Regale Branciaroli! (ovvero quando le recensioni vengon facili)

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“Enrico” Branciaroli nella parte centrale del dramma (foto mia)

ieri, bazzicando amoris prandiique causa in zona Pergola, ho avuto l’intuizione di non lasciarmi sfuggire la prova di Branciaroli e ho mandato la mia partner in crime a prendere due biglietti per l’Enrico IV, che, dopo l’esordio a Brescia (prod. CTB Brescia/Incamminati) dello scorso anno, chiude domani l’altro, proprio qui in riva d’Arno, una lunga tournée. Eravamo consci del fatto che (come quasi sempre per Pirandello) fosse quasi tutto esaurito e che quindi avremmo trovato posti un po’ scomodi (e così è stato: “posture incongrue”, come si dice in medicina del lavoro, e posizione alta e angolata), ma ne è valsa assolutamente la pena anche perché eravamo davvero a un metro e mezzo dagli attori.
Quanto alla recensione essa viene facile perché lo spettacolo è stato splendido, senza punti deboli, e sicuramente destinato a dettare – almeno nel regista e protagonista – un riferimento interpretativo obbligato per chi si accosterà al personaggio. Franco Branciaroli – e qui concordo con quanto lui stesso ha enfatizzato nel programma di sala – ha il magnetismo e la tecnica assoluta necessarie per restituire appieno e distintamente – “come iri da iri” direbbe Dante – le sfumature une e trine della caratterizzazione di Enrico lungo la pièce: il bluastro della follia esibita e credibile, il mood autunnale del disincanto e della fuga dal mondo (qui il pezzo di bravura nella scena coi consiglieri), il giallo ocra della “follia volontaria”. Tutto tra l’altro ben sottolineato dalle luci di Gigi Saccomandi.
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Dido & Sigfrido

Rabbado

la dedica di R. Abbado

“Gigapost”, che spero leggerete sino in fondo, dedicato alla doppietta Dido&Aeneas/Jeune homme + concerto di ieri sera, quest’ultimo presenziato per il motivo che il gentilissimo M° Roberto Abbado si è fatto incomodare dal sottoscritto e gli ha firmato persino volentieri un autografo mentre era a tavola, rendendomi felice come un anatroccolo. Di lì la compera dei biglietti, inizialmente non in programma, è andata praticamente da sé. 

1a) I will go down with this ship: Dido And Aenas. Henry ti presento Salah: sfidando, nella “mia” data di giovedì 5, la serata viola che si rivelerà storica, il capolavoro in questione ci viene proposto all’OF in un allestimento veronese di due anni or sono, per la regia di Marina Bianchi. L’opera di Henry Purcell è una delle più note e forse più importanti di tutto il patrimonio melodrammatico, non solo inglese né solo barocco, e la potenza della vicenda mitologica (tratta per lo più da Virgilio) si desume anche dalla sua attualità, spingendoci a riflettere sul fatto che la nostra grandeur, con buona pace della xenofobia mild or strong, nasce da un gruppo di migranti turchi, seduttori di nobildonne, reimbarcatisi in Tunisia alla volta dell’Italia (poi si può aggiungere che, arrivati in Italia, si sono fatti la figlia del re e ne hanno ammazzato il fratello, ma non esageriamo). Più di tutto, per quel che ci interessa e forsemaforse compete, campeggiano la melodia bellissima – caleidoscopica però sempre, nel profondo, malinconica – e l’ispirato libretto di Nahum Tate. Il celeberrimo pianto di Didone, che è stato bene eseguito e – mercé anche una dozzina di ore di sonno arretrato – mi ha suscitato più di una lacrimuccia, lo avevo incrociato giorni fa anche nella colonna sonora di un film recente di cui mi sfugge il titolo.
Sull’apparato musicale s’innesta poi la struttura del masque che vede, accanto all’azione, la danza; il coro, dal canto suo, è sempre presente negli snodi chiave, sul modello greco.
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Es funktioniert! Le Goldberg per trio d’archi a Villa Bertelli

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il Trio Mirò al lavoro su Bach 🙂 (foto mia)

Una delle benzine che alimentano il fuoco sacro di Johann Sebastian Bach presso la miriade di suoi appassionati è, oltre ovviamente al sublime della sua musica, il fatto che una medesima partitura possa essere proposta in diverse strumentazioni. Questo massimamente per L’arte della fuga, ove tra l’altro uno strumento principe non è nemmeno indicato; delle Variazioni Goldberg conoscevo invece versioni per clavicembalo o pianoforte, nonché la affascinante versione per arpa di Sylvain Blassel, uscita in cd non molti anni fa. Saputo quindi che stamattina a Villa Bertelli ci sarebbe stata un’esecuzione per trio d’archi, mi son prima un po’ preparato all’ascolto via youtube, poi son corso lì. Gli atout del matinée erano anche altri: l’ingresso gratuito e l’esecuzione da parte del Trio Mirò, ensemble lucchese formatosi nel 1981 per opera dei due fratelli Valenti (Carlo Alberto, violino & Claudio, viola) e del violoncellista Carlo Benvenuti.
L’interpretazione è stata buona, sempre nitida nel contrappunto e nell’intonazione, con una punta di eccellenza nella Variatio XIII (sarabanda), davvero inappuntabile.
A sé sta invece il ragionamento, valido per ogni trasposizione, sul “funzionamento”: per la positiva giocano l’estrema intellegibilità della struttura musicale, tripartita e quindi anatomizzata, se volete; in più mi è piacevolmente rimasto impresso l’uso del pizzicato nella Variatio XIX, che – come mi ha detto il violinista Carlo Alberto Benvenuti dopo il concerto – vuole restituire il colore del pianoforte. Peraltro questa risposta svela l’unico limite che ho ravvisato: l’impossibilità di dare questo colore quando invece occorrerebbe il forte e staccato. E l’ho ravvisato sull’ultima variazione (proposta anche come encore), il famoso Quodlibet, che dovrebbe essere fatto di melodie popolari… E dunque lo intendo come un festoso (e dinamicamente forte) ringraziamento che contrasti “propedeuticamente” col “naturalmente piano” dell’attacco dell’Aria da capo.
Ma questa è una mia lettura soggettiva, contrastante con quella del Trio che invece, forse ravvisandoci anche uno spirito domenicale di preghiera (in altri Autori il q. contiene anche citazioni da corali), ha scelto dinamiche soffuse. A differenza dei già linkati Raichlin/Imai/Maisky che (min. 51:20 ss.) si avvicinano di più alla mia visione (anche se continuo a preferire il q. per pf). Direi nel complesso che la versione per trio d’archi – da quanto ho sbirciato sul leggio, la più famosa, cioè quella di Dmitri Sitkovetsky anche se ne esistono altre, come quelle di Federico Sarudiansky o di Bruno Giuranna – tiene bene.

Post Scriptum per completezza: poche sensazioni mi ha suscitato, qualche minuto prima del concerto, lo sneak peek della mostra dedicata alle tele restaurate di Arturo Dazzi. Preferisco il Dazzi scultore, forse perché non mi esalta il soggetto dei suoi quadri – per lo più ritratti e nature morte/vive. Una rara eccezione per una bella Maternità che ho instagrammato in un particolare, giocoforza tagliando lo scuro busto incombente su madre e pupo.

Forse dell’alba al sorgere l’oste ci assalirà: I Puritani di Bellini all’Opera di Firenze (secondo cast)


Ho preso un esergo dal secondo atto che può essere mutato in duplice scherzo: se per oste intendiamo non l’hostis romano (come da libretto) bensì il taverniere, si ha un quadro della mia giovanezza. Se invece intendiamo il mio datore di lavoro, è profezia verosimile, dato che domani – ops, stamani – entrerò all’alba e rincoglionito dal poco sonno. 

Vi scrivo pertanto (sono le 2 e 43 ma il post lo vedrete alle 9 e mezza) poco più di un telegramma dallo spettacolo di ieri sera, principalmente per motivarvi ad andare stasera 5 oppure il 10 a teatro. Questi Puritani in scena all’Opera di Firenze, anche col secondo cast privo della mattatrice Jessica Pratt, van visti, almeno a quanto evinco dal mio sentiment personale: un non appassionato di bel canto che però ha passato una serata divertente, tra l’altro percepita trascorrere più in fretta delle tre ore e passa di durata.
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Pecunia non olet? La Signora Warren di Giuliana Lojodice alla Pergola

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Giuliana Lojodice – foto Tommaso Le Pera

45 anni e sentirli. Perlomeno, però, ho ricevuto dei bellissimi regali di compleanno. Uno di questi, su una certa insistenza dello scrivente, è stato un palco al Teatro della Pergola per assistere alla pièce à six di George Bernard Shaw, La professione della Signora Warren, con la regia di Giancarlo Sepe e come protagonisti due carichi da undici della scena teatrale nazionale: Giuliana Lojodice e Giuseppe Pambieri. Si è trattato di uno spettacolo godibile, non entusiasmante anche per fattori ambientali di cui parleremo, ma che senza dubbio si lascia gustare, e che quindi non deluderà chi deciderà di assistervi negli ultimi due giorni di programmazione fiorentina, stasera e domani.

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Der schön Müller

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Trois petites filles (apres la leçon), 1898

con la prima nota del 2015, giocando per inversionem con l’amato Schubert nel titolo, non posso esimermi dallo spronare i miei 2,5 lettori a recarsi alla Libreria Antiquaria Gonnelli (Via Ricasoli, vicino al Duomo e dirimpetto al dormiente Niccolini) per sorbirsi la temporanea dedicata ad Alfredo Müller (1869-1939) negli 85 anni dalla sua prima esposizione proprio presso questa sede. La mostra, a ingresso gratuito, continua fino al 6 febbraio e quindi per una volta scrivo in tempo utile…
Le trentasei opere esposte testimoniano al meglio la parabola dell’Artista di natali livornesi e passaporto svizzero, che visse intrecciò relazioni artistiche e dipinse anche a Firenze ma che incise, se non erro, esclusivamente a Parigi.
Se l’eclettismo di Müller è sia tecnico (pittura e incisione in quantità bilanciate) che soggettivo (vedute, suggestioni orientali, reminiscenze classiche, ambientazioni Belle époque o carnascialesche, tematiche dantesche e perfino un ritratto beethoveniano), ravviso i suoi massimi risultati nell’incisione da un lato, nello studio della figura femminile – in duo o gruppo – dall’altro.

Les Confidences, 1904

Les Confidences, 1904

Due le prove che mi hanno colpito su tutte: le Trois petites filles Les Confidences, datate rispettivamente 1898 e 1904. Nella prima, acquaforte e acquatinta a colori, i mezzitoni pastello assecondano l’eleganza dello studio figurale a tre, senza distrarre dall’andamento mollemente avvitato (le tre fanciulle formano, se volete e mi perdonate il richiamo calcistico, una D “lassa” sullo stile del logo della Dynamo Kiev); la direzionalità diventa poi evidente nella seconda opera, puntasecca in cui l’intera figura che ci fronteggia emerge da un ordito di tratti circolari, diafana e lunare, forse esangue a incarnare il peso di un segreto, e in contrapposizione con l’amica che ci dà le spalle ma è più vicina, nel maggior contrasto, alla intramondanità dello spettatore.
La mostra è anche l’occasione per celebrare l’uscita del catalogo ragionato, edito dall’Associazione Les amis d’Alfredo Müller, con sede a Strasburgo e la cui Presidente Hélène Koehl ho avuto il piacere di conoscere al vérnissage dello scorso 15, quando ha tenuto la lectio inaugurale. Da menzionare anche l’ottima cura di Emanuele Bardazzi.
Alcune foto nel gruppo faceb00k dedicato ad A.M.

Artisti X Forte 100: ultimi 5 giorni, da vedere

Stamattina c’era un bel sole, ho visitato come mi ero proposto la mostra Artisti X Forte 100 e al solito ne scrivo frettolosamente perché avrete solo questi 5 giorni (chiude domenica) per visitarla…

Antonio Possenti, I pesci volanti, 2013 (part.) – foto mia – no copyright infringement intended.

…si tratta, come spesso avviene, di una piacevole sorpresa, dato che coniuga gratuità della visita e ampiezza dell’offerta culturale, presentata tra l’altro in un ottimo spazio bene illuminato. Oltre cento artisti versiliesi o qui afferenti, un profluvio di opere in varia tecnica, quasi tutte concepite in loco et en plein air: così si chiudono le celebrazioni per il centenario comunale. Il life-span stesso dell’esposizione sembra coincidere con quello municipale: si va da uno Studio di Sironi del 1920 – o, se si vuole, da un ritratto carducciano per mano dello sfortunato pittore Giuseppe Viner (1875-1925), senza data ma forse più risalente – all’iperrealismo di Agostino Cancogni con un litorale con ombrellone, dell’anno appena trascorso – o, più brillantemente, al naïf giocoso di Possenti, del 2013.
Non posso soffermarmi sul parterre de roi; rilevo come la mostra sia ben coordinata con quanto ammirato in precedenza e in un caso addirittura col contestuale. Alcuni esempi: il Maccari de Le due poltrone era già stato presentato alla ArtClub della scorsa primavera; l’Uomo di Giuliano Vangi è il partner della Donna nel vento ammirata ne Le vie della scultura – ne condivide lo sviluppo spaziale “angolare”; di quella esposizione ritroviamo anche Arman, Moore, Dazzi, Guidi, Marini, Messina; quanto ad Arturo Dazzi, qui presente con una natura morta ittica, olio su tela degli anni ’50, lo ritroveremo anche nella personale in corso a Villa Bertelli sino a marzo. E che vedrò, spero, il prossimo weekend.
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R-ustioni di primo grado

img © orchestradellatoscana.it

giusto poche righe per dire che la vigilia di Natale ho ricevuto una sorpresa gradita, ossia un invito al Verdi per il concerto natalizio dell’Orchestra della Toscana, sul podio il trentunenne Direttore Principale Daniele Rustioni, che per la prima volta ho ammirato dal vivo. Ovvio che lo conoscevo di fama (e di gossip per la love story con la violinista Francesca Dego), ma lo avevo solo seguito per una prova d’orchestra teletrasmessa (Hindemith mi pare), e per il resto temevo che la sua carriera subisse uno stallo, invischiata nel clamore delle proteste dei loggionisti meneghini (arrivate fin sotto al mio ombrellone!!) in occasione del Ballo in maschera e del Trovatore, recentemente diretti alla Scala. Finalmente ho potuto vederlo alla prova e devo dire che ne è valsa la pena.

Il programma prevedeva in apertura la Leonore3 di LvB che purtroppo ho perso causa arrivo in ritardo della mia chaperonette; ho potuto però seguire per benino le Haydn-Variationen di Brahms e il Nuovo Mondo di Dvořák, quindi un’ora abbondante di musica.

Il direttore milanese, stanti forse le circostanze festose, dirige con una gestualità esasperata (fa pure gli squat, magari in previsione dei cenoni), ma quel che conta è la lettura musicale, e questa è stata equilibrata e attenta a non cadere nella faciloneria. Non si tratta di partiture che necessitano epocali scavi ermeneutici; casomai, nella sinfonia, occorre stare attenti, dal mio punto di vista, a che negli episodi lirici – esempio il secondo tema del primo movimento – non si ecceda in romanticismo con ritardando etc.; stesso discorso, a contrario, per il finale in cui si rischia di perdere equilibrio e finire convulsivamente in una strombazzata. Tutto scongiurato per fortuna. E letture flawless o giù di lì.

Inoltre la OdT ha suonato davvero bene, ben sopra ai livelli in cui la ricordavo (pur non essendo habitué del Verdi ho ascoltato Argerich, Hogwood e altri). Unico punto debole, ancora un quid minus di forza nel gruppo dei primi violini in rapporto al restante dell’orchestra, quid che peraltro non ha impedito a tutti di esprimersi molto bene, ieraticamente, nel finale delle variazioni brahmsiane. Ciò è segno che Rustioni trasmette con efficacia la sua visione ai professori d’orchestra e ne riscuote la fiducia.

Serata dunque gradevole in coda al 2014, pubblico caloroso ed encore augurale nella quinta Danza Ungherese eseguita in stile NeuJahrsKonzert, con (tentativo di) battimani a tempo.

Auguro anch’io a voi tutti un buon 2015, anno in cui spero (di star meglio e conseguentemente) di incrociare nuovamente questo direttore, magari alle prese con qualcosa di novecentesco.

derby Fidelio

fidelioscala

© Repubblica.it

quasi irrealmente, una prima di Fidelio in cui son stati esaltati o comunque applauditi tutti, persino la regia che di solito è il poligono sicuro per veterani e adepti del #tiroallaScala. I siti #melozoici tacciono, i cecchini d’Arno sfornellano, e così via.
Per quanto ho potuto percepire in tv, direi che si è trattato di un bello spettacolo. Più che buono il cast vocale femminile con un’accurata Mergellina* (Mojca Erdmann, uguale a mia cugina I.) e una polmonare Anja Kampe come Lionor’/Fitelie*; buonino quello maschile (Kwangchoul Youn è un buon Rocc’*, gli altri routinari, Florestane* con un “meno”), Barenboim bene con più d’una punta d’autocompiacimento (Ouverture Leonore2 lenta nella prima parte; orchestra tanto sopra ai cantanti senza mercede alcuna della difficoltà di cert’arie), convincente (per gli #zeffirini: tollerabile) la regia di Deborah Warner che assieme ai suoi collaboratori posiziona l’opera in una fabbrica abbandonata, e in un crocevia antropologico tra galera e centro di prima accoglienza (ammesso che ci sia differenza), coi carcerieri con le pezze al culo quasi come i carcerati (e qui metteteci Pasolini e tutti i rilievi econometrici che volete). Bello il gioco delle luci a cura di Jean Kalman. Sul quartetto Mir ist mi sono un po’ commosso (forse avevo fame).
Due o tre riflessioni. Confortato da un frammento inedito di Dino Campana, mi verrebbe da chiosare così: caro Daniel-san, in questa landa ti tributano ovazioni quando sei (contrattualmente) morto, cioè quando te ne vai.
Seconda riflessione: adesso attendo col maggiore entusiasmo dato dal one-on-one la replica fiorentina con Mehta sul podio (27.04.15 e ss.).
Dovrei poi dire, calcisticamente parlando, che il Maestro, noto interista DOCG, avrebbe fatto meglio a sacrificarsi giornalisticamente e dilatare i tempi fin verso le ventitré, ma non lo dico. Ops l’ho detto. ScheiX.

(*non sapendo se trascrivere i nomi in italiano o in tedesco ho optato per la lectio sudista del professor Aloyisio Catinelle [trademark, presto lo conoscerete])

io son di Sir John Falstaff (e di Herr Anton)

Questa settimana, preso tra varie novità, ho soggiornato in maniera reiterata all’Opera di Firenze con una piacevole doppietta: Falstaff martedì 2 e Zukerman/Mehta mercoledì 3. Ho rivisto alcuni amici che mi hanno salutato calorosamente, ho smosso dalla poltrona o dall’aperitivo e portato a teatro parenti e congiunti, e mi son goduto ottima musica. Volendo occuparmi di entrambe le serate mi scuserete per la lunghezza del post.

Inizierei col Falstaff del 2, anche perché ci sono ancora tre date utili per ammirarlo, sebbene io desideri invogliarvi ad afferrare, se possibile, i (verosimilmente ultimi) posti per domenica 7, data di congedo di Ambrogio Maestri nel ruolo principale.
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