Archivi tag: Daniel Barenboim

derby Fidelio

fidelioscala

© Repubblica.it

quasi irrealmente, una prima di Fidelio in cui son stati esaltati o comunque applauditi tutti, persino la regia che di solito è il poligono sicuro per veterani e adepti del #tiroallaScala. I siti #melozoici tacciono, i cecchini d’Arno sfornellano, e così via.
Per quanto ho potuto percepire in tv, direi che si è trattato di un bello spettacolo. Più che buono il cast vocale femminile con un’accurata Mergellina* (Mojca Erdmann, uguale a mia cugina I.) e una polmonare Anja Kampe come Lionor’/Fitelie*; buonino quello maschile (Kwangchoul Youn è un buon Rocc’*, gli altri routinari, Florestane* con un “meno”), Barenboim bene con più d’una punta d’autocompiacimento (Ouverture Leonore2 lenta nella prima parte; orchestra tanto sopra ai cantanti senza mercede alcuna della difficoltà di cert’arie), convincente (per gli #zeffirini: tollerabile) la regia di Deborah Warner che assieme ai suoi collaboratori posiziona l’opera in una fabbrica abbandonata, e in un crocevia antropologico tra galera e centro di prima accoglienza (ammesso che ci sia differenza), coi carcerieri con le pezze al culo quasi come i carcerati (e qui metteteci Pasolini e tutti i rilievi econometrici che volete). Bello il gioco delle luci a cura di Jean Kalman. Sul quartetto Mir ist mi sono un po’ commosso (forse avevo fame).
Due o tre riflessioni. Confortato da un frammento inedito di Dino Campana, mi verrebbe da chiosare così: caro Daniel-san, in questa landa ti tributano ovazioni quando sei (contrattualmente) morto, cioè quando te ne vai.
Seconda riflessione: adesso attendo col maggiore entusiasmo dato dal one-on-one la replica fiorentina con Mehta sul podio (27.04.15 e ss.).
Dovrei poi dire, calcisticamente parlando, che il Maestro, noto interista DOCG, avrebbe fatto meglio a sacrificarsi giornalisticamente e dilatare i tempi fin verso le ventitré, ma non lo dico. Ops l’ho detto. ScheiX.

(*non sapendo se trascrivere i nomi in italiano o in tedesco ho optato per la lectio sudista del professor Aloyisio Catinelle [trademark, presto lo conoscerete])

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passata è la gran festa/ la fricassea di cigno è ben digesta

applausi finali (e inno di Mameli retard) foto ©ilgiorno.it

Ragazzi, io scherzavo quando su twitter parlavo in “spartano” e preannunciavo che mi sarei goduto l’evento scaligero con la frase TONIGHT WE DINE WITH SWANS! Poi uno scopre che il cigno, in scena, non c’era, e pensa che se lo sian fatto fuori veramente! Con sta crisi ci può stare, chissà quante trattorie te lo passano come fagiano appena più stopposo…
Uscendo dallo scherzo (e dagli accidenti degli amici vegetariani/vegani/nemici di Actarus etc.), io giudico quello di ieri un bel Lohengrin tendente all’ottimo, ben diretto, con esiti completamente convincenti nel trio dei buoni (Kaufmann, Dasch, Pape), un po’ meno nel duo dei cattivoni (Telramund e Ortruda, non ricordo mai come si chiamano gl’interpreti, rimedio nel tag).
Ligio alla “regola Celibidache” che mi sono autoimposto, non mi profondo più in note di ascolto troppo dettagliate per gli spettacoli che vedo in tv o ascolto per radio. Potete trovare dei miei brevi appunti qui (e vi consiglio comunque di leggere tutto il post di Amfortas, che oltre al suo punto di vista raccoglie i pareri di altri commentatori assai competenti). Quello che non ho scritto in loco è che comunque i lati negativi dell’esecuzione non sono stati tali da rovinare il giudizio assolutamente positivo sullo Schwanenabend.

Due parole in più sulla regia che invece, a parte le lievissime miodesopsie di chi scrive, si può valutare con rispondenza anche via piccolo schermo.
Lohengrin a mio parere, per la presenza di elementi quali appunto cigno, cavaliere fulgente e maestoso nell’incedere, è un’opera attualizzabile solo a rischio di inimicarsi metà del loggione. Così è avvenuto, e a quanto dicono molti sono rimasti così avviliti dalla trasposizione che tale stato d’animo ha travolto anche gli altri parametri della recita.
Complice anche non più di uno stralcio dell’intervista a Guth captato nell’intervallo, ho ricostruito interpretativamente la regia in termini di nevrosi (con tanto di continuo grattarsi il braccio della protagonista) e di delirio da trauma adolescenziale. Questa tematica mi è cara attraverso la nota frase di Truffaut per cui tutto quello che siamo e saremo si determina ineluttabilmente dai 7 ai 16 anni di età (o giù di lì). Inoltre spiega alcune cose – Lohengrin che “arriva” e “torna” in realtà “nasce” e “muore” in posizione fetale, muove primi e ultimi passi tremante come un puledro sulle sue gambe, proprio perché è una creazione ectoplasmica di Elsa; Lohengrin, nel preludio al secondo atto (dove manco dovrebbe esserci) scruta i due cattivi che in stile Sesto senso non si accorgono di lui; Ortruda, sempre nel secondo atto, corregge Elsa al pianoforte con una bacchetta, tipo signora Rottenmeier che le impone di tenere la schiena dritta.
Il fratello-cigno dal canto suo (ragazzo con un’ala di cigno) è spesso sulla scena e questo mi fa decodificare la regia come una ricombinazione psicopatico-onirica di elementi facenti parte di un evento accaduto, secondo una sequenza differente. Lettura che è la stessa che associo a un capolavoro del cinema come Mulholland Drive.
Forse la giacca che Ortruda consegna a Elsa durante il preludio e la scarpa piena d’acqua che Lohengrin sulla scena indicano che “Brabantino” è (è stato) realmente annegato? Chissà. Forse questo spiega pure l’ecatombe finale.
Non ho l’esperienza per dire se questa chiave registica è trita e ritrita, però non ho ancora visto un focus su questi elementi specifici, e quindi li propongo.
In conclusione per me è filato quasi tutto liscio (il quasi, dal vivo, è pressoché ineludibile) e penso che questo Lohengrin scaligero si sia concretato in una produzione di livello, saldandosi idealmente al Tristan di qualche anno fa e neutralizzando gli insoddisfacenti S. Ambrogio degli anni intermedi tra questi due capolavori wagneriani.

Bizereuth?

Come ogni Sant’Ambrogio stasera si è consumato il rito della prima scaligera e del correlativo "appostamento in fossa da tiro al piattello" da parte di loggionisti, non scaligerofili e appassionati che per la maggior parte hanno visto o ascoltato da fuori il teatro, per skyclassica  (come me) o per radio: quindi con tutte le riserve che la ripresa audiovideo può suscitare rispetto all’esser lì di persona.
Quest’anno, a due ore dal termine del quarto atto, azzardo che le critiche saranno più attenuate rispetto alle bordate suscitate dal Don Carlo di Gatti dodici mesi or sono. Però qualcosa è già apparso, qualcos’altro apparirà. Continua a leggere →

Daniel-san

due righe a proposito del debutto scaligero, stringate come sempre, mercé l’ascolto radio-satellitare.
Campeggia lo straordinario stato di forma dell’orchestra, guidata da un “sosia di Billy Joel” in grande condizione. Una interpretazione eccezionale, caratterizzata da un suono invidiabile, mellifluo; e soprattutto da una agogica azzeccata in pieno, tra lentezze (accanto alle ricordate lezioni dei massimi interpeti, mi sembra ben tangibile quella bernsteiniana) e convulsioni cromatiche ben presenti ma non esasperate nell’effettistica. Continua a leggere →