Archivi della categoria: da camera

un risveglio: il Quartetto Guadagnini agli “Amici”

trenotti

img © twitter.com/qguadagnini

È stato bello, grazie a un’amica, rompere improvvisamente il mio “gran digiuno” di musica dal vivo – un digiuno che stava quasi per sfociare nei due anni giuridicamente bastevoli per una dichiarazione di assenza – per seguire il giovane Quartetto Guadagnini di scena domenica scorsa al Saloncino della Pergola, per gli Amici della musica. Il programma, con Schubert Bartók e Colasanti, era così invitante da farmi snobbare persino la Beneamata (ma  è andata bene anche con Lei. Esultare “in differita” alle 1:13 am per un goal segnato alle 9:28 del giorno prima, svegliando tutti? Fatto).
Il programma, dicevo: due capisaldi della letteratura quartettistica – il Rosamunde di Schubert e il Quarto di Bartók – incastonavano una rarità, ovvero le Tre notti di Silvia Colasanti, compositrice che a Firenze abbiamo apprezzato in due edizioni del Maggio per la sua messa in opera della Metamorfosi kafkiana. Forse per il carattere policromo della scrittura di Colasanti, la cornice voleva forse sottolineare la tavolozza dinamica, lo strumentario in possesso di Autrice e interpreti. Ecco allora una Rosamunda marcatamente intimista soprattutto nei primi due movimenti, eseguiti forse troppo in punta di piedi, con un timido risveglio solo a partire dal menuetto. Di ben altro spessore la resa della composizione bartokiana del 1928, muscolare e con la giusta attenzione ritmica, dall’agogica serrata ma capace di trovare equilibrio in quel capolavoro della musica di ogni tempo che è il movimento centrale: il non troppo lento in cui il superbo recitativo del violoncello viene introdotto da un tappeto sonoro degli altri tre strumenti e successivamente li coinvolge uno dopo l’altro.
Al centro, le tre notti colasantiane. Composizione espressamente dedicata al Quartetto Guadagnini e proposta autonomamente, anche se l’estate scorsa a Spoleto si è innestata entro un progetto più ampio, ossia i Tre risvegli della poetessa Patrizia Cavalli con la regia di Mario Martone e la verve scenica di Alba Rohrwacher. Si tratta dunque di una complessa sequenza notturna-onirica propedeutica a risvegli e meditazioni. Sequenza in cui terzine e vorticose scale rimbalzanti da uno strumento all’altro si sciolgono, volta per volta, in rarefatti cantabili o valzer, rasserenanti ma a loro volta attraversati da perturbazioni nervose sotto forma di lunghissimi legati dei violini. Mi ha ricordato da vicino, con altri stilemi ovviamente, il grande sogno lisergico della Symphonie fantastique. I quattro interpreti, giocando anche “in casa”, tra le mura amiche di una composizione pensata per le loro caratteristiche, hanno qui dato fondo al loro talento, e l’esito è certamente il migliore della serata. Se non ci fosse già, ne auspico e attendo un’incisione discografica.
Dopo l’encore bachiano – il Contrapunctus I da L’arte della fuga – rincaso felice di questo mio risveglio alla dimensione musicale dal vivo. Spiace per il poco (ma educatissimo) pubblico che spesso accompagna la musica da camera; ciò peraltro da un punto di vista biecamente utilitaristico mi ha consentito di godermi la serata senza nervosismi.

Es funktioniert! Le Goldberg per trio d’archi a Villa Bertelli

mirobach

il Trio Mirò al lavoro su Bach 🙂 (foto mia)

Una delle benzine che alimentano il fuoco sacro di Johann Sebastian Bach presso la miriade di suoi appassionati è, oltre ovviamente al sublime della sua musica, il fatto che una medesima partitura possa essere proposta in diverse strumentazioni. Questo massimamente per L’arte della fuga, ove tra l’altro uno strumento principe non è nemmeno indicato; delle Variazioni Goldberg conoscevo invece versioni per clavicembalo o pianoforte, nonché la affascinante versione per arpa di Sylvain Blassel, uscita in cd non molti anni fa. Saputo quindi che stamattina a Villa Bertelli ci sarebbe stata un’esecuzione per trio d’archi, mi son prima un po’ preparato all’ascolto via youtube, poi son corso lì. Gli atout del matinée erano anche altri: l’ingresso gratuito e l’esecuzione da parte del Trio Mirò, ensemble lucchese formatosi nel 1981 per opera dei due fratelli Valenti (Carlo Alberto, violino & Claudio, viola) e del violoncellista Carlo Benvenuti.
L’interpretazione è stata buona, sempre nitida nel contrappunto e nell’intonazione, con una punta di eccellenza nella Variatio XIII (sarabanda), davvero inappuntabile.
A sé sta invece il ragionamento, valido per ogni trasposizione, sul “funzionamento”: per la positiva giocano l’estrema intellegibilità della struttura musicale, tripartita e quindi anatomizzata, se volete; in più mi è piacevolmente rimasto impresso l’uso del pizzicato nella Variatio XIX, che – come mi ha detto il violinista Carlo Alberto Benvenuti dopo il concerto – vuole restituire il colore del pianoforte. Peraltro questa risposta svela l’unico limite che ho ravvisato: l’impossibilità di dare questo colore quando invece occorrerebbe il forte e staccato. E l’ho ravvisato sull’ultima variazione (proposta anche come encore), il famoso Quodlibet, che dovrebbe essere fatto di melodie popolari… E dunque lo intendo come un festoso (e dinamicamente forte) ringraziamento che contrasti “propedeuticamente” col “naturalmente piano” dell’attacco dell’Aria da capo.
Ma questa è una mia lettura soggettiva, contrastante con quella del Trio che invece, forse ravvisandoci anche uno spirito domenicale di preghiera (in altri Autori il q. contiene anche citazioni da corali), ha scelto dinamiche soffuse. A differenza dei già linkati Raichlin/Imai/Maisky che (min. 51:20 ss.) si avvicinano di più alla mia visione (anche se continuo a preferire il q. per pf). Direi nel complesso che la versione per trio d’archi – da quanto ho sbirciato sul leggio, la più famosa, cioè quella di Dmitri Sitkovetsky anche se ne esistono altre, come quelle di Federico Sarudiansky o di Bruno Giuranna – tiene bene.

Post Scriptum per completezza: poche sensazioni mi ha suscitato, qualche minuto prima del concerto, lo sneak peek della mostra dedicata alle tele restaurate di Arturo Dazzi. Preferisco il Dazzi scultore, forse perché non mi esalta il soggetto dei suoi quadri – per lo più ritratti e nature morte/vive. Una rara eccezione per una bella Maternità che ho instagrammato in un particolare, giocoforza tagliando lo scuro busto incombente su madre e pupo.

Julia At An Exhibition

Ci scriviamo da tempo ma ci siamo conosciuti de visu solo due settimane fa, quando Giulia Maria Dori, docente di pianoforte presso l’ACSM del Forte ha tenuto, assieme a Carla Mordan (violino) Roberto Ghilarducci (pianoforte) e Luigi Nannetti (flauto) il primo di tre concerti domenicali a Villa Bertelli, con un programma ricercato (io conoscevo solo Nigun di Bloch, eseguito da Mordan/Ghilarducci). Sono mancato domenica scorsa ma salvo imprevisti credo che ci sarò questa domenica, 25 maggio ossia election day, quando oltre al matinée – musiche di Casella, Dvorak e Grieg; formazione Giulia Luigi e come secondo pianista Alessandro Salvatori – si potranno ammirare circa settanta opere di pregiatissimi autori del Novecento. Una rassegna spettacolare: per limitarsi a chi mi piace massimamente, De Pisis, Balla, Maccari, Sironi… Normalmente l’ingresso ai concerti domenicali è gratuito ma questa volta cumulandosi con la collezione è di soli 5 euro… spero di vedervi numerosi. Se proprio non ce la fate per domenica la mostra prosegue sino al 20 luglio, però sarebbe un peccato perdersi questa sinestesia.
Tutte le informazioni sul sito della Villa.

da sx: Roberto, Giulia, Carla e Luigi, applauditissimi al termine del concerto dell'11 maggio in Villa

da sx: Roberto, Giulia, Carla e Luigi, applauditissimi al termine del concerto dell’11 maggio in Villa

madeRNeinettes

D. Ceccanti

Il violinista Duccio Ceccanti impegnato nel “Pièce pour Ivry” (foto Gianluca Moggi – © Maggio Musicale Fiorentino – tutti i diritti riservati)

Si torna a teatro, dunque, dopo una pausa “karmica” di ben diciassette mesi. Si torna al Comunale e al Maggio Musicale, anche se al “Piccolo” e non per l’orchestra del Maggio bensì per il Contempoartensemble, già ammirato tempo fa nel “quirin-principesco” cimento con la musica di Maxwell Davies. In programma cinque lavori di Bruno Maderna, nel 40ennio dalla prematura dipartita. Pubblico sparuto e attento come spesso avviene a questi incontri ahimé semi-esoterici di musica del nostro tempo: quasi religioso se si eccettua una curiosa signora della serie “il dottore mi ha prescritto la contemporanea”, che a ogni pizzicato del violinista sussurrava (rassegnata?) “ecco!” (sic; per fortuna il marito la teneva bene a bada, “sssh! Lucia!!”). Una nota anche per lo sfondo “cromoterapico” cangiante dai colori primari, al verde, al mélange blu-rossastro finale.
Aprono e chiuderanno il programma due serenate. S’inizia con la Serenata n. 2 per undici strumenti, in cui il compositore esprime la sua tavolozza prettamente avanguardistica; in questo caso campeggia un procedimento di dissoluzione (“polverizzazione”, secondo il Gentilucci) di un ben udibile enunciato di squarci tonali (arpa soprattutto), il corpo centrale della serenata risolvendosi in una polifonia puntiforme che testimonia la convinta natazione del Nostro nel postwebernismo. Un’opera serena ma allo stesso tempo programmaticamente incardinata.
Continua a leggere →

Werner Lynch

(faccio “prolissa concorrenza” a Essentia filmica)

dunque ieri My Son, My Son, What Have Ye Done. In streaming su Chili-tv, per giunta gratis – approfittando del coupon di sabato scorso sul Corriere.
Regia di Herzog, produzione (e qualche ex libris qua e là) del David nostro.
Attori lunariliftati (Grace Zabriskie – la vicina di casa [?] di Inland Empire; Udo Kier, visto di recente come manicheo wedding planner in Melancholia); ottimo livello di cast; su tutti il protagonista, Michael Shannon, che penso piacerebbe molto all’Ansuini. Un po’ gli somiglia pure.
Cartoline dal Perù: nostalgia dei tempi di Aguirre? anche qui tutto parte dal “furore di D*o”, sia pure con faccia rassicurante (?) di quacchero.
Magistero manieristico nell’estrarre una Gemäldegalerie da un plot praticamente inesistente. Questa la ragione forse di qualche perplessità critica. Vi aspettate un giallo-noir? Avrete altri colori. Quelli rarefatti della mania, quelli più rappresi della Clitemnestra-mater-virago.
In più la colonna sonora originale di Ernst Reijseger, immobile nello sviluppo ma piacevole se non altro nel virtuosismo violoncellistico; l’Autore appare come accompagnatore nelle sequenze teatrali e suona figure brevi cromatiche sul modello dell’incipit di Fratres di Pärt.
Da vedere (magari riposàti).

“Panic on the skies of Birmingham, I wonder to myself…”

helicopter

Ieri sera grazie a una sontuosa imbeccata di Giorgia ho potuto assistere alla diretta streaming di Helicopter Streich-Quartett di Karlheinz Stockhausen, eseguito dall’Elysian Quartet a Birmingham nell’ambito della prima rappresentazione scenica integrale dell’opera da cui è tratto, ossia Mittwoch aus Licht (parte a sua volta del ciclo Licht). HSQ, per la sua forte connotazione e le sensazioni diametrali che suscita, ha talora vita autonoma; nel 2009, ad esempio, è stato portato sui cieli di Roma in prima italiana dall’Arditti Quartet che è probabilmente, attraverso le sue molte formazioni, il massimo specialista di contemporanea per ensemble da camera (qui un brevissimo estratto dello spettacolo romano).

La diretta di ieri è iniziata qualche minuto dopo le nostre 20 e ha seguito non solo il nucleo della performance con schermo quadripartito che vedete nell’immagine (dall’accensione allo spegnimento dei motori), ma anche il tragitto degli esecutori dalla hall all’eliporto e viceversa (del resto anch’esso fa parte dell’opera). Il pubblico presente in sala e munito di maxischermo era intrattenuto da un “moderatore” (previsto dal compositore) che, con voluta e talora un po’ troppo calcata verve comica – non so se richiesta anch’essa da Stockhausen, ma certamente non a soggetto, visto che ha toccato “temi” quali Tottenham FC, feticismo e flatulenze (sic) del violista – spiegava la storia e gli elementi essenziali dell’esecuzione, e poi alla fine ha intervistato gli interpreti e i piloti e moderato le domande del pubblico.

Qui potete sorbirvi la differita dell’evento (poco meno di un’ora, tutto compreso):
sito del Guardian (con qualche informazione in più sul resto di Mittwoch);
sito di TheSpace.

Per chi fosse completamente a digiuno della cosa, il cuore della rappresentazione funziona così: Continua a leggere →

Omaggio a sir Maxwell Davies

Allora, venerdì 29 al Goldoni abbiamo ascoltato quattro composizioni di cui tre alla prima italiana.
Ben eseguito ma non esaltante il Quartetto con pianoforte, con Bruno Canino e tre membri del Contempoartensemble. Dedicato all’amica scomparsa Gunnie Moberg, che – come il compositore – risiedeva alle Isole Orcadi, il quartetto presenta un carattere lugens che si traduce in un andamento raffinato ed equilibrato tra i vari strumenti ma alquanto monocorde, ravvivandosi appena sul finale.
Di ben altro spessore il capolavoro proposto a seguire, la Missa super L’homme armé del 1968, in cui la nota melodia rinascimentale si smembra e smembra la parallela narrazione sacrale-evangelica con una scrittura ricchissima, ora austera ora pop. Eccellente l’esecuzione del Contempoartensemble diretto da M. Ceccanti, su tutti svettando i voli del violoncello di V. Ceccanti, mentre la voce recitante di Quirino Principe esaspera a mo’ di collante la tensione drammatica per risolversi, sulla parola “traderunt”, in un Abschied accusatorio verso performers e astanti.
Dopo l’intervallo una Sonata per violino e pianoforte interessante, eclettica, caratterizzata da intento programmatico (si tratta di una passeggiata romana dalla Chiesa Nuova del Borromini al Gianicolo) e, musicalmente, da una tessitura molto alta destinata al convincente violino di D. Ceccanti.
Si termina con alcune Danze scozzesi (da The Two Fiddlers), episodi leggeri che scorrono via senza troppe pretese e rinnovano soprattutto l’apprezzamento per la verve violoncellistica di V. Ceccanti.

Oltre a celebrare doverosamente il 75° compleanno di Sir Peter, una serata preziosissima per addentrarsi nell’opera di un compositore la cui importanza non trova adeguato riscontro nei cartelloni.

Sacro Rota

Ieri, concerto pomeridiano alla biblioteca Magliabechiana degli Uffizi, che davvero gode di una acustica perfetta: avvolgente e naturale.
Musiche di Nino Rota a cura del Trio Albatros: un ensemble giovane, sicuro di sé e di ottima qualità. Attento, a suo ulteriore merito, alla musica di oggi.
Con Rota difficilmente ci si riesce a sottrarre dalle suggestioni filmiche, nonostante i propositi di affrancarlo dalla sua figura di sound tracker.
Continua a leggere →