esecuzione da parte del Trio Mirò, ensemble lucchese formatosi nel 1981 per opera dei due fratelli Valenti (Carlo Alberto, violino & Claudio, viola) e del violoncellista Carlo Benvenuti.
L’interpretazione è stata buona, sempre nitida nel contrappunto e nell’intonazione, con una punta di eccellenza nella Variatio XIII (sarabanda), davvero inappuntabile.
A sé sta invece il ragionamento, valido per ogni trasposizione, sul “funzionamento”: per la positiva giocano l’estrema intellegibilità della struttura musicale, tripartita e quindi anatomizzata, se volete; in più mi è piacevolmente rimasto impresso l’uso del pizzicato nella Variatio XIX, che – come mi ha detto il violinista Carlo Alberto Benvenuti dopo il concerto – vuole restituire il colore del pianoforte. Peraltro questa risposta svela l’unico limite che ho ravvisato: l’impossibilità di dare questo colore quando invece occorrerebbe il forte e staccato. E l’ho ravvisato sull’ultima variazione (proposta anche come encore), il famoso Quodlibet, che dovrebbe essere fatto di melodie popolari… E dunque lo intendo come un festoso (e dinamicamente forte) ringraziamento che contrasti “propedeuticamente” col “naturalmente piano” dell’attacco dell’Aria da capo.
Ma questa è una mia lettura soggettiva, contrastante con quella del Trio che invece, forse ravvisandoci anche uno spirito domenicale di preghiera (in altri Autori il q. contiene anche citazioni da corali), ha scelto dinamiche soffuse. A differenza dei già linkati Raichlin/Imai/Maisky che (min. 51:20 ss.) si avvicinano di più alla mia visione (anche se continuo a preferire il q. per pf). Direi nel complesso che la versione per trio d’archi – da quanto ho sbirciato sul leggio, la più famosa, cioè quella di Dmitri Sitkovetsky anche se ne esistono altre, come quelle di Federico Sarudiansky o di Bruno Giuranna – tiene bene.

Post Scriptum per completezza: poche sensazioni mi ha suscitato, qualche minuto prima del concerto, lo sneak peek della mostra dedicata alle tele restaurate di Arturo Dazzi. Preferisco il Dazzi scultore, forse perché non mi esalta il soggetto dei suoi quadri – per lo più ritratti e nature morte/vive. Una rara eccezione per una bella Maternità che ho instagrammato in un particolare, giocoforza tagliando lo scuro busto incombente su madre e pupo.

ora d’aria (con variazioni)

Era veramente troppo tempo che non mi recavo il sabato pomeriggio alla Pergola chez gli Amici della Musica; stavolta sono stato ingolosito dalla sempre tempestiva civetta di dacapoalfine (grazie), ed ho rotto le scatole a sufficienza per farmi invitare (arcigrazie) e aprire così il mio 2009 di ascolti dal vivo.
Insomma, c’era Angela Hewitt a proporre le Variazioni Goldberg di Bach.
Di evento trattavasi: la pianista di Ottawa sta infatti conquistandosi, mercé tournées e registrazioni discografiche per la Hyperion, fama di specialista bachiana, e in questa tappa fiorentina si è dedicata all’opera fresca e monumentale che Wanda Landowska etichettò come la più difficile mai scritta per tastiera. Accanto alla partitura, aneddoti e leggendarie interpretazioni che ben conoscete e vi risparmio.
Continua a leggere →