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Il Tartufo? Lo vorrei un po’ più AlgidO! Solenghi e Pagni alla Pergola

Pagni Solenghi

Pagni e Solenghi (foto mia, effettata e sgranatissima, ero lontano)

brevissima nota su Tartufo di Molière, la produzione 2014 del Teatro Stabile di Genova, in tournée alla Pergola fino al 17. Ero ieri a teatro.
Nella città in cui è stata ideata la “ravanellizzazione finale” del maggior partito della sinistra italiana (secondo la nota frase: “siamo come i ravanelli: rossi fuori ma bianchi dentro”, proclamata da fonte autorevole ma ora opportunamente sparita dai motori di ricerca), mettere in scena un testo in cui già nel 1664 si fece notare (con tumulto e poi necessità di varie revisioni) che le cose di Dio, che di bontate etc. etc. venivano portate avanti come vessilli per acciuffare le materiali e nasconderne cupidigia anche maggiore, comporta una palese e stuzzicante attualità – sia a livello politico, sia soprattutto di “forma mentis” dell’homo oeconomicus rampicans dei nostri tempi, che bon gré mal gré è in costante adeguamento, volontario o preterintenzionale, al macroscenario.
Peraltro, nella “tragicommedia”, la finissima caratterizzazione dei protagonisti di Tartufo e Orgone prevale sull’azione, piuttosto debole (basata sul molteplice raggiro senza resistenza alcuna e sul disvelamento mediante un artificio di seduzione); naturale quindi che la pièce, di due ore e oltre, non possa ridursi a mero scavo freudiano, ma chiami a una qualche enfasi. Continua a leggere →

Regale Branciaroli! (ovvero quando le recensioni vengon facili)

branciaroli-enrico

“Enrico” Branciaroli nella parte centrale del dramma (foto mia)

ieri, bazzicando amoris prandiique causa in zona Pergola, ho avuto l’intuizione di non lasciarmi sfuggire la prova di Branciaroli e ho mandato la mia partner in crime a prendere due biglietti per l’Enrico IV, che, dopo l’esordio a Brescia (prod. CTB Brescia/Incamminati) dello scorso anno, chiude domani l’altro, proprio qui in riva d’Arno, una lunga tournée. Eravamo consci del fatto che (come quasi sempre per Pirandello) fosse quasi tutto esaurito e che quindi avremmo trovato posti un po’ scomodi (e così è stato: “posture incongrue”, come si dice in medicina del lavoro, e posizione alta e angolata), ma ne è valsa assolutamente la pena anche perché eravamo davvero a un metro e mezzo dagli attori.
Quanto alla recensione essa viene facile perché lo spettacolo è stato splendido, senza punti deboli, e sicuramente destinato a dettare – almeno nel regista e protagonista – un riferimento interpretativo obbligato per chi si accosterà al personaggio. Franco Branciaroli – e qui concordo con quanto lui stesso ha enfatizzato nel programma di sala – ha il magnetismo e la tecnica assoluta necessarie per restituire appieno e distintamente – “come iri da iri” direbbe Dante – le sfumature une e trine della caratterizzazione di Enrico lungo la pièce: il bluastro della follia esibita e credibile, il mood autunnale del disincanto e della fuga dal mondo (qui il pezzo di bravura nella scena coi consiglieri), il giallo ocra della “follia volontaria”. Tutto tra l’altro ben sottolineato dalle luci di Gigi Saccomandi.
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Dido & Sigfrido

Rabbado

la dedica di R. Abbado

“Gigapost”, che spero leggerete sino in fondo, dedicato alla doppietta Dido&Aeneas/Jeune homme + concerto di ieri sera, quest’ultimo presenziato per il motivo che il gentilissimo M° Roberto Abbado si è fatto incomodare dal sottoscritto e gli ha firmato persino volentieri un autografo mentre era a tavola, rendendomi felice come un anatroccolo. Di lì la compera dei biglietti, inizialmente non in programma, è andata praticamente da sé. 

1a) I will go down with this ship: Dido And Aenas. Henry ti presento Salah: sfidando, nella “mia” data di giovedì 5, la serata viola che si rivelerà storica, il capolavoro in questione ci viene proposto all’OF in un allestimento veronese di due anni or sono, per la regia di Marina Bianchi. L’opera di Henry Purcell è una delle più note e forse più importanti di tutto il patrimonio melodrammatico, non solo inglese né solo barocco, e la potenza della vicenda mitologica (tratta per lo più da Virgilio) si desume anche dalla sua attualità, spingendoci a riflettere sul fatto che la nostra grandeur, con buona pace della xenofobia mild or strong, nasce da un gruppo di migranti turchi, seduttori di nobildonne, reimbarcatisi in Tunisia alla volta dell’Italia (poi si può aggiungere che, arrivati in Italia, si sono fatti la figlia del re e ne hanno ammazzato il fratello, ma non esageriamo). Più di tutto, per quel che ci interessa e forsemaforse compete, campeggiano la melodia bellissima – caleidoscopica però sempre, nel profondo, malinconica – e l’ispirato libretto di Nahum Tate. Il celeberrimo pianto di Didone, che è stato bene eseguito e – mercé anche una dozzina di ore di sonno arretrato – mi ha suscitato più di una lacrimuccia, lo avevo incrociato giorni fa anche nella colonna sonora di un film recente di cui mi sfugge il titolo.
Sull’apparato musicale s’innesta poi la struttura del masque che vede, accanto all’azione, la danza; il coro, dal canto suo, è sempre presente negli snodi chiave, sul modello greco.
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Pecunia non olet? La Signora Warren di Giuliana Lojodice alla Pergola

Lojodice

Giuliana Lojodice – foto Tommaso Le Pera

45 anni e sentirli. Perlomeno, però, ho ricevuto dei bellissimi regali di compleanno. Uno di questi, su una certa insistenza dello scrivente, è stato un palco al Teatro della Pergola per assistere alla pièce à six di George Bernard Shaw, La professione della Signora Warren, con la regia di Giancarlo Sepe e come protagonisti due carichi da undici della scena teatrale nazionale: Giuliana Lojodice e Giuseppe Pambieri. Si è trattato di uno spettacolo godibile, non entusiasmante anche per fattori ambientali di cui parleremo, ma che senza dubbio si lascia gustare, e che quindi non deluderà chi deciderà di assistervi negli ultimi due giorni di programmazione fiorentina, stasera e domani.

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Der schön Müller

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Trois petites filles (apres la leçon), 1898

con la prima nota del 2015, giocando per inversionem con l’amato Schubert nel titolo, non posso esimermi dallo spronare i miei 2,5 lettori a recarsi alla Libreria Antiquaria Gonnelli (Via Ricasoli, vicino al Duomo e dirimpetto al dormiente Niccolini) per sorbirsi la temporanea dedicata ad Alfredo Müller (1869-1939) negli 85 anni dalla sua prima esposizione proprio presso questa sede. La mostra, a ingresso gratuito, continua fino al 6 febbraio e quindi per una volta scrivo in tempo utile…
Le trentasei opere esposte testimoniano al meglio la parabola dell’Artista di natali livornesi e passaporto svizzero, che visse intrecciò relazioni artistiche e dipinse anche a Firenze ma che incise, se non erro, esclusivamente a Parigi.
Se l’eclettismo di Müller è sia tecnico (pittura e incisione in quantità bilanciate) che soggettivo (vedute, suggestioni orientali, reminiscenze classiche, ambientazioni Belle époque o carnascialesche, tematiche dantesche e perfino un ritratto beethoveniano), ravviso i suoi massimi risultati nell’incisione da un lato, nello studio della figura femminile – in duo o gruppo – dall’altro.

Les Confidences, 1904

Les Confidences, 1904

Due le prove che mi hanno colpito su tutte: le Trois petites filles Les Confidences, datate rispettivamente 1898 e 1904. Nella prima, acquaforte e acquatinta a colori, i mezzitoni pastello assecondano l’eleganza dello studio figurale a tre, senza distrarre dall’andamento mollemente avvitato (le tre fanciulle formano, se volete e mi perdonate il richiamo calcistico, una D “lassa” sullo stile del logo della Dynamo Kiev); la direzionalità diventa poi evidente nella seconda opera, puntasecca in cui l’intera figura che ci fronteggia emerge da un ordito di tratti circolari, diafana e lunare, forse esangue a incarnare il peso di un segreto, e in contrapposizione con l’amica che ci dà le spalle ma è più vicina, nel maggior contrasto, alla intramondanità dello spettatore.
La mostra è anche l’occasione per celebrare l’uscita del catalogo ragionato, edito dall’Associazione Les amis d’Alfredo Müller, con sede a Strasburgo e la cui Presidente Hélène Koehl ho avuto il piacere di conoscere al vérnissage dello scorso 15, quando ha tenuto la lectio inaugurale. Da menzionare anche l’ottima cura di Emanuele Bardazzi.
Alcune foto nel gruppo faceb00k dedicato ad A.M.

R-ustioni di primo grado

img © orchestradellatoscana.it

giusto poche righe per dire che la vigilia di Natale ho ricevuto una sorpresa gradita, ossia un invito al Verdi per il concerto natalizio dell’Orchestra della Toscana, sul podio il trentunenne Direttore Principale Daniele Rustioni, che per la prima volta ho ammirato dal vivo. Ovvio che lo conoscevo di fama (e di gossip per la love story con la violinista Francesca Dego), ma lo avevo solo seguito per una prova d’orchestra teletrasmessa (Hindemith mi pare), e per il resto temevo che la sua carriera subisse uno stallo, invischiata nel clamore delle proteste dei loggionisti meneghini (arrivate fin sotto al mio ombrellone!!) in occasione del Ballo in maschera e del Trovatore, recentemente diretti alla Scala. Finalmente ho potuto vederlo alla prova e devo dire che ne è valsa la pena.

Il programma prevedeva in apertura la Leonore3 di LvB che purtroppo ho perso causa arrivo in ritardo della mia chaperonette; ho potuto però seguire per benino le Haydn-Variationen di Brahms e il Nuovo Mondo di Dvořák, quindi un’ora abbondante di musica.

Il direttore milanese, stanti forse le circostanze festose, dirige con una gestualità esasperata (fa pure gli squat, magari in previsione dei cenoni), ma quel che conta è la lettura musicale, e questa è stata equilibrata e attenta a non cadere nella faciloneria. Non si tratta di partiture che necessitano epocali scavi ermeneutici; casomai, nella sinfonia, occorre stare attenti, dal mio punto di vista, a che negli episodi lirici – esempio il secondo tema del primo movimento – non si ecceda in romanticismo con ritardando etc.; stesso discorso, a contrario, per il finale in cui si rischia di perdere equilibrio e finire convulsivamente in una strombazzata. Tutto scongiurato per fortuna. E letture flawless o giù di lì.

Inoltre la OdT ha suonato davvero bene, ben sopra ai livelli in cui la ricordavo (pur non essendo habitué del Verdi ho ascoltato Argerich, Hogwood e altri). Unico punto debole, ancora un quid minus di forza nel gruppo dei primi violini in rapporto al restante dell’orchestra, quid che peraltro non ha impedito a tutti di esprimersi molto bene, ieraticamente, nel finale delle variazioni brahmsiane. Ciò è segno che Rustioni trasmette con efficacia la sua visione ai professori d’orchestra e ne riscuote la fiducia.

Serata dunque gradevole in coda al 2014, pubblico caloroso ed encore augurale nella quinta Danza Ungherese eseguita in stile NeuJahrsKonzert, con (tentativo di) battimani a tempo.

Auguro anch’io a voi tutti un buon 2015, anno in cui spero (di star meglio e conseguentemente) di incrociare nuovamente questo direttore, magari alle prese con qualcosa di novecentesco.

io son di Sir John Falstaff (e di Herr Anton)

Questa settimana, preso tra varie novità, ho soggiornato in maniera reiterata all’Opera di Firenze con una piacevole doppietta: Falstaff martedì 2 e Zukerman/Mehta mercoledì 3. Ho rivisto alcuni amici che mi hanno salutato calorosamente, ho smosso dalla poltrona o dall’aperitivo e portato a teatro parenti e congiunti, e mi son goduto ottima musica. Volendo occuparmi di entrambe le serate mi scuserete per la lunghezza del post.

Inizierei col Falstaff del 2, anche perché ci sono ancora tre date utili per ammirarlo, sebbene io desideri invogliarvi ad afferrare, se possibile, i (verosimilmente ultimi) posti per domenica 7, data di congedo di Ambrogio Maestri nel ruolo principale.
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Cuius regio eius et religio: il Grande Inquisitore di Orsini alla Pergola

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Umberto Orsini e Leonardo Capuano © Teatro della Pergola – no copyright infringement intended

Non sapevo che il buon Fëdor e Madrehhh fossero nati entrambi l’undici novembre del 1821 (scherzo ma’). Ciò ha determinato due eventi: il primo che per il compleanno decidessi di regalarle una sera a teatro, il secondo che la La leggenda del Grande Inquisitore avesse la sua prémiere fiorentina proprio in data di ieri.
Così ci siamo trovati alla Pergola e vorrei parlarvi in tempo utile di questo spettacolo, che – lo dico subito – mi è piaciuto senza incantarmi ma che merita di essere visto, oltre che per la bravura di Umberto Orsini, per i molti piani di suggestione e rimuginazione che offre.
Ciò si evince già a partire dall’innervatura drammaturgica: “la leggenda”, vale a dire la creazione letteraria di Ivan Karamazov che – nel romanzo – vive nel racconto che egli ne fa al fratello Alioscia, non è il nucleo della serata, ma piuttosto la apoteosi attoriale che arriva al termine di una riflessione sullo stesso personaggio di Ivan, condotta in un gioco di doppio col suo “demone”, nelle due parti precedenti.
Già, perché lo spettacolo, pur essendo ad atto unico, è idealmente tripartito. Un esordio di trenta minuti tutto affidato alla gestualità e all’oggettistica, con due soli incisi di parlato che si preciseranno in seguito; poi una parte anche parlata di mezz’ora abbondante in cui ciò che era stato anticipato viene ripercorso, chiarificato e ampliato (in questo i due blocchi mi fanno pensare a una versione “non ricombinatoria” di Mulholland Drive); infine come detto il pezzo di bravura, quindici minuti di Orsini con la declinazione della leggenda vera e propria.
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Nelle stanze di Michelucci (per una settimana ancora)

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un particolare architettonico del complesso progettato da G.M. (foto © EnteCRF)

voglio segnalarvi che ancora fino a martedì 11 è visitabile, gratuitamente, l’esposizione dell’Ente CRF situata appunto al primo piano del Palazzo di Via Bufalini, storica sede – progettata appunto da Giovanni Michelucci – degli uffici che ora si sono spostati a Novoli. Due ampie stanze contengono alcune collezioni e fondi acquisiti dall’Ente, tra cui si segnala quello del poeta Alessandro Parronchi. Mostra veloce, tempo di visita direi una mezz’ora, contrassegnata da nomi noti e cari (Soffici; Viani – mio Autore feticcio, peraltro la prova qui esposta non è tra le indimenticabili; molto invece mi è piaciuto quanto esposto di Marcucci) e da curiosità quali un pastello “debussian-mallarmeano” di Montale; della passione del costui per l’arte visiva già sapevo dal 2007, quando mi fu amorevolmente e consanguineamente donata una riedizione (a cura della Fondazione Il Bisonte di Simone Guaita) del libro – in origine Vallecchi 1968 – in cui “l’Eugenio civile” e il pittore Beppe Bongi si scambiavano di ruolo, il secondo con un ciclo di poesie e il primo con sei acquerelli.
Su facebook, come ormai mi capita di consueto, ho raccolto pochissimi scatti, e nemmeno delle opere più significative. A maggior ragione vi invito a spendere mezz’ora del vostro tempo in loco.
Per finire, una nota a margine: ho captato una conversazione in cui si mormorava, con beneficio d’inventario, che in futuro il piano che ospita la mostra possa essere adibito a esposizione permanente… speriamo.
E una postilla: proseguirà invece fino a gennaio, e parimenti gratis, la temporanea dedicata ad Alfredo Serri e ai “Pittori Moderni della Realtà”, ospitata al piano terreno. Non mi piace l’ispirazione di Serri, principalmente ritrattistica (fu allievo di Annigoni, che invece si ammira al piano superiore) e fatta di nature morte “culturali”, aride e quasi a declinare il suo bagaglio. Si salva qualche prova giovanile, assieme all’autoritratto provvidamente ironico di Carlo Guarienti che vedete tra le foto linkate sopra.

Aria nuova e vecchi respiri

gattiONF10 settembre. Comincia una nuova avventura. Finalmente faccio ingresso nel Nuovo Teatro dell’Opera e la sensazione che mi pervade è quella di un cambio passo. Struttura magniloquente e moderna, ampio foyer, auditorium finalmente concepito con una digradazione dei posti giusta per le altezze medie delle persone (quasi) a prova di dolicocefalo nel posto davanti, spazio per le gambe adeguatissimo anche per uno spilungone come lo scrivente. Orchestra a tiro di due braccia dalla prima fila, e senza barriere, come ai Berliner. Belle impressioni che, sarà un caso, si ripercuotono anche nella percezione di una maggiore educazione diffusa: platea pienissima ma niente tubercolario (!) niente salotto e pochissimi scarti di caramella o bracciali tintinnanti. Insomma, sembrava di non essere in Italia. In quest’estasi mi è parso addirittura di avvertire un piacevole abbassamento dell’età media dell’audience, con punte di figanza considerevoli (consentitemi il considerevoli, smile). Sarà la bellezza 2.0 che tutto move oggidì.
Condizioni ideali del terreno di gioco, avrebbe detto Sandro Ciotti, almeno in platea (nelle gallerie non so; la cosa strana è che dal basso, collocandosi quasi all’altezza del podio si vedono al massimo le prime due file…)

A questo punto bisogna considerare l’acustica del luogo e la performance della serata, che vedeva la storica Orchestre National de France col suo direttore musicale Daniele Gatti sul podio. Gatti lo abbiamo già ascoltato al Verdi tempo fa (2006), e forse aliunde, non ricordo; ultimamente è spesso qui e poiché Mehta non è più un ragazzino c’è chi fa due più due. Vedremo.
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