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avvistamenti biennali: di nuovo all’OF per i Berliner e Dudamel

IMG_5521Come potrebbe facilmente accertare chi si prendesse la briga di scorrere l’archivio storico di questo ormai parco blog, le mie frequentazioni del “maggio” un tempo erano intensissime (il culmine un decennio fa); però il tempo ha dato un colore diverso ai reciproci destini e ora mi trovo a non esserci quasi mai. Succede però mirabilmente che io venga ogni tanto sorpreso da un imprevisto amicale e benevolente, come quello che mi ha portato ieri ad assistere al concerto speciale dei Berliner sotto la bacchetta di Gustavo Dudamel. Una serie di circostanze temporali di riferimento: non varcavo la soglia dell’OF da ben due anni e un giorno (per il Pélleas Gattesco); ieri era il “compleanno” di Abbado – avrebbe compiuto 84 primavere – al qual nume Dudamel è legato stretto, come ognun sa. Prime time per me per ascoltare la bacchetta venezuelana, ma non per i Berliner che udii e venerai a casa loro in prossimità del Natale 2009.
Ciò detto, non mi aspettavo un teatro pieno, con molti giovani (visto che i biglietti andavano fino a 250€); del pari non mi aspettavo una performance memorabile perché, in soldoni, credo che, quando le orchestre sono in tournée, un po’ di mestiere e ripetitività facciano da resistenza allo scavo e alla ricerca dell’eccellenza. In questo senso portavano anche i brani wagneriani dalla Tetralogia previsti nella seconda metà del concerto; mentre la prima metà era occupata dalla Renana di Schumann.
Qualche scarna nota tecnica scrostandosi di dosso la ruggine della lunga assenza. Il concerto è stato a mio avviso soddisfacente e ha portato alle mie orecchie alcune soluzioni interessanti. L’interpretazione della Renana è stata piacevole, benché non certo contrassegnata da slanci romantici. Spiccava la prima parte dello scherzo (Sehr mäßig, secondo movimento): nitore del timbro; precisione negli attacchi; un filo di perle la dinamica. Più fiacco il Nicht schnell successivo. Bene il fugato nel Feierlich, “maestoso” quarto movimento anche se si poteva osare più forza nel ritorno del tema principale.
La seconda parte del concerto mi ha in effetti catturato meno, come sempre accade “crescendo” (diciamo pure invecchiando), quando gli “estratti” diventano un palliativo in rapporto a un’opera o un suo atto. È stato poi fatto notare che i cinque estratti non erano disposti in ordine cronologico, ovviamente per portare in coda la cavalcata delle Valchirie: poteva starci anche di chiudere con la marcia funebre di Sigfrido, benché meno d’effetto. Una esecuzione quasi col pilota automatico per la migliore orchestra al mondo. Stesso dicasi per l’encore, cioè il Liebestod orchestrale. Nonostante ciò, un paio di dettagli interpretativi, che valuto in maniera opposta: ottima la sezione violini messa liricamente in risalto nel Mormorio della foresta; un certo stringendo nel climax della Trauermarsch che la rendeva un filo prosaica.
È stato comunque un bell’incedere e un bell’ascoltare. Arrivederci a giugno 2019? Spero un po’ prima 😉

un bicchiere di Brunello. La prima serata della sua Odissea Bach alla Pergola

il frontespizio delle suite: solo trascritte o addirittura composte dalla mogliettina? (img PD wiki)

Chiedendo scusa immediatamente per l’inflazionatissimo bisenso nel titolo, la prima cosa da scrivere è che il concerto alla Pergola di ieri, che ha visto protagonista solitario il violoncellista Mario Brunello, è il primo di un ciclo bachiano in cui il maestro propone non solo le suites per violoncello ma anche le sonatepartite trasposte per violoncello piccolo a quattro corde. Ieri il primo tassello, con le suite 1 e 4, la prima sonata e la seconda partita. Ciò nell’ambito di un progetto “Odissea Bach” che, a cura degli Amici della Musica di Firenze, vede coinvolti per esempio anche Angela Hewitt e Pietro Di Maria al pianoforte.
Questa sera alle ore 21 al Saloncino della Pergola si prosegue con altre due suite e altre due trasposizioni. Per cui se potete andate. La data di chiusura, cioè la terza serata Brunello in cui il cerchio delle dodici composizioni dovrebbe chiudersi, non è ancora stata comunicata, a quanto leggo.

È stato bello ritrovare la verve esecutiva del violoncellista di Castelfranco Veneto a distanza di dodici anni da un febbraio del 2005 in cui lo ascoltai (sempre alla Pergola) assieme nientemeno che al Quartetto Alban Berg, impegnato nel superquintetto di Schubert.
Di più: l’evento solistico è servito per coglierne, oltre al talento, la simpatia e persino la disponibilità dialogica con cui, prima dell’esecuzione, ha “fatto gli onori di casa” e ampiamente presentato al pubblico i due ospiti, vale a dire il violoncello e il violoncello piccolo. Spiegando, anche con una punta di humour, la questione esecutiva della sesta suite (ieri non eseguita), della cd. viola pomposa di Bach e di come alcuni studi recenti l’abbiano ormai ricondotta a un violoncello da spalla a 5 corde (assimilabile nel suono al piccolo da gamba a quattro usato ieri), e perfino della paternità dell’opera (uno studioso australiano ritiene che Ana Magdalena Bach non abbia solo trascritto le suite ma le abbia proprio composte!).
Tutta questa fluidità esegetica – e, credo, anche emozionale – ha portato Brunello a cercare una espansione virtuosistica non solo eseguendo la sesta suite al violoncello piccolo (cosa che per un certo periodo ha avuto qualche remora a fare: cfr. questa intervista del 2010 tratta da “Musica”), ma trasponendo anche l’opera bachiana per violino solo un’ottava più in basso. E godendo così di tutte le possibilità di fraseggio che uno strumento più ridotto può garantire.
Abbiamo dunque avuto la possibilità di ascoltare uno stesso esecutore impegnato – per citare i celeberrimi “opposti” del concerto di ieri – sia nel preludio della prima suite che nella ciaccona della seconda partita! Cosa rara, direbbe Don Giovanni.

Virtuosistico e per nulla ieratico (per attrazione del programma “violinistico”, si potrebbe dire), è il taglio che Brunello ha dato alla sua ben conosciuta interpretazione delle stesse suite per violoncello “canonico”. Molto staccato, molto andamento di danza (giustamente), molto in agilità sulle quartine non articolate dello stesso celebre preludio in do maggiore. Il brano meglio eseguito? La giga che conclude la quarta suite: meravigliosa, trascinante, con perfetto senso del tempo e gran chiarezza espositiva. Quarta suite, a proposito, che da sempre Brunello traspone dall’originario mi bemolle al sol per dare omogeneità tonale alla raccolta.
La mia attenzione però, come è ovvio, era catalizzata dalle trasposizioni sul piccolo.
L’impatto, cioè l’adagio iniziale della prima sonata, è stato fantastico. In questo passo, come pure nella sarabanda della seconda partita, il tempo lento e la tessitura non troppo avanti hanno restituito in pieno la peculiarità di colore, colore ambrato (volevo dire bruno ma non mi pare il caso) che il violoncello piccolo riesce a conferire rispetto al violino: una grave morbidezza che è sobria esplorazione del dolore.
Ugualmente, peraltro, è venuta fuori tutta la vertiginosa difficoltà delle sonate e partite, come pure la loro ricerca della polifonia attraverso passaggi spesso autenticamente accordali. E in certi punti delle celebri fuga (dalla prima sonata) e ciaccona (dalla seconda partita) qualche fatica si è avvertita. Continuo, tirando le somme e tirando in ballo la mia sensibilità, a ritenere queste partiture congeniali più al violino che al violoncello; ma sono grato a Brunello per questa sua generosità, sempre condotta su buoni livelli qualitativi, e per avermi dischiuso le porte di un approccio differente.

Non va dimenticato, infine, che la serata di ieri e quella di oggi sono dedicate a un gigante del violoncello e di tutta la musica: “Slava” Rostropovič, che proprio oggi avrebbe compiuto novant’anni e del quale esattamente tra un mese ricorre il decennale dalla scomparsa. 27 marzo e 27 aprile: una eterodossa applicazione della “regola del 27” tristemente nota in campo rock…
Brunello gli ha tributato l’encore chiamato dal pubblico del gremito saloncino. E ha eseguito una musica per me bellissima, originaria della Baku che ha dato i natali a Slava. Il titolo non l’ho captato bene (havon havon o giù di lì): richiamato da alcune note in pizzicato, è un lamento tutto giocato sulla prima corda, in cui il violoncellista è riuscito a dare al suo violoncello un suono “persiano”, ricordandomi certi strumenti che ho sentito nei dischi di world music, o più probabilmente riuscendo perfettamente a imitare, sulle note più gravi, il timbro del kamancheh azerbaigiano.

un risveglio: il Quartetto Guadagnini agli “Amici”

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img © twitter.com/qguadagnini

È stato bello, grazie a un’amica, rompere improvvisamente il mio “gran digiuno” di musica dal vivo – un digiuno che stava quasi per sfociare nei due anni giuridicamente bastevoli per una dichiarazione di assenza – per seguire il giovane Quartetto Guadagnini di scena domenica scorsa al Saloncino della Pergola, per gli Amici della musica. Il programma, con Schubert Bartók e Colasanti, era così invitante da farmi snobbare persino la Beneamata (ma  è andata bene anche con Lei. Esultare “in differita” alle 1:13 am per un goal segnato alle 9:28 del giorno prima, svegliando tutti? Fatto).
Il programma, dicevo: due capisaldi della letteratura quartettistica – il Rosamunde di Schubert e il Quarto di Bartók – incastonavano una rarità, ovvero le Tre notti di Silvia Colasanti, compositrice che a Firenze abbiamo apprezzato in due edizioni del Maggio per la sua messa in opera della Metamorfosi kafkiana. Forse per il carattere policromo della scrittura di Colasanti, la cornice voleva forse sottolineare la tavolozza dinamica, lo strumentario in possesso di Autrice e interpreti. Ecco allora una Rosamunda marcatamente intimista soprattutto nei primi due movimenti, eseguiti forse troppo in punta di piedi, con un timido risveglio solo a partire dal menuetto. Di ben altro spessore la resa della composizione bartokiana del 1928, muscolare e con la giusta attenzione ritmica, dall’agogica serrata ma capace di trovare equilibrio in quel capolavoro della musica di ogni tempo che è il movimento centrale: il non troppo lento in cui il superbo recitativo del violoncello viene introdotto da un tappeto sonoro degli altri tre strumenti e successivamente li coinvolge uno dopo l’altro.
Al centro, le tre notti colasantiane. Composizione espressamente dedicata al Quartetto Guadagnini e proposta autonomamente, anche se l’estate scorsa a Spoleto si è innestata entro un progetto più ampio, ossia i Tre risvegli della poetessa Patrizia Cavalli con la regia di Mario Martone e la verve scenica di Alba Rohrwacher. Si tratta dunque di una complessa sequenza notturna-onirica propedeutica a risvegli e meditazioni. Sequenza in cui terzine e vorticose scale rimbalzanti da uno strumento all’altro si sciolgono, volta per volta, in rarefatti cantabili o valzer, rasserenanti ma a loro volta attraversati da perturbazioni nervose sotto forma di lunghissimi legati dei violini. Mi ha ricordato da vicino, con altri stilemi ovviamente, il grande sogno lisergico della Symphonie fantastique. I quattro interpreti, giocando anche “in casa”, tra le mura amiche di una composizione pensata per le loro caratteristiche, hanno qui dato fondo al loro talento, e l’esito è certamente il migliore della serata. Se non ci fosse già, ne auspico e attendo un’incisione discografica.
Dopo l’encore bachiano – il Contrapunctus I da L’arte della fuga – rincaso felice di questo mio risveglio alla dimensione musicale dal vivo. Spiace per il poco (ma educatissimo) pubblico che spesso accompagna la musica da camera; ciò peraltro da un punto di vista biecamente utilitaristico mi ha consentito di godermi la serata senza nervosismi.

Forse non lo so neppure io chi sono: “Memorie di un pazzo” con Andrea Buscemi

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Andrea Buscemi in un’edizione passata dello spettacolo (img copyright come sopra, no infringement intended)

Ieri pomeriggio sono stato al Teatro Le Laudi per assistere alle Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol’, proposte e interpretate da Andrea Buscemi nella traduzione e adattamento che ne operò Roberto Lerici. Come sapete, si tratta di un “Racconto di Pietroburgo” in forma di monologo che ci fa assistere alla progressiva e inesorabile spersonalizzazione dell’impiegato Aksentij Ivanovic Popriščin, e nel quale Gogol’ ci ammannisce punte di genialità pura unita a profonda conoscenza psicologica; una per tutte, quella di immaginare – con effetto “specchio contro specchio” e sublimando la mania di persecuzione – un protagonista preso dall’allucinazione di un cane (Meggy!) che scrive lettere, e in queste lettere arriva a denigrarlo!
L’interpretazione di Buscemi è stata capace di restituire tutti i registri della “discesa nel Maelstrom della follia” dipinta dal grande narratore russo (ma mai nominata espressamente: nel racconto, se non erro, non compaiono mai, se non nel titolo o nel “lo amo alla follia” che la sanissima destinataria dell’amore di Aksentij tributa al suo rivale, i termini “pazzo/folle” o “pazzia/follia”; siamo in un monologo quindi stiamo osservando la pazzia “da dentro”, dalla prospettiva di chi ne è ignaro).

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#SalvatorRosa400 e i maestri incisori contemporanei: ultimi giorni al “Bisonte”

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Giorgio ROGGINO, Le rane, 1981, acquaforte, coll. priv. (immagine dal sito pagina.to.it)

Per gli amanti dell’arte incisoria questa settimana (fino a tutto venerdì 15) è l’ultima per poter ammirare, nei giorni feriali, una mostra fiorentina di alto livello, gratuita e snella. Simone Guaita e la Galleria Il Bisonte (via San Niccolò) sono soliti titillare il palato degli appassionati, e stavolta propongono alcune opere di Salvator Rosa (il 2015 era il 400enario della nascita) affiancate a 17 Maestri di oggi.
L’accostamento tra il classicismo di Rosa (un Autore di cui a Firenze molto si può ammirare – es. alla Palatina – e molto altro si potrebbe, penso per esempio alla splendida tela Lo spavento che è nel deposito degli Uffizi) e l’ispirazione – di matrice via via surrealista, mitologica, naturalista o anatomista – dei nostri contemporanei è forte, a valenza di ossimoro, costringendo forse a “una scelta di campo”; io in effetti, pur apprezzando molto le acqueforti e puntasecca seicentesche di Rosa, specie quelle dedicate a Diogene e Platone, mi sono trovato ad ammirare soprattutto le spettacolari realizzazioni mie coeve. Primi inter pares Agostino Arrivabene, Jakob Demus, Claudio Olivotto, Giorgio Roggino e Lanfranco Quadrio.
La visita richiede non più di un quarto d’ora/ venti minuti, ma non va mancata!

Pagina della mostra coi dettagli
Catalogo PDF (con un erratum sull’opera di Quadrio: non l’ala, ma le lucertole in lotta)
Servizio de Il Sole 24 Ore.

 

apre il Museo Amalia Ciardi Duprè! preview e qualche foto

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in alto le saracinesche, inizia l’avventura!

Quando apre un nuovo spazio artistico in città è sempre un giorno speciale. Se ne viene sempre arricchiti.
Oggi pomeriggio (dalle 15,30), in Via degli Artisti 54rosso, vede ufficialmente la luce il Museo Amalia Ciardi Duprè, destinato a proporre un’esposizione permanente della scultrice fiorentina discendente dal noto Giovanni, oltre a ospitare in futuro laboratori, attività culturali, temporanee di altri artisti.
Grazie alla gentilezza di Amalia e di alcuni amici comuni ho avuto l’imbeccata e l’occasione per assistere, ieri pomeriggio, al pre-apertura.
Ho approfittato per qualche scatto ai locali e alle opere che hanno avuto il maggiore impatto su di me; vi propongo il tutto, come al solito, in una bacheca su Pinterest.

Nonostante il – lieve e ampiamente percorribile a piedi – scostamento dal centro storico, lo spazio, moderno e discreto nei confronti del paesaggio urbano circostante, merita senz’altro una visita, per avere un’idea dell’apporto di Amalia alla scena fiorentina: importante, e per giunta non limitato alla creazione ma esteso anche alla propagazione del sapere artistico mediante l’insegnamento. Il tour tra le sculture si svolge principalmente lungo una grande sala e il suo soppalco, per un tempo che si può valutare attorno ai venti, massimo trenta minuti; ma gli snodi creativi sono rappresentati in maniera composita e tendenzialmente completa: sia per i materiali impiegati, sia per le dimensioni delle opere (dal grande Cristo sofferente che domina un lato del piano terreno, alle piccole sculture nelle nicchie), sia per il soggetto delle stesse. La collezione, comprensiva anche di alcuni disegni, si declina nell’utilizzo di bronzo, maiolica semplice o patinata, refrattario e semirefrattario; emerge un’attenzione alle tematiche e alle storie della religione o del mito, nonché verso la figura femminile, quest’ultima spesso còlta nel suo aspetto di maternità e fecondità; in tal senso vedo il gruppo maestoso che accoglie il visitatore nel mezzo dei due ingressi al Museo, raffigurante Persefone e soprattutto Demetra (dheghom mather, madre terra e dea della fecondità), come forte dichiarazione d’intenti, nel trait-d’-union tra archetipo e viscere; e forse non è un caso che sia stato proprio questo gruppo la prima opera posata nello spazio espositivo, com’è possibile riscontrare sul sito della Fondazione, cui vi rinvio per ogni informazione e per maggiori notizie su Amalia, comprese le sue preziose realizzazioni in Toscana (meravigliosa l’abside realizzata per una chiesa di Vincigliata) e nel resto d’Italia.

Grazie per questo nuovo spazio! E buona visita.

Firenze Capitale, la mostra a Palazzo Pitti

fig-2Ieri ho assistito alla serata d’apertura della Mostra Firenze Capitale, nel 150esimo dell’ospitalità che Palazzo Pitti concesse ai Savoia. La mostra (qui il suo sito ufficiale, da cui ho preso il ritratto del Re per mano di Antonio Dugoni) si è aperta ufficialmente oggi, andrà avanti un bel po’, e si potrà visitare congiuntamente colla Galleria d’Arte Moderna.
Vista l’importanza delle collezioni di quest’ultima, la domanda “vale la pena visitare Firenze Capitale?” è ampiamente vanificata per i primetimer. Ai quali, se le cose non son cambiate in meglio rispetto alla mia visita di un triennio fa, consiglierei di programmare per la mattina.

Quanto al valore aggiunto di questa temporanea, esso risiede soprattutto nel fatto che vengono aperti per l’occasione gli appartamenti della Duchessa d’Aosta, Anna di Francia, stanze normalmente non visitabili.
Il loro fascino è più nell’arredamento (e anche nell’oggettistica esposta, per esempio i finissimi ventagli) che nell’arte figurativa. Un patito di dipinti come lo scrivente fatica un po’ con l’arte italiana di metà ottocento, anche se non mancano le cose di pregio.
E poi ci sono le bellissime sculture in marmo di Carrara, prima tra tutti la Flora del carrarese Giuseppe Ferdinando Lazzerini, opera restaurata di recente e ancora più bella con lo sfondo blu dell’allestimento.
Dal punto di vista personale, infine, mi ha colpito la presenza dei ritratti di quattro ottocenteschi “prìncipi degli studi” del Collegio Alla Querce. Per chi non lo conoscesse, si tratta di uno storico Istituto parificato di Firenze, gestito dai Padri Barnabiti fin verso il 2005, quando ahimè fu travolto da problemi di vario genere che ne han decretato la chiusura. L’usanza di decretare i “prìncipi”, ossia i diplomati più meritevoli nell’arco di tutto il liceo, e premiarli con medaglia e “onore dell’effigie” che veniva custodita nelle aule più prestigiose del collegio, è andata avanti anno dopo anno fino alla fine, e anche il modesto scrivente si fregiò del titolo alla sua maturità, nel 1988. Alla serrata dell’Istituto i quadri – che ogni principe faceva realizzare a sue spese e conferiva – han seguìto i Barnabiti (per fortuna, dopotutto, visto il successivo stato di abbandono dell’immobile) e quindi vedere queste tele dei primi studenti sottratte al mistero e all’oblio è stato un autentico flashback.

Ho provato a immortalare qualcosa e ho collocato le mie foto in questa bacheca Pinterest. Spero possano invogliarvi.

#BIAF2015 – per immagini

L'immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini...

L’immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini.

Non voglio attardarmi in articolesse come feci due anni fa, visto che i giorni sono pochi (ma non troppo pochi). Avete quattro giorni pieni, da stamattina a tutta domenica, per visitare la Biennale dell’Antiquariato 2015. E anche stavolta ne vale la pena. Per far prima (la visione invoglia assai più della parola) ho creato una bacheca pinterest con le mie scelte personali: clicca qui per visualizzarla.
Dovessi proprio portarmi via una cosetta nella distrazione generale, penso che sceglierei uno tra Schiele, Giordano, Boldini. Mentre il premio per lo stand che tra i 78 (due più del 2013) mi ha coinvolto di più lo darei proprio all’ultimo, cioè a Copetti di Udine, coi lavori di Mascherini, Mirko Basaldella (fratello del più noto Afro), Corpora e altri. Dunque mantenete un po’ di energie in coda. Notevole anche l’omaggio a De Chirico di Frediano Farsetti (stand 69), dove potrete ammirare anche Le muse inquietanti.
E buon divertimento.
PS L’occasione è buona per rinviare a due mostre altrettanto importanti a venire: Munich Highlights (Halloween weekend) e Boldini a Milano (23.X/20.XII) presso Bottegantica.

Telegramma postumo da due spettacoli eccellenti: Dostoevskij con Lavia e Debussy con Gatti e Abbado jr.

Il titolo dice tutto. A volte pretermetto l’immediatezza della recensione, e il tempo passa. Ne ha fatto le spese per esempio l’ottima valchiria del 2007, di cui picchia e mena non ho mai parlato. In questi due casi ho traccheggiato anche perché entrambe le volte si trattava dell’ultima data, quindi non c’era nessuna urgenza “motivazionale” verso spettatori indecisi. Eccomi dunque qua a scrivere delle note ultratardive per due spettacoli di livello molto alto. Sarò brevissimo, scrivo – come quasi sempre – per me, memoria ne cadat.

Lavia

Gabriele Lavia in azione (foto mia)

Gabriele Lavia alla Pergola, l’otto maggio, inscena il Sogno di un uomo ridicolo in sostituzione della prevista Vita di Galileo brechtiana. Lo fa in un palcoscenico esteso fino a metà della platea, cosparso di terra, nudo, semplice, con solo la statua della bambina e una scrivania a simboleggiare l’alter ego suicida-dormiente. Lo fa con una prova d’attore maiuscola, un monologo di circa 90 minuti, totalizzante nella gamma espressiva, ma anche fisico, chiuso com’è il protagonista in una camicia di forza, con improvvise cadute a terra e risalite. Tutta la “partitura” dostoevskiana è resa con assoluta fedeltà, in un pensiero unico ricorsivo, un loop, un nastro senza fine: i bisbigli minimi di apertura sono il concludersi del monologo precedente, e alla fine avremo il da capo in dissolvenza… Colpisce duro la linearità del pensiero, dello snodo di partenza, della sentenza di emarginazione: un uomo ridicolo, un pazzo. Poi, il sogno, ossia la “Visione della Verità” da cui emerge un misticismo e naturalismo reso per intero, anche quando risulta un po’ anacronistico (l’attacco al diritto e alla scienza poteva essere visionario e attuale in un’epoca positivista, non certo in un’epoca, la nostra, che ritengo antipositivista par excellence, attaccando, come fa di continuo, così spesso proprio il pensiero razionale e scientifico). Ma questo non intacca certo la grande caratura della prova di un Gabriele Lavia chiamato in scena almeno una mezza dozzina di volte, e meritatamente.

1999-2015 - i  programmi di sala! :)

1999-2015 – i programmi di sala! 🙂

Oltre un mese e mezzo dopo, il venticinque di giugno, il Pelléas all’Opera di Firenze. Idealmente, la chiusura di un cerchio, per me che scrissi il mio primo pezzo consapevole di critica proprio per il Pelléas di fine giugno 1999, ed ebbi la fortuna di assistere alla direzione dello sfortunato Maestro Sinopoli, l’ultima sua opera fiorentina; una lettura brillante in un allestimento travolto da una brutta regia di Dieter Dorn. Questa volta è andato tutto bene, anzi magnificamente: il binomio orchestra e regia ha funzionato senza intoppi di rilievo, affiancato da un cast vocale tutto italiano (lo trovate declinato seguendo il link sopra) uniformemente all’altezza, anche se faziosamente – non me ne vogliano – ho prestato ai solisti e al coro poco orecchio… Non nascondo che tale è la bellezza della musica per cui sarei dispostissimo ad ascoltare tutta la partitura öhne Worte. Riflettori dunque sui professori del Maggio, ottimi nella tessitura operistica e soprattutto nei rigogliosi interludi sinfonici, guidati da un Daniele Gatti a suo agio (ben oltre il suo Prélude di mesi fa) e quasi mai appiattito, lungo l’opera, in quella visione tempisticamente dilatata che spesso aprioristicamente gli si addebita; capace di rapprendere all’occorrenza del capolavoro debussiano, di farlo ampiamente respirare ma anche di piegarlo drammaticamente come una stoffa, e mettere così in mostra la tavolozza acustica del Nuovo Teatro che poche volte ho sentito così al servizio della musica. L’apparato scenico, per la regia di Daniele Abbado, basa tutto su una struttura – ironia della sorte – circolare, anzi ellittica/monolitica che mi sembra interpretare un grande tema che scorre lungo l’opera: il tedio, la tristezza. “Mais la tristesse, Golaud…” dice Arkel lungo il quinto e ultimo atto. E questo grande anello di pietra la cui sommità si chiude sopra la testa non appena Mélisande incontra il futuro sposo Golaud e sigilla così (corrispondentemente con l’anello che come sapete perderà) la sua grigia sorte mi ricorda da vicino il primo verso dello Spleen LXXVIII baudelairiano: Quand le ciel bas et lourde pèse comme un couvercle… Seguendo poi l’andamento “umorale” di infelicità e felicità, quest’ultima legata soprattutto all’ingenuità di Pelléas: il cielo torna a mostrarsi, con un rovesciamento di piani, nella scena del pozzo, oppure nel riemergere alla luce del nostro eroe dopo l’insidia dei sotterranei. Scene molto raffinate e cromaticamente assai curate, tra un iniziale arancio-blu che riporta a un altro grande exploit recente del maggio, la Frau del 2010 e sfondi simil-Rothko nelle scene più cupe e presaghe. Notevole, in coda, la frattura tra apparato scenico ancora nel quarto atto e disadorno bianco del finale, ove Mélisande è verticalmente distesa in un tavolo quasi anatomopatologico. Una splendida esecuzione musicale non minata da una piccola caduta d’intonazione degli ottoni in una delle prime scene (avvertita con un sussulto anche dal mio vicino di posto, evidentemente oto-allenato), né dall’unico passo eccessivamente lento, l’inizio sinfonico della scena dei capelli; una regia di spessore non minata da una certa stonatura data dal comparire della scala antincendio (anzi, la sicurezza sul lavoro è importante! smile) né dalle extensions sartoriali (smile) di Mélisande, in luogo dei lunghi capelli.

Due serate che non scorderò.

Il Tartufo? Lo vorrei un po’ più AlgidO! Solenghi e Pagni alla Pergola

Pagni Solenghi

Pagni e Solenghi (foto mia, effettata e sgranatissima, ero lontano)

brevissima nota su Tartufo di Molière, la produzione 2014 del Teatro Stabile di Genova, in tournée alla Pergola fino al 17. Ero ieri a teatro.
Nella città in cui è stata ideata la “ravanellizzazione finale” del maggior partito della sinistra italiana (secondo la nota frase: “siamo come i ravanelli: rossi fuori ma bianchi dentro”, proclamata da fonte autorevole ma ora opportunamente sparita dai motori di ricerca), mettere in scena un testo in cui già nel 1664 si fece notare (con tumulto e poi necessità di varie revisioni) che le cose di Dio, che di bontate etc. etc. venivano portate avanti come vessilli per acciuffare le materiali e nasconderne cupidigia anche maggiore, comporta una palese e stuzzicante attualità – sia a livello politico, sia soprattutto di “forma mentis” dell’homo oeconomicus rampicans dei nostri tempi, che bon gré mal gré è in costante adeguamento, volontario o preterintenzionale, al macroscenario.
Peraltro, nella “tragicommedia”, la finissima caratterizzazione dei protagonisti di Tartufo e Orgone prevale sull’azione, piuttosto debole (basata sul molteplice raggiro senza resistenza alcuna e sul disvelamento mediante un artificio di seduzione); naturale quindi che la pièce, di due ore e oltre, non possa ridursi a mero scavo freudiano, ma chiami a una qualche enfasi. Continua a leggere →