Archivi della categoria: spigolature

Pessoa “in angustiis”

250
(487)

Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità. La qualità principale nella pratica della vita è quella qualità che conduce all’azione, cioè la volontà. Or dunque ci sono due cose che disturbano l’azione: la sensibilità e il pensiero analitico, il quale ultimo non è altro, in fin dei conti, che il pensiero dotato di sensibilità. Ogni azione è, per sua natura, la proiezione della personalità sul mondo esterno. E siccome il mondo esterno è in grande parte composto da esseri umani, finisce che la proiezione della personalità consiste essenzialmente nel mettersi di traverso sulla strada altrui, nell’ostacolare, nel ferire e nello schiacciare gli altri, a seconda del nostro modo di agire.
Per agire, dunque, è necessario che non immaginiamo con facilità la personalità degli altri, i loro dolori e le loro allegrie. Chi ha della simpatia non agisce. L’uomo di azione considera il mondo esterno come se fosse composto esclusivamente di materia inerte; inerte in se stessa, come un sasso che calpesta o che allontana dalla strada, o inerte come un essere umano che, non avendo potuto offrirgli resistenza, tanto fa che sia uomo o sasso – perché come il sasso è stato preso a calci o calpestato.
L’esempio più perfetto dell’uomo pratico è costituito dallo stratega, perché costui unisce l’estrema concentrazione dell’azione alla sua estrema importanza. Tutta la vita è guerra, e la battaglia è dunque la sintesi della vita. Ora lo stratega è un uomo che gioca con la vita come il giocatore di scacchi con i pezzi. Che ne sarebbe dello stratega se pensasse che ogni mossa della partita getta la notte in mille focolari e disperazione in tremila cuori? Che ne sarebbe del mondo se fossimo umani? Se l’uomo avesse veri sentimenti non ci sarebbe civiltà. L’arte serve come fuga per la sensibilità che l’azione ha dovuto dimenticare. L’arte è la Cenerentola che è rimasta a casa perché doveva essere così. 
Ogni uomo d’azione è essenzialmente animoso e ottimista, perché chi non ha sentimenti è felice. Un uomo di azione è riconoscibile dal fatto che non è mai di cattivo umore. Chi riesce a lavorare anche quando è di cattivo umore, è un sussidiario dell’azione; nella vita, nella grande generalità della vita, può essere un contabile, come io lo sono nella particolarità della vita. Ma non può governare le cose o gli uomini. Il governo presuppone l’insensibilità. Governa colui che è allegro, perché per essere triste bisogna sentire.
Il principale, il signor Vasques, oggi ha concluso un affare rovinando un individuo malato e la sua famiglia. Mentre portava a termine l’operazione si è completamente dimenticato di quell’individuo, se non in quanto controparte commerciale. Concluso l’affare, gli è venuta la sensibilità. Solo dopo naturalmente, perché se gli fosse venuta prima l’affare non si sarebbe mai concluso. “mi dispiace per quel tipo”, mi ha detto, “si troverà in miseria”. Poi, accendendo il sigaro, ha aggiunto:” In ogni modo, se avrà bisogno di qualcosa da me” (intendeva un’elemosina) “io non dimenticherò che gli devo un buon affare e qualche migliaio di escudos”.
Il signor Vasques non è un bandito: è un uomo di azione. Colui che ha perso la sfida in questo gioco può di fatto contare sulla sua elemosina per il futuro, poiché il signor Vasques è un uomo generoso.
Come il signor Vasques sono tutti gli uomini di azione: capitani di industria e uomini di commercio, politici, militari, idealisti religiosi e sociali, grandi poeti e grandi artisti, belle donne, bambini viziati. Chi è insensibile, comanda. Vince colui che pensa solo a ciò che gli serve per vincere. Il resto, che è l’indistinta umanità amorfa, sensibile, immaginativa e fragile, non è altro che il panno di fondo sul quale risaltano i protagonisti della scena finché il dramma delle marionette non finisce: il piatto fondale a quadri dove stanno i pezzi degli scacchi finché non li ripone il Grande Giocatore, che illudendosi di avere un avversario si balocca e gioca sempre con se stesso.

Fernando PESSOA, Il libro dell’inquietudine (di Bernardo Soares), cur. Maria José de Lancastre, trad. M.J. de Lancastre e Antonio Tabucchi, Milano: Feltrinelli, 1986-2006 (11), pp. 269-271.

un unico disastro che ha nome vita enorme: Bruckner

Então, desanimamos. Adeus, tudo!
A mala pronta, o corpo desprendido,
resta a alegria de estar só, e mudo.
(C. Drummond de Andrade)

Il mio appetito per la classica, risvegliatosi vorace durante l’estate assieme all’amara constatazione di una lunga assenza dai teatri (per trovare un digiuno tanto esteso devo risalire a undici anni fa), passa ora principalmente attraverso le sinfonie di Anton Bruckner.
Aperta parentesi.
Non vado più così spesso a teatro come negli anni d’oro del blog (e miei). Sicuramente perché la crisi ha ridotto l’offerta musicale che prediligo, ma anche perché, per quanto io sia abile a indossare maschere, è sempre più difficile per me comparire in occasioni sociali – perso tra il Flaianiano «orrore di dover dare spiegazioni» e un certo freddo. Un Acquario si nutre di idee e vorrebbe essere in grado di comunicare sempre con tutti, al di là delle incompatibilità e disavventure. Ma talvolta non è possibile.
Spero il prossimo anno di fare un paio di apparizioni “sinfoniche”. Ma non è affatto detto.
Chiusa parentesi.
Intanto sto riscoprendo il pontiere di St. Florian, come amo chiamarlo giocando con l’assonanza Bruckner-Brücke (ponte). E anche qui, immergendomi e studiando le varie versioni, cerco in realtà di ricomporre i pezzi e riempire l’assenza di qualcosa che mi è irrimediabilmente sfuggito di mano, come il mondo per Mahler.
In questo post troverete amarcord e divagazioni interpretative. In coda mi soffermerò un sito importante, pieno di risorse.
Continua a leggere →

derby Fidelio

fidelioscala

© Repubblica.it

quasi irrealmente, una prima di Fidelio in cui son stati esaltati o comunque applauditi tutti, persino la regia che di solito è il poligono sicuro per veterani e adepti del #tiroallaScala. I siti #melozoici tacciono, i cecchini d’Arno sfornellano, e così via.
Per quanto ho potuto percepire in tv, direi che si è trattato di un bello spettacolo. Più che buono il cast vocale femminile con un’accurata Mergellina* (Mojca Erdmann, uguale a mia cugina I.) e una polmonare Anja Kampe come Lionor’/Fitelie*; buonino quello maschile (Kwangchoul Youn è un buon Rocc’*, gli altri routinari, Florestane* con un “meno”), Barenboim bene con più d’una punta d’autocompiacimento (Ouverture Leonore2 lenta nella prima parte; orchestra tanto sopra ai cantanti senza mercede alcuna della difficoltà di cert’arie), convincente (per gli #zeffirini: tollerabile) la regia di Deborah Warner che assieme ai suoi collaboratori posiziona l’opera in una fabbrica abbandonata, e in un crocevia antropologico tra galera e centro di prima accoglienza (ammesso che ci sia differenza), coi carcerieri con le pezze al culo quasi come i carcerati (e qui metteteci Pasolini e tutti i rilievi econometrici che volete). Bello il gioco delle luci a cura di Jean Kalman. Sul quartetto Mir ist mi sono un po’ commosso (forse avevo fame).
Due o tre riflessioni. Confortato da un frammento inedito di Dino Campana, mi verrebbe da chiosare così: caro Daniel-san, in questa landa ti tributano ovazioni quando sei (contrattualmente) morto, cioè quando te ne vai.
Seconda riflessione: adesso attendo col maggiore entusiasmo dato dal one-on-one la replica fiorentina con Mehta sul podio (27.04.15 e ss.).
Dovrei poi dire, calcisticamente parlando, che il Maestro, noto interista DOCG, avrebbe fatto meglio a sacrificarsi giornalisticamente e dilatare i tempi fin verso le ventitré, ma non lo dico. Ops l’ho detto. ScheiX.

(*non sapendo se trascrivere i nomi in italiano o in tedesco ho optato per la lectio sudista del professor Aloyisio Catinelle [trademark, presto lo conoscerete])

Firenze città d’incanto o Firenze città all’incanto? Qualche regoletta

Alcune puntate precedenti in ordine sparso: 1)  il matrimonio degli indiani che inscatola per una settimana Piazza Ognissanti (e succhia elettricità da tutte le strade circostanti)? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 2) Il matrimonio della bonazza col rapper al Forte di Belvedere? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 3) Ponte Vecchio chiuso (!!) per la cena dei ferraristi? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi.
Siamo a una nuova puntata: stasera, in nome della #bellezzaurbana (a Firenze ormai si usa più il sostantivo “bellezza” che la congiunzione “e”), Ponte Santa Trinita sarà chiuso alle auto per una cenetta di 300 poverinos che potranno così godersi la nuova illuminazione di Ponte Vecchio. Il pubblico potrà stazionare sui lungarni e – dice – pure sui ponti. Il traffico sarà chiuso anche ai mezzi pubblici: “per fortuna” a Firenze i trasporti son già tragici di suo e dopo le venti non passano più i bussini del centro, perché il cartello deviazione delle linee c3 e d causa ricchi a cena sarebbe stato irresistibile. Mi consolo con un inciso da stampatoscana.itTutti insieme dunque, stretti stretti sui lungarni, (…) ad assistere alla sfilata dei trecento ospiti internazionali che stazioneranno su Ponte Santa Trinita. Fantastico, ricorda la mamma che fa al bambino: se stai bravo domenica ti porto in piazza a vedere i ricchi che mangiano il gelato.
Naturalmente si discute molto in città e sui social, e le posizioni sono equamente divise tra il classico speriamo piova e il machiavellico va be’ e ‘n’vu capite una… (insomma vedi puntate precedenti).
Non ricordo se ho espresso la mia posizione qui sui blog, ma sui social di sicuro. Visto che qualcuno ha citato il Louvre, ben vengano gli eventi ma: in spazi non aperti al pubblico (quindi mai sui ponti e mai nei musei in giorni e orari di apertura; sì in musei e luoghi d’arte dopo l’orario di chiusura. In questo caso l’interesse pubblico-economico, come spiegavo a Cinzia nei commenti, non intacca quello pubblico tout court, e prevalente, alla fruizione); facendosi pagare parecchio, compreso l’allestimento di un personale di sicurezza ben formato non solo per picchiare chi si avvicina troppo ma anche per il rispetto di luoghi artistici; e rendicontando con trasparenza il reinvestimento di quanto percepito, magari vincolandolo al riutilizzo per la conservazione delle opere artistiche. Questo mi sembra un buon compromesso da cui partire.

De hoc satis. Volevo dire anche che il foulard Pucci apposto sopra il Battistero mi sembra un UFO SOLAR colorato.
E lo dico pensando alla buonanima del Marchese Emilio Pucci che nel lontano 1981 disse del giglio stilizzato della Fiorentina: “e sembra un pìpi”, e se ne andò dall’assemblea. 1-1 e palla al centro.

battistero solar

breaking: la classica acquisisce lo sport

Questo slideshow richiede JavaScript.

[NB: Wunderlich si chiama Franz e non Fritz; Giulini si chiama Tommaso e non Carlo Maria; ma ogni tanto è bello sognare a occhi aperti]

De silentiatico

«A’ nobilj ride lo deretan» (R.R.C., 23/03/13, h. 15 circa)

Hic in Fiorenza, com’omni scire licet, lo Magnifico Granduca Mattaeus Laurentius habet instituto lo balzello di commoratione, sed tantum ver’ li advenienti.
Ego ‘nvece, ivi residens e MCMLXXXII, da paucae lune confero la gabella pro silentio (silentiaticum) ad una Nobilissima Messira de lo loco.
Lo meo silentiaticum est una gabella privata de circa XXX fiorinj europej (“Euro”) ogne die, calculata pro quota supra lo numero de’ malj de mea priore conlocatione, id est:

  • V fior. propter cervisiarium (“pub”) ad horiente, fuor del qual multi adventori per viam exclamando stationant et sunt etiam adparati de machinarium semovente ultraoceanicum filii Davidis (“Harley Davidson”) cum marmitta avolterata, qua semper romba ‘nfino a tertia aut quarta hora;

  • Continua a leggere →

te lo dice pure Alcmane

Alcmane

Geniale l’idea di trascrivere il notturno di Alcmane in coda al letto, quasi perché il corpo possa assorbirne il pacato scenario…

Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese…

…e il sottinteso: sei rimasto solo tu sveglio a rompere i coglioni?!

Lezioni di (finto) ottimismo – Javier Cercas

Mi è piaciuto un breve e arguto apologo dello scrittore spagnolo, pezzo pubblicato sul Domenicale del 3 marzo scorso. Non trovandolo sul sito o aliunde in rete, temendolo dunque destinato all’oblio, lo ripropongo qui, pronto a rimuoverlo in caso di qualunque lamentela sul copyright. Buona lettura.

Cercas

Javier Cercas (img Wikipedia)

COME OGNI MATTINA, mi alzo esultante e, dopo che mio figlio ha finito di guardare alla tele l’episodio di Doraemon («Siamo i bambini della terra,/ tutti insieme costruiamo/ una città di meraviglie e felicità»), lo infilo in macchina per accompagnarlo a scuola. Per la quinta volta nelle ultime due settimane, la macchina non parte, però, dato che sono un ottimista incurabile, invece di mettermi a piangere sullo sterzo, chiamo un taxi. Nel taxi suona una canzone di Simon e Garfunkel che non ascoltavo da vent’anni e che parla della solitudine di un pugile mezzo suonato che si trascina il suo fallimento nell’inverno di una città estranea. Lascio mio figlio a scuola e vado a lavorare. Entrando in aula, ho già deciso che, siccome è quasi Natale, parlerò di un articolo di Mariano José de Larra che sarcasticamente – perché vi si racconta una notte atroce – s’intitola La vigilia di Natale del 1836, un articolo tristissimo che le pére à nous tous scrisse appena due mesi prima di farsi saltare le cervella con un colpo di pistola, e in cui si diagnostica la malattia che lo rende ebbro di desiderio e d’impotenza; l’ottimismo; vale a dire: l’assurda e incurabile speranza che non ci troviamo su questa Terra per essere sfortunati. Mentre continuo a parlare dell’articolo, noto che nell’aula si è prodotto un casino favoloso (un gruppo di ragazzi ha montato una bisca; un’anziana signora ha tirato fuori da un nécessaire un set di uncinetti; un gruppo di ragazze discute a squarciagola degli incanti di Brad Pitt), ma decido di continuare con Larra, più che altro perché ho appena scoperto in prima fila la mia unica ascoltatrice, una ragazza bellissima che ascolta le mie spiegazioni con lo sguardo meravigliato. Finalmente finisce la lezione. «È incredibile», sento sospirare in corridoio. «È stata la lezione più noiosa della mia vita». Allora mi giro e riconosco la ragazza meravigliata e bellissima della prima fila.
Vado a pranzo. Al ristorante incontro il filosofo Josep Maria Ruiz Simón, che ha appena pubblicato un libro su Ramon LLull. Dato che è una persona educata, mi chiede come sto; dato che sono una persona educata, mento, ma a metà pranzo crollo e, invece di mettermi a piangere sui maccheroni, gli parlo della mia macchina e di Larra e di Brad Pitt e dell’incurabile malattia dell’ottimismo. Allora, per darmi ragione, o per consolarmi, Ruiz Simón mi chiede se conosco la teoria della mancia. Continua a leggere →

cav-anastaseologia* in 40 secondi (raffinatissima analisi sociopolitica)

sotto casa incontro Lido (nome di fantasia), pensionato amico di tutti nel quartiere, età ben oltre 70 anni.

Lido: ciao Horsi oicchéttuffài hosì bardaho?
io: c’ho uno strascico influenzale e non sono ancora guarito
Lido: e ttu dovresti trombarti una bella diciottenne, ttu guarisci subito.
(sorrisetti di circostanza e altre parole)
Lido: certo c’è i’sole ma l’è ancora freddo
io: sì però non si sta male, si sente che arriva la primavera
Lido: lo dicea anche i’ddùce [?]: speriamo bene! Ovvia ciao.

tutto in più o meno 40 secondi.
Anziani con in testa costantemente la pheega e il Duzze. Li trovo ovunque. E l’età media degli italiani (a meno che non codifichiamo finalmente il principio del ius soli e l’economia non riparta) aumenta rapidamente, quindi fate un po’ voi.

*anastaseologia (studio della resurrezione) è un termine che ho incontrato per la prima (e finora unica) volta in un saggio del prof. Luigi Lombardi Vallauri. Esso trattava ovviamente della resurrezione del vicecapo e quindi mi accorgo che l’accostamento del mio titolo è un mezzo moccolo. Chiedo venia a tutti.

caipheega

foto dal blog #9anni (cliccala per visitarlo), un bel promemoria per immagini che non ha funzionato granché.

best “canzone mononota” ever

Quei geniacci degli Elii non lo citano tra i precedenti autorevoli però Farben è almeno in certi punti, direbbe zio Arnoldo, una “melodia di canzoni mononota”… smile