#BIAF2015 – per immagini

L'immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini...

L’immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini.

Non voglio attardarmi in articolesse come feci due anni fa, visto che i giorni sono pochi (ma non troppo pochi). Avete quattro giorni pieni, da stamattina a tutta domenica, per visitare la Biennale dell’Antiquariato 2015. E anche stavolta ne vale la pena. Per far prima (la visione invoglia assai più della parola) ho creato una bacheca pinterest con le mie scelte personali: clicca qui per visualizzarla.
Dovessi proprio portarmi via una cosetta nella distrazione generale, penso che sceglierei uno tra Schiele, Giordano, Boldini. Mentre il premio per lo stand che tra i 78 (due più del 2013) mi ha coinvolto di più lo darei proprio all’ultimo, cioè a Copetti di Udine, coi lavori di Mascherini, Mirko Basaldella (fratello del più noto Afro), Corpora e altri. Dunque mantenete un po’ di energie in coda. Notevole anche l’omaggio a De Chirico di Frediano Farsetti (stand 69), dove potrete ammirare anche Le muse inquietanti.
E buon divertimento.
PS L’occasione è buona per rinviare a due mostre altrettanto importanti a venire: Munich Highlights (Halloween weekend) e Boldini a Milano (23.X/20.XII) presso Bottegantica.

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Eroine (d’opera!) a Villa Bertelli (ultimi giorni)

Ancora fino a lunedì 31 a Villa Bertelli, con ingresso libero e orario 17-23, potrete ammirare carteggi foto e testimonianze su Giorgio Strehler, ma più emozionanti ancora mi sono parse le ricostruzioni di alcuni costumi originali da parte degli allievi del Corso di Sarti per lo spettacolo dell’Accademia Teatro alla Scala. In particolare la “primissima” Desdemona di Alfredo Edel (5 febbraio 1887), la prima Violetta milanese del 1859, le eroine pucciniane nelle vesti di Adolf Hohenstein. Le mostre sono simbiotiche in quanto la sala “strehleriana” ospita quattro abiti di rappresentazioni più recenti. Un piccolo slideshow via smartphone “no copyright infringement intended”.

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Telegramma postumo da due spettacoli eccellenti: Dostoevskij con Lavia e Debussy con Gatti e Abbado jr.

Il titolo dice tutto. A volte pretermetto l’immediatezza della recensione, e il tempo passa. Ne ha fatto le spese per esempio l’ottima valchiria del 2007, di cui picchia e mena non ho mai parlato. In questi due casi ho traccheggiato anche perché entrambe le volte si trattava dell’ultima data, quindi non c’era nessuna urgenza “motivazionale” verso spettatori indecisi. Eccomi dunque qua a scrivere delle note ultratardive per due spettacoli di livello molto alto. Sarò brevissimo, scrivo – come quasi sempre – per me, memoria ne cadat.

Lavia

Gabriele Lavia in azione (foto mia)

Gabriele Lavia alla Pergola, l’otto maggio, inscena il Sogno di un uomo ridicolo in sostituzione della prevista Vita di Galileo brechtiana. Lo fa in un palcoscenico esteso fino a metà della platea, cosparso di terra, nudo, semplice, con solo la statua della bambina e una scrivania a simboleggiare l’alter ego suicida-dormiente. Lo fa con una prova d’attore maiuscola, un monologo di circa 90 minuti, totalizzante nella gamma espressiva, ma anche fisico, chiuso com’è il protagonista in una camicia di forza, con improvvise cadute a terra e risalite. Tutta la “partitura” dostoevskiana è resa con assoluta fedeltà, in un pensiero unico ricorsivo, un loop, un nastro senza fine: i bisbigli minimi di apertura sono il concludersi del monologo precedente, e alla fine avremo il da capo in dissolvenza… Colpisce duro la linearità del pensiero, dello snodo di partenza, della sentenza di emarginazione: un uomo ridicolo, un pazzo. Poi, il sogno, ossia la “Visione della Verità” da cui emerge un misticismo e naturalismo reso per intero, anche quando risulta un po’ anacronistico (l’attacco al diritto e alla scienza poteva essere visionario e attuale in un’epoca positivista, non certo in un’epoca, la nostra, che ritengo antipositivista par excellence, attaccando, come fa di continuo, così spesso proprio il pensiero razionale e scientifico). Ma questo non intacca certo la grande caratura della prova di un Gabriele Lavia chiamato in scena almeno una mezza dozzina di volte, e meritatamente.

1999-2015 - i  programmi di sala! :)

1999-2015 – i programmi di sala! 🙂

Oltre un mese e mezzo dopo, il venticinque di giugno, il Pelléas all’Opera di Firenze. Idealmente, la chiusura di un cerchio, per me che scrissi il mio primo pezzo consapevole di critica proprio per il Pelléas di fine giugno 1999, ed ebbi la fortuna di assistere alla direzione dello sfortunato Maestro Sinopoli, l’ultima sua opera fiorentina; una lettura brillante in un allestimento travolto da una brutta regia di Dieter Dorn. Questa volta è andato tutto bene, anzi magnificamente: il binomio orchestra e regia ha funzionato senza intoppi di rilievo, affiancato da un cast vocale tutto italiano (lo trovate declinato seguendo il link sopra) uniformemente all’altezza, anche se faziosamente – non me ne vogliano – ho prestato ai solisti e al coro poco orecchio… Non nascondo che tale è la bellezza della musica per cui sarei dispostissimo ad ascoltare tutta la partitura öhne Worte. Riflettori dunque sui professori del Maggio, ottimi nella tessitura operistica e soprattutto nei rigogliosi interludi sinfonici, guidati da un Daniele Gatti a suo agio (ben oltre il suo Prélude di mesi fa) e quasi mai appiattito, lungo l’opera, in quella visione tempisticamente dilatata che spesso aprioristicamente gli si addebita; capace di rapprendere all’occorrenza del capolavoro debussiano, di farlo ampiamente respirare ma anche di piegarlo drammaticamente come una stoffa, e mettere così in mostra la tavolozza acustica del Nuovo Teatro che poche volte ho sentito così al servizio della musica. L’apparato scenico, per la regia di Daniele Abbado, basa tutto su una struttura – ironia della sorte – circolare, anzi ellittica/monolitica che mi sembra interpretare un grande tema che scorre lungo l’opera: il tedio, la tristezza. “Mais la tristesse, Golaud…” dice Arkel lungo il quinto e ultimo atto. E questo grande anello di pietra la cui sommità si chiude sopra la testa non appena Mélisande incontra il futuro sposo Golaud e sigilla così (corrispondentemente con l’anello che come sapete perderà) la sua grigia sorte mi ricorda da vicino il primo verso dello Spleen LXXVIII baudelairiano: Quand le ciel bas et lourde pèse comme un couvercle… Seguendo poi l’andamento “umorale” di infelicità e felicità, quest’ultima legata soprattutto all’ingenuità di Pelléas: il cielo torna a mostrarsi, con un rovesciamento di piani, nella scena del pozzo, oppure nel riemergere alla luce del nostro eroe dopo l’insidia dei sotterranei. Scene molto raffinate e cromaticamente assai curate, tra un iniziale arancio-blu che riporta a un altro grande exploit recente del maggio, la Frau del 2010 e sfondi simil-Rothko nelle scene più cupe e presaghe. Notevole, in coda, la frattura tra apparato scenico ancora nel quarto atto e disadorno bianco del finale, ove Mélisande è verticalmente distesa in un tavolo quasi anatomopatologico. Una splendida esecuzione musicale non minata da una piccola caduta d’intonazione degli ottoni in una delle prime scene (avvertita con un sussulto anche dal mio vicino di posto, evidentemente oto-allenato), né dall’unico passo eccessivamente lento, l’inizio sinfonico della scena dei capelli; una regia di spessore non minata da una certa stonatura data dal comparire della scala antincendio (anzi, la sicurezza sul lavoro è importante! smile) né dalle extensions sartoriali (smile) di Mélisande, in luogo dei lunghi capelli.

Due serate che non scorderò.

“satira antipiretica”: la rivista Aspirina

aspirina

“The cats will know” 😉

siamo a tutti gli effetti nel weekend, e come ogni fine settimana Villa Bertelli, al Forte, sarà aperta. Vi invito, da qui al 7 giugno, a spendere una mezz’oretta per visitare la mostra antologica di Aspirina, rivista acetilsatirica al femminile, prima cartacea, ora online. Ho trovato le vignette attuali, azzeccate, foriere di pensieri. Ne avevo fotografata qualcuna ma il sito della rivista raccoglie, in libera consultazione, tutto quello che avevo scorto, così mi limito a inserirne una e a linkare alla pagina coi dettagli. Andate!

Il Tartufo? Lo vorrei un po’ più AlgidO! Solenghi e Pagni alla Pergola

Pagni Solenghi

Pagni e Solenghi (foto mia, effettata e sgranatissima, ero lontano)

brevissima nota su Tartufo di Molière, la produzione 2014 del Teatro Stabile di Genova, in tournée alla Pergola fino al 17. Ero ieri a teatro.
Nella città in cui è stata ideata la “ravanellizzazione finale” del maggior partito della sinistra italiana (secondo la nota frase: “siamo come i ravanelli: rossi fuori ma bianchi dentro”, proclamata da fonte autorevole ma ora opportunamente sparita dai motori di ricerca), mettere in scena un testo in cui già nel 1664 si fece notare (con tumulto e poi necessità di varie revisioni) che le cose di Dio, che di bontate etc. etc. venivano portate avanti come vessilli per acciuffare le materiali e nasconderne cupidigia anche maggiore, comporta una palese e stuzzicante attualità – sia a livello politico, sia soprattutto di “forma mentis” dell’homo oeconomicus rampicans dei nostri tempi, che bon gré mal gré è in costante adeguamento, volontario o preterintenzionale, al macroscenario.
Peraltro, nella “tragicommedia”, la finissima caratterizzazione dei protagonisti di Tartufo e Orgone prevale sull’azione, piuttosto debole (basata sul molteplice raggiro senza resistenza alcuna e sul disvelamento mediante un artificio di seduzione); naturale quindi che la pièce, di due ore e oltre, non possa ridursi a mero scavo freudiano, ma chiami a una qualche enfasi. Continua a leggere →

Regale Branciaroli! (ovvero quando le recensioni vengon facili)

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“Enrico” Branciaroli nella parte centrale del dramma (foto mia)

ieri, bazzicando amoris prandiique causa in zona Pergola, ho avuto l’intuizione di non lasciarmi sfuggire la prova di Branciaroli e ho mandato la mia partner in crime a prendere due biglietti per l’Enrico IV, che, dopo l’esordio a Brescia (prod. CTB Brescia/Incamminati) dello scorso anno, chiude domani l’altro, proprio qui in riva d’Arno, una lunga tournée. Eravamo consci del fatto che (come quasi sempre per Pirandello) fosse quasi tutto esaurito e che quindi avremmo trovato posti un po’ scomodi (e così è stato: “posture incongrue”, come si dice in medicina del lavoro, e posizione alta e angolata), ma ne è valsa assolutamente la pena anche perché eravamo davvero a un metro e mezzo dagli attori.
Quanto alla recensione essa viene facile perché lo spettacolo è stato splendido, senza punti deboli, e sicuramente destinato a dettare – almeno nel regista e protagonista – un riferimento interpretativo obbligato per chi si accosterà al personaggio. Franco Branciaroli – e qui concordo con quanto lui stesso ha enfatizzato nel programma di sala – ha il magnetismo e la tecnica assoluta necessarie per restituire appieno e distintamente – “come iri da iri” direbbe Dante – le sfumature une e trine della caratterizzazione di Enrico lungo la pièce: il bluastro della follia esibita e credibile, il mood autunnale del disincanto e della fuga dal mondo (qui il pezzo di bravura nella scena coi consiglieri), il giallo ocra della “follia volontaria”. Tutto tra l’altro ben sottolineato dalle luci di Gigi Saccomandi.
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Dido & Sigfrido

Rabbado

la dedica di R. Abbado

“Gigapost”, che spero leggerete sino in fondo, dedicato alla doppietta Dido&Aeneas/Jeune homme + concerto di ieri sera, quest’ultimo presenziato per il motivo che il gentilissimo M° Roberto Abbado si è fatto incomodare dal sottoscritto e gli ha firmato persino volentieri un autografo mentre era a tavola, rendendomi felice come un anatroccolo. Di lì la compera dei biglietti, inizialmente non in programma, è andata praticamente da sé. 

1a) I will go down with this ship: Dido And Aenas. Henry ti presento Salah: sfidando, nella “mia” data di giovedì 5, la serata viola che si rivelerà storica, il capolavoro in questione ci viene proposto all’OF in un allestimento veronese di due anni or sono, per la regia di Marina Bianchi. L’opera di Henry Purcell è una delle più note e forse più importanti di tutto il patrimonio melodrammatico, non solo inglese né solo barocco, e la potenza della vicenda mitologica (tratta per lo più da Virgilio) si desume anche dalla sua attualità, spingendoci a riflettere sul fatto che la nostra grandeur, con buona pace della xenofobia mild or strong, nasce da un gruppo di migranti turchi, seduttori di nobildonne, reimbarcatisi in Tunisia alla volta dell’Italia (poi si può aggiungere che, arrivati in Italia, si sono fatti la figlia del re e ne hanno ammazzato il fratello, ma non esageriamo). Più di tutto, per quel che ci interessa e forsemaforse compete, campeggiano la melodia bellissima – caleidoscopica però sempre, nel profondo, malinconica – e l’ispirato libretto di Nahum Tate. Il celeberrimo pianto di Didone, che è stato bene eseguito e – mercé anche una dozzina di ore di sonno arretrato – mi ha suscitato più di una lacrimuccia, lo avevo incrociato giorni fa anche nella colonna sonora di un film recente di cui mi sfugge il titolo.
Sull’apparato musicale s’innesta poi la struttura del masque che vede, accanto all’azione, la danza; il coro, dal canto suo, è sempre presente negli snodi chiave, sul modello greco.
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Es funktioniert! Le Goldberg per trio d’archi a Villa Bertelli

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il Trio Mirò al lavoro su Bach 🙂 (foto mia)

Una delle benzine che alimentano il fuoco sacro di Johann Sebastian Bach presso la miriade di suoi appassionati è, oltre ovviamente al sublime della sua musica, il fatto che una medesima partitura possa essere proposta in diverse strumentazioni. Questo massimamente per L’arte della fuga, ove tra l’altro uno strumento principe non è nemmeno indicato; delle Variazioni Goldberg conoscevo invece versioni per clavicembalo o pianoforte, nonché la affascinante versione per arpa di Sylvain Blassel, uscita in cd non molti anni fa. Saputo quindi che stamattina a Villa Bertelli ci sarebbe stata un’esecuzione per trio d’archi, mi son prima un po’ preparato all’ascolto via youtube, poi son corso lì. Gli atout del matinée erano anche altri: l’ingresso gratuito e l’esecuzione da parte del Trio Mirò, ensemble lucchese formatosi nel 1981 per opera dei due fratelli Valenti (Carlo Alberto, violino & Claudio, viola) e del violoncellista Carlo Benvenuti.
L’interpretazione è stata buona, sempre nitida nel contrappunto e nell’intonazione, con una punta di eccellenza nella Variatio XIII (sarabanda), davvero inappuntabile.
A sé sta invece il ragionamento, valido per ogni trasposizione, sul “funzionamento”: per la positiva giocano l’estrema intellegibilità della struttura musicale, tripartita e quindi anatomizzata, se volete; in più mi è piacevolmente rimasto impresso l’uso del pizzicato nella Variatio XIX, che – come mi ha detto il violinista Carlo Alberto Benvenuti dopo il concerto – vuole restituire il colore del pianoforte. Peraltro questa risposta svela l’unico limite che ho ravvisato: l’impossibilità di dare questo colore quando invece occorrerebbe il forte e staccato. E l’ho ravvisato sull’ultima variazione (proposta anche come encore), il famoso Quodlibet, che dovrebbe essere fatto di melodie popolari… E dunque lo intendo come un festoso (e dinamicamente forte) ringraziamento che contrasti “propedeuticamente” col “naturalmente piano” dell’attacco dell’Aria da capo.
Ma questa è una mia lettura soggettiva, contrastante con quella del Trio che invece, forse ravvisandoci anche uno spirito domenicale di preghiera (in altri Autori il q. contiene anche citazioni da corali), ha scelto dinamiche soffuse. A differenza dei già linkati Raichlin/Imai/Maisky che (min. 51:20 ss.) si avvicinano di più alla mia visione (anche se continuo a preferire il q. per pf). Direi nel complesso che la versione per trio d’archi – da quanto ho sbirciato sul leggio, la più famosa, cioè quella di Dmitri Sitkovetsky anche se ne esistono altre, come quelle di Federico Sarudiansky o di Bruno Giuranna – tiene bene.

Post Scriptum per completezza: poche sensazioni mi ha suscitato, qualche minuto prima del concerto, lo sneak peek della mostra dedicata alle tele restaurate di Arturo Dazzi. Preferisco il Dazzi scultore, forse perché non mi esalta il soggetto dei suoi quadri – per lo più ritratti e nature morte/vive. Una rara eccezione per una bella Maternità che ho instagrammato in un particolare, giocoforza tagliando lo scuro busto incombente su madre e pupo.

Forse dell’alba al sorgere l’oste ci assalirà: I Puritani di Bellini all’Opera di Firenze (secondo cast)


Ho preso un esergo dal secondo atto che può essere mutato in duplice scherzo: se per oste intendiamo non l’hostis romano (come da libretto) bensì il taverniere, si ha un quadro della mia giovanezza. Se invece intendiamo il mio datore di lavoro, è profezia verosimile, dato che domani – ops, stamani – entrerò all’alba e rincoglionito dal poco sonno. 

Vi scrivo pertanto (sono le 2 e 43 ma il post lo vedrete alle 9 e mezza) poco più di un telegramma dallo spettacolo di ieri sera, principalmente per motivarvi ad andare stasera 5 oppure il 10 a teatro. Questi Puritani in scena all’Opera di Firenze, anche col secondo cast privo della mattatrice Jessica Pratt, van visti, almeno a quanto evinco dal mio sentiment personale: un non appassionato di bel canto che però ha passato una serata divertente, tra l’altro percepita trascorrere più in fretta delle tre ore e passa di durata.
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Pecunia non olet? La Signora Warren di Giuliana Lojodice alla Pergola

Lojodice

Giuliana Lojodice – foto Tommaso Le Pera

45 anni e sentirli. Perlomeno, però, ho ricevuto dei bellissimi regali di compleanno. Uno di questi, su una certa insistenza dello scrivente, è stato un palco al Teatro della Pergola per assistere alla pièce à six di George Bernard Shaw, La professione della Signora Warren, con la regia di Giancarlo Sepe e come protagonisti due carichi da undici della scena teatrale nazionale: Giuliana Lojodice e Giuseppe Pambieri. Si è trattato di uno spettacolo godibile, non entusiasmante anche per fattori ambientali di cui parleremo, ma che senza dubbio si lascia gustare, e che quindi non deluderà chi deciderà di assistervi negli ultimi due giorni di programmazione fiorentina, stasera e domani.

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