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last minute: Jean Mohr alla Galleria delle Carrozze

nella giornata strana di ieri mi son trovato a sacramentare in centro e a dover cercar rifugio dall’acquazzone pomeridiano. Mi reco in automatico alla Galleria delle Carrozze, quel corridoio di Palazzo Medici-Riccardi che collega via Cavour con via de’ Ginori, e ci trovo una breve e intensa mostra fotografica di Jean Mohr. Classe 1925, il fotografo svizzero ha viaggiato molto sia per conto del CICR (la Croce Rossa Internazionale, che organizza l’evento) che per l’UNRWA. Sorta di Kapuściński dei rifugiati, le sue foto in bianco e nero affrontano il difficile argomento (a Cipro, in Palestina, in Tanzania) in maniera quanto più possibile priva di esasperazioni retoriche o sentimentalistiche. Le figure sono molto intense, e la pacata disperazione – che affiora per esempio nella solitudine di un vecchio in un campo profughi di Cipro, vecchio che se non è quello immortalato da Kavafis è un suo parente stretto! – è bilanciata da una effervescenza non sguaiata che si esprime soprattutto nella ricerca dei bambini come soggetto. Emblematica in questo senso la foto che ritrae lo sgomento di un generale e, di là dal vetro, la pensierosa freschezza di un ragazzo al termine della Guerra dei Sei Giorni. Oppure (ne parla Manuela Margagliotta in questa recensione e anche io l’ho fotografata di primo acchito ritenendola uno degli scatti più belli) la possente plasticità di una giovane mamma africana col neonato, simbolo di una forza vitale irresistibile come le radici dei pini sotto l’asfalto.
Dieci, massimo venti minuti che vi ricollegheranno alla realtà delle cose e alla irrilevanza del nostro presente e futuro di occidentali mestruati e trapassati.
La mostra, gratuita, è visitabile ancora oggi fino alle 19,30 e domani sino a mezzogiorno e mezzo. Qui la scheda evento a cura della Provincia.

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Le freak c’est chic? Joel Peter Witkin alle Leopoldine (e tra poco a Napoli)

Stamane mi sono recato al MNAF per visitare una mostra, quella di Witkin, che avevo puntato da tempo ma per la quale, al solito, mi sono ridotto al suono del gong; l’ultimo giorno per vederla sarà questo lunedì (San Giovanni) e poi si trasferirà a Napoli con inaugurazione giovedì 27 (con tanto di open lecture dell’Autore). La recensione è dunque soprattutto a beneficio degli amici napoletani, anche se resta ancora un weekend “lungo” ai fiorentini che non vanno al mare. Importante, vista la calura del periodo: c’è l’aria condizionata.

witkin

JPW oggi – fonte wikipedia

Mi sono interessato alle “fotografie” di Witkin da poco tempo, grazie a un libro di Morgana Edizioni nel quale si alternavano alle foto le poesie di Liliana Ugolini e Giada Primavera.
Anche se spesso chi si occupa di Witkin tende a inserirlo nel filone della Arbus, in realtà mi sembra che il lavoro sia diametralmente opposto, pur nel fondamento comune che è quello dell’interesse verso ciò che dalla società conformista è sostanzialmente reietto – i malformati, gli anziani, le “sexual oddities”: però in Arbus c’è un approccio crudo immediato e non filtrato (che a molti piace di più), mentre in Witkin la considerazione del soggetto si mischia a un dato culturale (quella che io chiamo diaphrasis, ovvero l’appropriazione di modelli culturali; ma, a differenza della ekphrasis, con finalità esplicite non di imitazione pedissequa ma di stravolgimento) e a un procedimento tecnico stratificato di manipolazione e montaggio (sempre tutto in analogico) che termina solitamente con stampa in bromuro d’argento.
Ci sono tre piani differenti da tenere presenti in Witkin. La diversità come equalizzazione scomoda, cartina di tornasole del nostro conformismo soprattutto se calata in un confortevole contesto artistico. La mutilazione – forse sulla traccia delle teorie di Malraux – perché si lavora su modelli vivi ma anche su parti del corpo, mai su cadaveri che per Witkin sono “sospensione della vita”. Infine il dato culturale, espresso da una miriade di citazioni in pose fondali od oggetti. Continua a leggere →