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meglio pensare al futurismo che al futuro

Ho visitato la Galleria Farsetti l’altro ieri, quarantasettesimo (del resto mi sento dimórto morto che parla) anniversario a tema (pioveva fitto) dell’alluvione, che ho “festeggiato” bellamente tra sfinenti litigi miocardici, esami medici a stufo e la prima multa ATAF in un trentennio (nella verve messaggistica stile Kramer vs. Kramer mi son scordato di fare il biglietto via sms). Era l’ultimo giorno della mostra su divisionismo italiano e futurismo iniziata un mese prima, piccola grande esposizione ove i big di questi movimenti sono tutti presenti e spesso ben rappresentati, soprattutto Giacomo Balla, che costituisce forse il trait d’union tra le due correnti, sorta di lago raccordante immissario ed emissario. Di Balla avevo ammirato – piccola curiosità enigmistica – lo humour dell’autoritratto Autocaffè [autoritratto > caffè > auto da fé?] ospitato lungo il Corridoio Vasariano. Qui invece una sua tela è autografata filocalcisticamente “Fut-Balla”, ma la sua verve è lungi dall’esprimersi solo nel calembour, declinandosi a un estremo in ariose vedute post impressionistiche (Nel prato, 1908) e all’opposto culminando la recezione del canone futurista nell’omaggio a Boccioni che accoglieva il visitatore facendo capolino da una vetrina a destra dell’entrata.
Boccioni stesso, mio eroe newyorkese (il suo Dinamismo di un giocatore di calcio è tra le più belle opere pittoriche che ho potuto ammirare lo scorso settembre al MoMA), era presente con tre tele intense, così come Severini, Soffici, Carrà, Depero, Sironi, Viani e Rosai – quest’ultimo con una tela già apprezzata alla monografica di Palazzo Medici-Riccardi.
Peccato che questi eventi, piccole gemme espositive che si visitano in massimo quaranta minuti ma lasciano sensazioni intense, non ricevano adeguato clamore mediatico. A voi unhappy few che mi seguite (e a me stesso, che mi son perso cose meritevoli come la personale di Fabio De Poli qualche mese fa consiglio di tenere d’occhio le proposte di questa galleria affacciata sull’Arno.
(alcune foto lo-res “dormientibus vigilantibus” – no © infringement intended)

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walking down George Potters’ corridor…

finestra

"ehi tu poveraccio, vai pure per Ponte Vecchio ma stai attento a non malignare ahn, i Signori ti spiano..."

e così ce l’ho fatta a visitare anche il Corridoio Vasariano. Una leggera impasse all’ufficio prenotazioni (chi aveva raccolto la mia, qualche settimana fa, si era scordato di darmi il codice e mi han dovuto ricercare sul pc), ma tutto è filato liscio. Siamo, lo ricordo, ancora nel MRM™ (Mese di Riappropriazione Museale, che si protrae, a naso, almeno fino alla prima decade di febbraio) e quindi l’entrata agli Uffizi è stata agevole, e ho fatto un piccolo refresh di alcune tele.

Anche stavolta ho “bucato” la Battaglia di San Romano, che – se non faccio confusione – è in restauro ormai pluriennale, e mi sono limitato al piano principale senza “scendere” al primo appuntamento con le Nuove Sale, per non stancarmi né allontanarmi troppo dalla Sala 25 (quella del Tondo Doni, accanto all’ingresso della quale parte il tratto Uffizi-Pitti del corridoio). Rilevo che tramite il sito – a differenza della Galleria d’arte moderna per cui, come abbiamo visto, i problemi sono di ordine non tecnico ma organico – qualche informazione su alcune opere non visionabili (Adorazione dei magi, sala della Niobe) viene data. Ci vorrebbe una lista più capillare e aggiornata, ma in compenso la buona notizia è che il maxirestauro della Tribuna (“fine lavori prevista per l’estate 2011”, si legge nel pannello informativo…) ha fatto sì che i suoi capolavori venissero spostati in una sala del terzo corridoio… bene, finalmente li ho rivisti “in casa” con una luce decente e a una distanza appropriata! E proprio il reincontro con Bia (ammirata l’ultima volta “in trasferta” a Palazzo Strozzi, e mi accorgo ora di avere clamorosamente omesso di darvi conto della splendida mostra), assieme a una riconsiderazione più attenta dei meravigliosi accostamenti cromatici intercorporei nel Compianto, sempre del Bronzino (questo nella sua sala 27), ha costituito l’acme di questo quick tour.

Per quanto riguarda il Vasariano, che è lungo più di un chilometro e con tutte le sue difficoltà di snodo e costruzione è stato realizzato in cinque mesi (oggi in 5 mesi non si finisce manco un box auto), devo dire che ho trovato una guida molto chiara nell’esposizione (di nome Rossella, se non erro) e 24 compagni di escursione attenti, silenziosi e circospetti nel passo, e non è poco. In estrema sintesi, i miei pre-giudizi ne sono usciti rovesciati. Continua a leggere →