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Non isperate mai veder lo cielo? E io ti mando alla Consulta.

William-Adolphe Bouguerau, Dante e Virgilio all’Inferno, 1850; Parigi, Musée d’Orsay (public domain via Wikimedia Commons)

In questi giorni tiene (troppo) cattedra l’ennesima uscita a effetto, tesa a provocare ma anche e soprattutto ad acquistare ansiosi consensi. Immagino che accusare di “incostituzionalità” una certa religione presupponga che invece un’altra sarebbe “costituzionale”.
Verso sera mi è venuta una provocazione di risposta: anche l’Inferno, quello dantesco, o comunque quello che ci rappresentiamo sulla base della rappresentazione escatologica cattolica, è anticostituzionale. Come qualunque pena che, essendo eterna, sia impossibilitata a «tendere alla rieducazione del condannato» (27/3 Cost.).
Solo un Purgatorio è costituzionalmente ammissibile.
Corollario: tutte le religioni che prevedono una punizione escatologica perpetua (inferni, gheenne, ghiacci e fiamme eterne, diavoli, “mostri, babau e caramogi”), sono incompatibili, almeno in parte, con lo spirito della nostra Costituzione.

La provocazione era troppo bella perché io ci arrivassi per primo; infatti, trovo in rete che già (almeno) dieci anni fa era un argomento dello strumentario del prof. Luigi Lombardi Vallauri, tra l’altro il titolare del mio corso di filosofia del diritto (anche se diedi l’esame da non frequentante, con un assistente).
Pensiero che mi ha portato con le mie sinaptiche gambe alla provocazione: la stessa idea di Inferno confuta il Paradiso, perché, se un’anima beata accetta con indifferenza il fatto che esistano anime dannate (vedi l’episodio di Catone Uticense e della moglie Marzia in Pg. I, 85-90), pecca di superbia e mancata empatia, quindi non si merita alcun Paradiso.

Conclusione e morale della favola (o baruffa): non è il caso di vantare superiorità di questa o quella religione (bensì, casomai, di sancire – sulla scorta dell’art. 1 della Carta francese – una intransigente laicità nella interpretazione giuridica, politica e sociale dei fatti: di questo passo, confido che nel 7000 ci arriveremo).

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Idea “Nuova” Socialista

è il nome della figlia di Alberto Beneduce che andò in sposa a Enrico Cuccia. Proprio di Cuccia l’Espresso propone questa settimana (pag. 95) uno scritto del 1987 che mostra come anche in quel personaggio che per molti è la quintessenza del silente pescecane bancario ci fossero tonnellate di lucidità in più rispetto all’odierna inconsistenza dogmatica spacciata per liberismo (e correlativa macelleria salariale che è sotto gli occhi di tutti):

Il problema del livello dell’occupazione – e, quindi, quello della disoccupazione – è anzitutto un problema politico. (…) Nell’epoca moderna si è affermato il convincimento che il problema occupazionale sia prevalentemente di natura economica e la sua soluzione debba essere ricercata nella legge della domanda e dell’offerta. Cinquant’anni fa Keynes rese evidente l’inconsistenza della tesi che affidava al libero giuoco delle forze di mercato il “clearing” tra offerta e domanda di lavoro. Di fatto, di fronte a un’eccedenza dell’offerta di mano d’opera, non è pensabile il ricorso ad una riduzione dei salari monetari, quale mezzo per sollecitare la domanda, data la loro rigidità verso il basso; ma, anche ammettendo la possibilità di una loro riduzione, essa avrebbe come conseguenza una contrazione dei consumi e, quindi, una nuova spinta alla disoccupazione. (…) Non v’è dubbio che il problema dell’intervento pubblico nell’economia – sia esso finanziato dal gettito tributario o dall’indebitamento – è anzitutto un fatto politico.

Lo scritto è tratto da questa monografia di Giorgio La Malfa.
Nel frattempo ho individuato una delle mie letture estive, se avrò tempo e pace: si tratta del librone (a quanto pare scorrevole e avvincente) di Thomas Piketty, Capital In The Twenty-First Century. Curiosamente il libro, opera di uno studioso francese, è divenuto un best seller soprattutto oltreoceano. E non a Cuba: negli USA. In Italiano ancora non è disponibile dunque me ne sono procurato alcuni capitoli in inglese a mo’ di try before you buy. Continua a leggere →

Firenze città d’incanto o Firenze città all’incanto? Qualche regoletta

Alcune puntate precedenti in ordine sparso: 1)  il matrimonio degli indiani che inscatola per una settimana Piazza Ognissanti (e succhia elettricità da tutte le strade circostanti)? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 2) Il matrimonio della bonazza col rapper al Forte di Belvedere? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 3) Ponte Vecchio chiuso (!!) per la cena dei ferraristi? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi.
Siamo a una nuova puntata: stasera, in nome della #bellezzaurbana (a Firenze ormai si usa più il sostantivo “bellezza” che la congiunzione “e”), Ponte Santa Trinita sarà chiuso alle auto per una cenetta di 300 poverinos che potranno così godersi la nuova illuminazione di Ponte Vecchio. Il pubblico potrà stazionare sui lungarni e – dice – pure sui ponti. Il traffico sarà chiuso anche ai mezzi pubblici: “per fortuna” a Firenze i trasporti son già tragici di suo e dopo le venti non passano più i bussini del centro, perché il cartello deviazione delle linee c3 e d causa ricchi a cena sarebbe stato irresistibile. Mi consolo con un inciso da stampatoscana.itTutti insieme dunque, stretti stretti sui lungarni, (…) ad assistere alla sfilata dei trecento ospiti internazionali che stazioneranno su Ponte Santa Trinita. Fantastico, ricorda la mamma che fa al bambino: se stai bravo domenica ti porto in piazza a vedere i ricchi che mangiano il gelato.
Naturalmente si discute molto in città e sui social, e le posizioni sono equamente divise tra il classico speriamo piova e il machiavellico va be’ e ‘n’vu capite una… (insomma vedi puntate precedenti).
Non ricordo se ho espresso la mia posizione qui sui blog, ma sui social di sicuro. Visto che qualcuno ha citato il Louvre, ben vengano gli eventi ma: in spazi non aperti al pubblico (quindi mai sui ponti e mai nei musei in giorni e orari di apertura; sì in musei e luoghi d’arte dopo l’orario di chiusura. In questo caso l’interesse pubblico-economico, come spiegavo a Cinzia nei commenti, non intacca quello pubblico tout court, e prevalente, alla fruizione); facendosi pagare parecchio, compreso l’allestimento di un personale di sicurezza ben formato non solo per picchiare chi si avvicina troppo ma anche per il rispetto di luoghi artistici; e rendicontando con trasparenza il reinvestimento di quanto percepito, magari vincolandolo al riutilizzo per la conservazione delle opere artistiche. Questo mi sembra un buon compromesso da cui partire.

De hoc satis. Volevo dire anche che il foulard Pucci apposto sopra il Battistero mi sembra un UFO SOLAR colorato.
E lo dico pensando alla buonanima del Marchese Emilio Pucci che nel lontano 1981 disse del giglio stilizzato della Fiorentina: “e sembra un pìpi”, e se ne andò dall’assemblea. 1-1 e palla al centro.

battistero solar

Lezioni di (finto) ottimismo – Javier Cercas

Mi è piaciuto un breve e arguto apologo dello scrittore spagnolo, pezzo pubblicato sul Domenicale del 3 marzo scorso. Non trovandolo sul sito o aliunde in rete, temendolo dunque destinato all’oblio, lo ripropongo qui, pronto a rimuoverlo in caso di qualunque lamentela sul copyright. Buona lettura.

Cercas

Javier Cercas (img Wikipedia)

COME OGNI MATTINA, mi alzo esultante e, dopo che mio figlio ha finito di guardare alla tele l’episodio di Doraemon («Siamo i bambini della terra,/ tutti insieme costruiamo/ una città di meraviglie e felicità»), lo infilo in macchina per accompagnarlo a scuola. Per la quinta volta nelle ultime due settimane, la macchina non parte, però, dato che sono un ottimista incurabile, invece di mettermi a piangere sullo sterzo, chiamo un taxi. Nel taxi suona una canzone di Simon e Garfunkel che non ascoltavo da vent’anni e che parla della solitudine di un pugile mezzo suonato che si trascina il suo fallimento nell’inverno di una città estranea. Lascio mio figlio a scuola e vado a lavorare. Entrando in aula, ho già deciso che, siccome è quasi Natale, parlerò di un articolo di Mariano José de Larra che sarcasticamente – perché vi si racconta una notte atroce – s’intitola La vigilia di Natale del 1836, un articolo tristissimo che le pére à nous tous scrisse appena due mesi prima di farsi saltare le cervella con un colpo di pistola, e in cui si diagnostica la malattia che lo rende ebbro di desiderio e d’impotenza; l’ottimismo; vale a dire: l’assurda e incurabile speranza che non ci troviamo su questa Terra per essere sfortunati. Mentre continuo a parlare dell’articolo, noto che nell’aula si è prodotto un casino favoloso (un gruppo di ragazzi ha montato una bisca; un’anziana signora ha tirato fuori da un nécessaire un set di uncinetti; un gruppo di ragazze discute a squarciagola degli incanti di Brad Pitt), ma decido di continuare con Larra, più che altro perché ho appena scoperto in prima fila la mia unica ascoltatrice, una ragazza bellissima che ascolta le mie spiegazioni con lo sguardo meravigliato. Finalmente finisce la lezione. «È incredibile», sento sospirare in corridoio. «È stata la lezione più noiosa della mia vita». Allora mi giro e riconosco la ragazza meravigliata e bellissima della prima fila.
Vado a pranzo. Al ristorante incontro il filosofo Josep Maria Ruiz Simón, che ha appena pubblicato un libro su Ramon LLull. Dato che è una persona educata, mi chiede come sto; dato che sono una persona educata, mento, ma a metà pranzo crollo e, invece di mettermi a piangere sui maccheroni, gli parlo della mia macchina e di Larra e di Brad Pitt e dell’incurabile malattia dell’ottimismo. Allora, per darmi ragione, o per consolarmi, Ruiz Simón mi chiede se conosco la teoria della mancia. Continua a leggere →

San Miniato al fronte

«Saepe l’hom, ch’al modo de’ Grecj nomasi sociophobico, est come l’isposo becco», recita un esoterico codex florentinus, intendendo forse “l’ultimo a sapere le cose”.
La mia passeggiata finale del 2012 l’ho fatta salendo a San Miniato al Monte e, a lato del senso di appagamento che arrecano la sgambata e poi subito dopo la bellezza del panorama, son rimasto esterrefatto nel vedere come i simpatici visitatori abbiano ridotto un affresco della navata sinistra (foto1).
L’ho furtivamente fotografato, per poi, a casa, scoprire che la cosa era già stata ampiamente evidenziata (ma si è mosso qualcuno da allora?) da un pezzo del Corriere fiorentino di gennaio 2012; ove leggesi oltretutto che i primi “autografi” di cotanti artisti risalgono a quasi mezzo secolo fa.

Potrei profondermi in altri tristi particolari, ad esempio il dissesto in cui si trovano alcune tombe che potrebbero benissimo fare a gara con quelle di Staglieno. Cfr. quella ottocentesca del Marchese Paolo Feroni, già direttore delle Reali Gallerie, immortalato reclino à la Goethe (foto2), salvo che quello che ha sul grembo non è un libro ma… l’intonaco della volta sovrastante, puntellata da una trave di legno messa lì alla bene e meglio (foto3).

Le foto sono venute schifosette, quindi le ho trattate un po’. La seconda, sfocatissima, in un b/n che fa tanto copertina di “Closer” (qui traducibile con “siamo a rischio chiusura”?).
San Miniato al… fronte del dissesto e della mala educazione.

La crudeltà di Lorin

D: Si è parlato dell’influenza di Schoenberg su Puccini, che udì a Firenze nel 1923 il Pierrot Lunaire…
R: Non mi pare che ci siano punti di contatto. Puccini era un grande compositore. Schoenberg un grande pensatore.Così Maazel intervistato da Leonetta Bentivoglio (La crudeltà di Puccini”, Repubblica di ieri, pag. 57)

Come a dire, con Eschilo: la giustizia è una dea che fugge i centocinquantenari.

Peraltro, la intervistatrice doveva e poteva correggere il tiro: ad esempio, l’inizio di Tu che di gel sei cinta è chiaramente “ispirato” da Le sacre du printemps (1916 – ascolta in particolare qui) di Stravinskij. Questo dimostra che Puccini ascoltava, rimuginava, legittimava ed elaborava la musica a lui contemporanea; in ciò dimostrandosi più aperto degli odierni addetti ai lavori.