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finale e dipartita: pensieri su Bruckner9.4

M° Tarbuk (source: abruckner.com)

L’occasione di alcuni pensieri in libertà è data dal sito abruckner.com di John Berky (che mai ringrazierò abbastanza): il “Download of the month” di Febbraio è la Nona con “finale Carragan”, in una registrazione dal vivo recentissima, del dicembre 2017. Esegue la HRTO (Orchestra della Radiotelevisione Croata) sotto la direzione del M° Mladen Tarbuk.
I file audio *.flac sono a disposizione in fondo a questa pagina. Il finale è il quarto link dall’alto, l’ultimo sono gli applausi.
Importante l’ascolto di questa testimonianza, “lossless” ma un po’ piatta a livello di frequenze (si tratta di un live recording autorizzato, con tutto quello che comporta a livello di presa sonora): William Carragan, infatti, ha appositamente rivisto alcuni passaggi del suo completamento, come la pagina di download testimonia. Costituendo così questo cadeau la più recente delle sue revisioni.
Ma voglio partire da un po’ più indietro.

L’ultima sinfonia di Bruckner, l’ho raccontato spesso su questo blog, mi lega peculiarmente a sé, dato il fatto che fu il mio secondo concerto sinfonico “cosciente e volontario”. Nell’occasione (Firenze, febbraio del 1988 d.C.), il M° Gustav Kuhn scelse – posso dire “purtroppo”? – di assecondare le volontà del compositore in articulo mortis, adottando come finale il Te Deum. Lodevole volontà testamentaria, simile a quella che certi interpreti usano eseguire con Bach, posponendo il corale Vor deinen Thron (BWV 668) in fondo all’incompiuta Arte della fuga. Il problema è che il Te Deum, con la Nona, c’entra poco [almeno coi primi 3 movimenti…]. Pressoché unanime, infatti, è la prassi di eseguire o registrare la sinfonia nei suoi soli tre movimenti completi, facendola terminare col lentissimo spegnersi dell’Adagio e col relativo sostrato emozionale di un grande che dice addio alla vita con pacatezza, anziché con una delle sue consuete, titaniche code.
Proprio per questa consuetudine dei tre movimenti, ancora maggioritaria, pochi ascoltatori sapevano (e tuttora non troppi sanno) è che Bruckner aveva di fatto predisposto oltre 500 battute del finale; alcune con orchestrazione in doppio foglio, altre col Particell (la annotazione condensata alle parti fondamentali che, da sola, permise il completamento della Lulu berghiana da parte di Cerha), altre ancora mediante lo studio delle transizioni tra i materiali tematici.
Non meno dell’80% del movimento ci è pervenuto; circostanza che può portare a indurre che una operazione di disvelamento ed esperienza esecutiva, almeno sui frammenti, sia non solo legittima ma opportuna.
Già da metà anni ’80, quindi prima della mia uscita a teatro, studiosi e compositori erano al lavoro per analizzare e proporre questo materiale. Proprio nel 1985 si data la prima prova discografica di bacchetta assai autorevole alle prese con una ricostruzione: Eliahu Inbal (finale Samale-Mazzuca). Notare che la traccia col Finale sta in cofanetto assieme alla Sinfonia n. 5 e non al restante della Nona, quasi a significare che era visto ancora come qualcosa di non del tutto organico.

Credo che però il lavoro ancora oggi fondamentale per comprendere la questione del finale sia quello effettuato da Nikolaus Harnoncourt coi Wiener nell’agosto 2002 al Festival di Salisburgo, consistente in una esecuzione dei soli frammenti (non quindi di un finale ricostruito, e pure già giravano); quindici minuti di pura musica autografa bruckneriana, corredata da una lectio bilingue che s’insinua a monte e nei “buchi” della partitura, e che ha almeno quattro meriti.
Il primo merito è di porci a conoscenza diretta, cioè far capire come Bruckner avesse composto a tutti gli effetti almeno sei minuti (le iniziali 270 battute circa) di movimento completo e orchestrato; tra cui un Corale in mi maggiore di 36 battute con sottofondo di terzine agli archi: ispirato, fantastico fino alle lacrime. Il secondo merito è quello di restituirlo in full Wiener Philharmoniker sound, con una lettura che è, ancora oggi, straordinaria. Il terzo è una presa di posizione su quanto si possa evincere dalle carte di Bruckner, primo tra tutti il fatto che la coda non ci è pervenuta se non per abbozzi inadeguati, la cui esecuzione Harnoncourt sceglie di omettere: dunque è chiaro che per H. la ricostruzione è sempre opera (più o meno vicina allo spirito bruckneriano, ma) creativa. Come quarto merito, metto l’accorato call to fragments che il Maestro fa all’audience, sull’assunto storiografico – largamente accettato – per cui la partitura (tendenzialmente) completa era presente negli appartamenti di Bruckner e sia stata saccheggiata, e così dispersa, da devoti a caccia di memorabilia, già da poco dopo il decesso.
Una lettura assolutamente da conoscere,  quantomeno propedeutica. Si trova usata o in mp3 e una copia – pessima: saltellante – circola su YT.  Importante: se acquistate il disco, state attenti a non mettere in carrello il cd singolo, che contiene i soli tre movimenti completi della nona! badate che il prodotto comprenda il CD in cui è contenuta l’esecuzione dei frammenti del finale.

Non so se l’appello di Harnoncourt abbia fatto emergere ulteriori lacerti del finale; si narra di un collezionista austriaco che sarebbe in possesso di alcuni fogli autografi, fondamentali quando non risolutivi, ma che, sordo a ogni interesse ermeneutico e alla pubblica utilità, li terrebbe gelosamente sottochiave (che preferisca la versione in tre movimenti?).
Certamente gli sforzi degli studiosi per completare gli spazi vuoti del puzzle sono andati avanti.
La voce wikipedia ci dà una sintesi dei principali tentativi ed edizioni, cui corrispondono diversi orientamenti: se tutti i ricostruttori tendono a inserire nella coda, chi più chi meno, una ricapitolazione dei temi della sinfonia, c’è chi addirittura – basandosi su testimonianze bruckneriane citate anche da Harnoncourt – recupera temi delle sinfonie precedenti, più o meno lontane nel tempo.
Altra divergenza ricostruttiva sta nel grande Alleluja «im zweiten Satz» che, secondo la testimonianza del medico di Bruckner, Richard Heller, avrebbe dovuto chiudere maestosamente in lode la sinfonia. Ora, “Satz” può voler dire tanto “movimento” quanto “tema”: così alcuni studiosi, dovendo ricostruire il finale, lo individuano in un tema dallo Scherzo/Trio (secondo movimento della sinfonia); altri amplificano una frase iniziale del secondo tema dello stesso finale (il tema A2 o B1 in questa ricostruzione con esempi); altri ancora rielaborano l’Alleluja dal non confundar in aeternum del Te deum (in effetti mi sembra avvertibile una certa affinità col materiale del Finale, in alcuni passaggi). Tutto quanto a conferma che un intervento discrezionale o creativo, più o meno consistente, è imprescindibile.
Se il finale di Sebastien Letocart (cd in vendita qui) è quello più apprezzato dai “bruckneriani duri e puri” per il suo stile e per il recupero di temi di alcune sinfonie (quinta e settima soprattutto), dal punto di vista autoritativo e della diffusione mediatica, l’endorsement musicale più consistente è stato quello di Simon Rattle alla guida dei Berliner. Per una serie di concerti del 2012 e per la registrazione, è stata scelta da Rattle la revisione definitiva del finale cd. “SPCM”, acronimo dei quattro architetti della ricostruzione: Samale / Phillips / Cohrs / Mazzuca. In questo finale 2012, rispetto alle versioni precedenti, i quattro ripensano profondamente la coda. Non va poi taciuta la considerazione “apologetica” che, delle 653 battute del finale, solo 96 sarebbero interpolate discrezionalmente; in più, di queste, ben 83 sono ripetizioni o trasposizioni, rendendo l’apporto “totalmente creativo” esteso solo a 13 battute – il 2% scarso della partitura…

Sperando di non avervi stordito, è tempo di riepilogare.
Centinaia di battute autografe, temi ben definiti.
Almeno tre completamenti importanti: Carragan, Letocart e SPCM.
La prima conseguenza è che sono maturi i tempi per entrare nell’ordine di idee che né il ricorso al Te deum, né soprattutto la versione in tre movimenti, possono più essere visti come punti di arrivo. In particolare, l’idea di Abschied (insinuo volutamente il parallelo mahleriano) data dalle ultime note dell’Adagio, non era quella di Bruckner, che intendeva chiudere la partita con “mistero e maestà”.
Tutti dovrebbero conoscere almeno il Corale in mi maggiore: emozionarsi per il suo prorompere dalla progressione degli archi, apparentarlo alla sinfonia. Carragan lo definisce «forse il più impressionante mai scritto da Bruckner».
Allo stesso tempo, tendo a concordare con Harnoncourt, per il quale la musica di Bruckner «dies out» nella transizione verso una Coda di cui non sappiamo praticamente nulla. Ciò al di là dell’indubbio fascino dell’operazione, al di là della tecnica, del talento impiegato nelle ricostruzioni, e al di là del fatto – evocato da Cohrs e dallo stesso Rattle – che c’è molto più di Bruckner in questi finali che di Mozart nello sdoganatissimo Requiem.
Su questa base, credo, sarebbe possibile anche fermarsi all’idea di eseguire i singoli frammenti come a Salisburgo nel 2002, o forse provare una soluzione ricostruttiva intermedia, cioè quella di unificare i nuclei di quanto resta, esposizione e sviluppo, divisi se non sbaglio da sei vuoti di 8/16 battute al massimo, evitando il salto nel buio della conclusione.
Ma devo ascoltare meglio. Inoltre altri reperti potrebbero venire in soccorso. Abbiamo ricordato Lulu: il suo completamento (rectius: la sua performance integrale) fu possibile solo dopo la morte di Hélène Berg. Le cose cambiano.

Chiudo con una nota: mi sarebbe piaciuto sapere cosa pensasse Celibidache di questi frammenti e ricostruzioni (benché, lui in vita, queste ultime fossero ancora a uno stadio più grezzo). Una domanda quasi retorica, visto il carattere del grande Celi… Nondimeno, quando ascolto il Corale, mi figuro in mente quanto lo eleverebbero la sua agogica dilatata e la sua attenzione maniacale per le masse orchestrali.
Intanto, buon ascolto. Nella esecuzione di Tarbuk, il Corale irrompe a 5:26…

EDIT: va menzionato come il Corale in mi maggiore abbia colpito non solo me ma anche il famoso compositore Gottfried von Einem, che già nel 1971 lo ha citato espressamente nel suo Bruckner Dialog, op. 39 (trolleggiando amabilmente sulle famose dissonanze degli ottoni…).

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un unico disastro che ha nome vita enorme: Bruckner

Então, desanimamos. Adeus, tudo!
A mala pronta, o corpo desprendido,
resta a alegria de estar só, e mudo.
(C. Drummond de Andrade)

Il mio appetito per la classica, risvegliatosi vorace durante l’estate assieme all’amara constatazione di una lunga assenza dai teatri (per trovare un digiuno tanto esteso devo risalire a undici anni fa), passa ora principalmente attraverso le sinfonie di Anton Bruckner.
Aperta parentesi.
Non vado più così spesso a teatro come negli anni d’oro del blog (e miei). Sicuramente perché la crisi ha ridotto l’offerta musicale che prediligo, ma anche perché, per quanto io sia abile a indossare maschere, è sempre più difficile per me comparire in occasioni sociali – perso tra il Flaianiano «orrore di dover dare spiegazioni» e un certo freddo. Un Acquario si nutre di idee e vorrebbe essere in grado di comunicare sempre con tutti, al di là delle incompatibilità e disavventure. Ma talvolta non è possibile.
Spero il prossimo anno di fare un paio di apparizioni “sinfoniche”. Ma non è affatto detto.
Chiusa parentesi.
Intanto sto riscoprendo il pontiere di St. Florian, come amo chiamarlo giocando con l’assonanza Bruckner-Brücke (ponte). E anche qui, immergendomi e studiando le varie versioni, cerco in realtà di ricomporre i pezzi e riempire l’assenza di qualcosa che mi è irrimediabilmente sfuggito di mano, come il mondo per Mahler.
In questo post troverete amarcord e divagazioni interpretative. In coda mi soffermerò un sito importante, pieno di risorse.
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Scarrafoparade

Dear John

…Dear John…

Quando sono qui nel (sempre meno) buen retiro ascolto molta musica dei Beatles, mi fa bene. Forse il fatto che (purtroppo solo tricologicamente e finché riesco a dissimulare l’inesorabile stempiatura) io stia diventando un Lennonide come da foto mi rende più recettivo verso la musica dei Fab4. Il mio disco preferito è Magical Mystery Tour, di un’incollatura su Rubber Soul. Secondo me sono due capolavori* e si distinguono da tutti gli altri che sono ugualmente prodighi di gioielli ma meno omogenei.

Sull’iPod ho anche A Hard Day’s Night (la mia personalissima medaglia di bronzo), Abbey Road e Help! (un posto per entrambi in Europa League). Poi viene il resto del gruppo. La zona retrocessione è Beatles For Sale, il cd. White Album (ebbene sì, lo trovo uno dei meno riusciti) e maglia nera a Yellow Submarine.
Penso che dovrei mettere nel lettore anche Past Masters, ma non lo considero in graduatoria essendo stato compilato quasi due decenni dopo lo scioglimento del gruppo e con John già da otto anni nella notte che non ha mattino. Poi mi piace la nozione organica di LP, e questa è in larga parte una cernita di 45 giri.

Un giorno farò anche la Ciottoloparade (cioè la classifica dei miei LP preferiti degli Stones). Nel frattempo, chettelodicoaffare, se vuoi riascoltarti qualunque album dei Beatles basta cercarne il titolo su youtube e te li trovi tutti, intieri e pure rimasterizzàti.

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*la mia personalissima “sensazione” (non “nozione”) di capolavoro: ciò che elude la legge dell’utilità marginale decrescente. Nel mio testo di economia politica la UMD era spiegata con l’esempio del “quanto pagheresti per avere il primo/secondo/terzo/… bicchier d’acqua” come qui, ma si può anche applicare al piacere di ascoltare ripetutamente uno o più brani musicali (gratis, misurandola in contrapposizione alla voglia di cambiar disco). Bene: mentre di fronte a un bel disco il mio istinto è quello di ascoltarlo magari anche un paio di volte ma poi, anche per curiosità, passare oltre e dargli appuntamento a presto, potete tranquillamente farmi sentire N volte di fila MMT o RS e non farò una piega, anzi.
Posso affermare di aver sentito, durante una lunga passeggiata, più di venti volte di seguito If I Needed Someone, che forse è la mia canzone preferita dei Beatles in assoluto. E ogni volta con immutato godimento; forse un po’ meno per le (poche) persone che camminavano incrociando un trichecone che stonava Carve your number on my wall and maybe you will get a call from me in falsetto.

di resurrezioni

Mi sto avvicinando al prossimo evento, vale a dire la seconda di Mahler diretta da Zubin Mehta. Ne sto ascoltando varie versioni, devo dire che sono rimasto impressionato dalla registrazione di Gary Bertini con l’Orchestra della Radiotelevisione di Colonia (EMI). Davvero notevole la padronanza delle dinamiche di questo direttore, che ho sempre reputato un grandissimo e che purtroppo non ho mai avuto modo di ascoltare dal vivo. Come pure eccellente è la prova di Florence Quivar, nella rosellina rossa e non solo.

coro effimero

Ho appena terminato di ascoltare la world premiere recording della sinfonia numero 8 di Penderecki, intitolata Canti dell’effimero. Ascoltata e recensita nel febbraio 2007 al Maggio (con contorno di pre-aneddotica), essa è finalmente stata registrata (per la verità a marzo 2006, ma il cd è uscito solo quest’anno) nell’ambito del ciclo integrale Naxos, preso in carico da Antoni Wit con Orchestra e Coro della Filarmonica di Varsavia.
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the Vienna years

l’Adagio (e fuga) K.546 di Mozart, eseguito a tutta orchestra nel marzo 1947 dai Wiener Philharmoniker diretti da Karajan ha un impatto drammatico spettacolare, pienamente romantico nonostante la matrice "bachiana" della composizione. Alla faccia dei filologi ad ogni costo, vorrei dire.

Ma non lo dico. Rifletto, piuttosto su come una parte rilevante del magistero del nostro Herbie sia quella di svelare sonorità (coerenti con la sua parabola creativa ma) non strettamente sottese allo stile del compositore preso in esame, anticipatrici o meno che esse siano. Vedasi anche la resa del Preludio di Aida del 1959, quella con la Tebaldi: «Karajan – scrive Giuseppe Rossi in una sua nota discografica – esalta proprio le deviazioni della partitura dalla tradizione melodrammatica italiana sottolineando lo sfarzo della dimensione spettacolare e allo stesso tempo la sensualità di una ricercatezza timbrica che si lega ai modelli dell’opera francese e tedesca».
In un impeto di generosità, vi elargisco entrambi gli ascolti qui sotto, in ordine di apparizione.
Anni gloriosi per la storia dell’interpretazione.

Herbiecentus

per festeggiare il secolo del più grande, mi sono concesso il “suo” Sibelius Londinese degli anni ’50: le ultime quattro sinfonie, Finlandia e Tapiola. Letture inarrivabili, anche a giudizio dello stesso compositore, che ebbe modo di ascoltarle.

heyday Herbie

in un mordi e fuggi presso Fenice, ho acquistato il cd Bartók+HvK di cui vedete il frontespizio: quando Bartók Bela, io Corsi!
Era tanto che non mi lasciavo incantare a tal punto da verve orchestrale e qualità sonora (ed il cd è monofonico!). La vitalità della Philharmonia Orchestra – ora fresca e fiera, ora lacerante – è sensazionale, dalla prima traccia all’ultima. Soprattutto per un’orchestra nata 4 anni prima!
Alcuni movimenti, come il famoso Adagio della Musica per archi percussione e celesta – utilizzato in Shining -, o il finale del Concerto per Orchestra (partitura di mostruosa difficoltà tecnica), lasciano sbalorditi. Continua a leggere →