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un unico disastro che ha nome vita enorme: Bruckner

Então, desanimamos. Adeus, tudo!
A mala pronta, o corpo desprendido,
resta a alegria de estar só, e mudo.
(C. Drummond de Andrade)

Il mio appetito per la classica, risvegliatosi vorace durante l’estate assieme all’amara constatazione di una lunga assenza dai teatri (per trovare un digiuno tanto esteso devo risalire a undici anni fa), passa ora principalmente attraverso le sinfonie di Anton Bruckner.
Aperta parentesi.
Non vado più così spesso a teatro come negli anni d’oro del blog (e miei). Sicuramente perché la crisi ha ridotto l’offerta musicale che prediligo, ma anche perché, per quanto io sia abile a indossare maschere, è sempre più difficile per me comparire in occasioni sociali – perso tra il Flaianiano «orrore di dover dare spiegazioni» e un certo freddo. Un Acquario si nutre di idee e vorrebbe essere in grado di comunicare sempre con tutti, al di là delle incompatibilità e disavventure. Ma talvolta non è possibile.
Spero il prossimo anno di fare un paio di apparizioni “sinfoniche”. Ma non è affatto detto.
Chiusa parentesi.
Intanto sto riscoprendo il pontiere di St. Florian, come amo chiamarlo giocando con l’assonanza Bruckner-Brücke (ponte). E anche qui, immergendomi e studiando le varie versioni, cerco in realtà di ricomporre i pezzi e riempire l’assenza di qualcosa che mi è irrimediabilmente sfuggito di mano, come il mondo per Mahler.
In questo post troverete amarcord e divagazioni interpretative. In coda mi soffermerò un sito importante, pieno di risorse.
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Claudio Abbado (1933-2014)

Sull’enormità del personaggio avete già scritto tutto voi, e al meglio. Io dico una cosa personale e forse ovvia. L’ho ammirato dal vivo una sola volta, al Comunale, a prezzo in una postazione fortunata – un tizio ha scambiato il suo biglietto spettacolare col mio per poter stare accanto alla sua compagna. C’era la sua Orchestra Mozart e un programma classicissimo senza encores: la Tragica di Schubert e la 40 mozartiana. La cosa ovvia che voglio dire è che la sua lettura mozartiana dal vivo mi ha rivelato soluzioni interpretative e “minimi passaggi” nuovissimi a dispetto della mia massiccia frequentazione della sinfonia. E questo è il valore aggiunto di ogni direttore massimo: quello di trovare sempre qualcosa da aggiungere al tuo bagaglio di ascolto, nonostante la pletora di testimonianze e cimenti live e studio.
I suoi dischi cui più sono legato sono quello dei primi due concerti per pianoforte di Bartók (con Pollini e la Chicago: mi si è aperto un mondo) e, appunto, quello con le due ultime sinfonie mozartiane con la LSO – il quale, anche se giudico migliore il Karajan degli anni 50, è stato uno dei miei primi contatti col genere sinfonico.
Sit tibi terra levis, Magister.

Ovvietà funebri

vista la penuria di diffusione della grande Musica, non voglio sottrarmi agli osanna tributati a Maurizio Pollini in occasione della sua ri-uscita televisiva in primetime (della precedente parlai qui) chez Fazio: sarebbe stupido come sparare su un rinoceronte bianco perché non vede bene da un occhio. Dico solo che asserire sbrigativamente che la Musica funebre massonica (k.477/479a) di WAM è pezzo «di tragicità incredibile, addirittura più cupo della Marcia Funebre dell’Eroica» significa trascurarne quel carattere malinconico, a volte leggero e, dopotutto, sereno come un tramonto, che erompe lungo distinti momenti della partitura. Questo splendido brano mi fa sempre pensare ai funerailles d’oltreoceano: strazio mattutino e rinfresco pomeridiano.
Ovviamente molto dipende dalla versione che si ascolta. Sapete tutti che per me HvK è il re Mida della musica: questo è uno dei pochissimi casi (1947, coi Wiener) in cui la superficie non ha reagito. Monopolizzata – si può ormai dire “pollinianamente” – dall’aspetto granitico del dolore, senza la capacità di saper squarciare le nubi.
Ma ascoltate invece la versione della Staatskapelle diretta da Schreier (1988), assaporatene la sincopata leggerezza e quel dolceamaro da cui Brahms non può non avere attinto…

the Vienna years

l’Adagio (e fuga) K.546 di Mozart, eseguito a tutta orchestra nel marzo 1947 dai Wiener Philharmoniker diretti da Karajan ha un impatto drammatico spettacolare, pienamente romantico nonostante la matrice "bachiana" della composizione. Alla faccia dei filologi ad ogni costo, vorrei dire.

Ma non lo dico. Rifletto, piuttosto su come una parte rilevante del magistero del nostro Herbie sia quella di svelare sonorità (coerenti con la sua parabola creativa ma) non strettamente sottese allo stile del compositore preso in esame, anticipatrici o meno che esse siano. Vedasi anche la resa del Preludio di Aida del 1959, quella con la Tebaldi: «Karajan – scrive Giuseppe Rossi in una sua nota discografica – esalta proprio le deviazioni della partitura dalla tradizione melodrammatica italiana sottolineando lo sfarzo della dimensione spettacolare e allo stesso tempo la sensualità di una ricercatezza timbrica che si lega ai modelli dell’opera francese e tedesca».
In un impeto di generosità, vi elargisco entrambi gli ascolti qui sotto, in ordine di apparizione.
Anni gloriosi per la storia dell’interpretazione.

Herbiecentus

per festeggiare il secolo del più grande, mi sono concesso il “suo” Sibelius Londinese degli anni ’50: le ultime quattro sinfonie, Finlandia e Tapiola. Letture inarrivabili, anche a giudizio dello stesso compositore, che ebbe modo di ascoltarle.

heyday Herbie

in un mordi e fuggi presso Fenice, ho acquistato il cd Bartók+HvK di cui vedete il frontespizio: quando Bartók Bela, io Corsi!
Era tanto che non mi lasciavo incantare a tal punto da verve orchestrale e qualità sonora (ed il cd è monofonico!). La vitalità della Philharmonia Orchestra – ora fresca e fiera, ora lacerante – è sensazionale, dalla prima traccia all’ultima. Soprattutto per un’orchestra nata 4 anni prima!
Alcuni movimenti, come il famoso Adagio della Musica per archi percussione e celesta – utilizzato in Shining -, o il finale del Concerto per Orchestra (partitura di mostruosa difficoltà tecnica), lasciano sbalorditi. Continua a leggere →