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Claudio Abbado (1933-2014)

Sull’enormità del personaggio avete già scritto tutto voi, e al meglio. Io dico una cosa personale e forse ovvia. L’ho ammirato dal vivo una sola volta, al Comunale, a prezzo in una postazione fortunata – un tizio ha scambiato il suo biglietto spettacolare col mio per poter stare accanto alla sua compagna. C’era la sua Orchestra Mozart e un programma classicissimo senza encores: la Tragica di Schubert e la 40 mozartiana. La cosa ovvia che voglio dire è che la sua lettura mozartiana dal vivo mi ha rivelato soluzioni interpretative e “minimi passaggi” nuovissimi a dispetto della mia massiccia frequentazione della sinfonia. E questo è il valore aggiunto di ogni direttore massimo: quello di trovare sempre qualcosa da aggiungere al tuo bagaglio di ascolto, nonostante la pletora di testimonianze e cimenti live e studio.
I suoi dischi cui più sono legato sono quello dei primi due concerti per pianoforte di Bartók (con Pollini e la Chicago: mi si è aperto un mondo) e, appunto, quello con le due ultime sinfonie mozartiane con la LSO – il quale, anche se giudico migliore il Karajan degli anni 50, è stato uno dei miei primi contatti col genere sinfonico.
Sit tibi terra levis, Magister.

il mondo Marion

Ieri, e l’ho saputo un’ora fa, è venuta a mancare improvvisamente un’amica sincera di cui tutti apprezzavano la competenza culturale letteraria e musicale. Per cui io voglio piuttosto ricordarla in quel troppo poco cameratismo vissuto assieme. Incrociammo le tastiere coi nostri primi blog, da parte mia questo e da parte sua “Vilaine Fille”; poi venne qualche giorno a Firenze e la portai “da Piero” (cioè alla Trattoria Armando) e la zuppa di farro – ho tentato invano di devegetarianizzarla – la ricordava ancora anni dopo. Fu lei a farmi innamorare del Pontormo di Santa Felicita, che ora quando passo non manco mai di visitare. Salì di corsa su un bus diretta verso casa dei suoi ospiti (li ho conosciuti poi, artisti anche loro) e la rividi qualche anno dopo, nel 2009, a Berlino. Prima ancora se non erro mi faceva lunghissime telefonate perché si era innamorata di un tipo a parecchie ore d’aereo da lei, ed era tutta emozionata e preoccupata di sentirsi al meglio per la nuova liaison… come andò a finire ce lo teniamo per noi, sorrido a pensare che mi faceva sempre freddare la pastasciutta al baretto perché la motivavo o rincuoravo per ore, poco fuori, presso le auto in doppia fila… A Berlino aveva fatto lo house-swap con un musicista rivelatosi poi ultrafamoso (Miss Take® è semisvenuta nel saperlo, al suo gruppo deve il proprio nick) e abbiamo visitato tanti bei posti, molti su sua imbeccata, in quel dicembre mai così glaciale da trent’anni. Le piacevano i mercatini natalizi, ovunque si dovesse andare ti dava appuntamento ineluttabilmente a “Hackescher Markt”, e l’altro suo famoso intercalare era quel “poverino!” arrotato che ti stressava ma anche faceva sorridere. Mi ha fatto conoscere la Costina. Abbiamo condiviso il Deutsches Requiem alla Philharmonie (dirigeva uno ieratico Runnicles). Poi il grande rammarico di non essere riuscito a rivederla questo settembre a NY, per una serie di fraintendimenti e ritrosie. In mezzo a tutto ciò tante parole scritte, editing reciproco into italian or english, pensieri in forma di foto, cartoline e persino una sciarpa nerazzurra in mio onore… ogni tanto mi faceva un po’ incazzare quando parlava bene, viste le radici piemontesi, della innominabile, e di gattüso perché le piaceva (de gustibus). Era anche un’ammiratrice del Dunadün («pòta sì!») e lo difendeva anche tatticamente, ogni volta che la nazionale di Prandelli faceva un risultato così così diceva che se ci fosse stato lui ne sarebbe sortita altra cosa. L’ultima sua missiva verso di me appena 3 giorni fa. Perdo, perdiamo una colta radiosa e soprattutto dolcissima donna e mi sembra ancora incredibile che se ne sia andata così. Quante cose dovevamo ancora vedere e ascoltare insieme, Marion!
marion

Lasciami in brace

maraisoffocato da un ambiente familiare dallo stampo tribale e dal fare diplomatico-sofista (eufemismo per: menzognero), ambiente insinuantesi non solo nella vita relazionale ma anche nel lavoro, ho negli anni cercato una sorta di emancipazione (o surrogati di questa) nel dire sempre le cose come stavano fino al parossismo.

Qualche giorno fa ho scoperto in un libro che ho in wishlist le seguenti frasi:

«Non mi rendo conto che se qualcuno si ostina a mettere a nudo la propria anima, con una franchezza persino eccessiva, è forse per non dover parlare di qualcosa che ha un’importanza essenziale. (…) Solo più tardi ho compreso che se qualcuno si rifugia con tanta veemenza nella sincerità significa che ha paura: paura di ritrovarsi un giorno con la vita carica di segreti inconfessabili»

Nel mio caso le frasi (e le valutazioni di chi ha voluto avvicinarle al mio carattere) sono inappropriate: non ho nascosto nulla a chi volta per volta era al centro della mia vita. Proprio nulla, nemmeno la mia cartella clinica. Tutto si può dire, volendolo.
Altro discorso, purtroppo, è l’opportunità. Ne sono uscito spesso piuttosto male e ho causato incomprensioni e dolori. La realtà mi ha dimostrato che non si può essere del tutto “confessionali”, che anche nelle menti più sopraffine e aperte serpeggia (e le penetra, secondo il noto aforisma di Primo Levi) il luogo comune, che certe desiderabili rivoluzioni del sentire sono confinate nelle rubriche degli specialisti di settore; ben lontane dalla gente, per quanto intelligente.
Bisogna rassegnarsi a portare il peso di certe cose e a farle bruciare con sé, nonché eventualmente preparare il “non è come pensi” in caso di involontario svelamento.
Per me, che credo nei rapporti interpersonali paritari e trasparenti, e non alla Mazarino, è un grande fallimento.

De silentiatico

«A’ nobilj ride lo deretan» (R.R.C., 23/03/13, h. 15 circa)

Hic in Fiorenza, com’omni scire licet, lo Magnifico Granduca Mattaeus Laurentius habet instituto lo balzello di commoratione, sed tantum ver’ li advenienti.
Ego ‘nvece, ivi residens e MCMLXXXII, da paucae lune confero la gabella pro silentio (silentiaticum) ad una Nobilissima Messira de lo loco.
Lo meo silentiaticum est una gabella privata de circa XXX fiorinj europej (“Euro”) ogne die, calculata pro quota supra lo numero de’ malj de mea priore conlocatione, id est:

  • V fior. propter cervisiarium (“pub”) ad horiente, fuor del qual multi adventori per viam exclamando stationant et sunt etiam adparati de machinarium semovente ultraoceanicum filii Davidis (“Harley Davidson”) cum marmitta avolterata, qua semper romba ‘nfino a tertia aut quarta hora;

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te lo dice pure Alcmane

Alcmane

Geniale l’idea di trascrivere il notturno di Alcmane in coda al letto, quasi perché il corpo possa assorbirne il pacato scenario…

Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese…

…e il sottinteso: sei rimasto solo tu sveglio a rompere i coglioni?!

Lezioni di (finto) ottimismo – Javier Cercas

Mi è piaciuto un breve e arguto apologo dello scrittore spagnolo, pezzo pubblicato sul Domenicale del 3 marzo scorso. Non trovandolo sul sito o aliunde in rete, temendolo dunque destinato all’oblio, lo ripropongo qui, pronto a rimuoverlo in caso di qualunque lamentela sul copyright. Buona lettura.

Cercas

Javier Cercas (img Wikipedia)

COME OGNI MATTINA, mi alzo esultante e, dopo che mio figlio ha finito di guardare alla tele l’episodio di Doraemon («Siamo i bambini della terra,/ tutti insieme costruiamo/ una città di meraviglie e felicità»), lo infilo in macchina per accompagnarlo a scuola. Per la quinta volta nelle ultime due settimane, la macchina non parte, però, dato che sono un ottimista incurabile, invece di mettermi a piangere sullo sterzo, chiamo un taxi. Nel taxi suona una canzone di Simon e Garfunkel che non ascoltavo da vent’anni e che parla della solitudine di un pugile mezzo suonato che si trascina il suo fallimento nell’inverno di una città estranea. Lascio mio figlio a scuola e vado a lavorare. Entrando in aula, ho già deciso che, siccome è quasi Natale, parlerò di un articolo di Mariano José de Larra che sarcasticamente – perché vi si racconta una notte atroce – s’intitola La vigilia di Natale del 1836, un articolo tristissimo che le pére à nous tous scrisse appena due mesi prima di farsi saltare le cervella con un colpo di pistola, e in cui si diagnostica la malattia che lo rende ebbro di desiderio e d’impotenza; l’ottimismo; vale a dire: l’assurda e incurabile speranza che non ci troviamo su questa Terra per essere sfortunati. Mentre continuo a parlare dell’articolo, noto che nell’aula si è prodotto un casino favoloso (un gruppo di ragazzi ha montato una bisca; un’anziana signora ha tirato fuori da un nécessaire un set di uncinetti; un gruppo di ragazze discute a squarciagola degli incanti di Brad Pitt), ma decido di continuare con Larra, più che altro perché ho appena scoperto in prima fila la mia unica ascoltatrice, una ragazza bellissima che ascolta le mie spiegazioni con lo sguardo meravigliato. Finalmente finisce la lezione. «È incredibile», sento sospirare in corridoio. «È stata la lezione più noiosa della mia vita». Allora mi giro e riconosco la ragazza meravigliata e bellissima della prima fila.
Vado a pranzo. Al ristorante incontro il filosofo Josep Maria Ruiz Simón, che ha appena pubblicato un libro su Ramon LLull. Dato che è una persona educata, mi chiede come sto; dato che sono una persona educata, mento, ma a metà pranzo crollo e, invece di mettermi a piangere sui maccheroni, gli parlo della mia macchina e di Larra e di Brad Pitt e dell’incurabile malattia dell’ottimismo. Allora, per darmi ragione, o per consolarmi, Ruiz Simón mi chiede se conosco la teoria della mancia. Continua a leggere →

Andrej Arsen’evič Tarkovskij (1932-1986)

Ogni artista è sempre sotto pressione e non lavora mai in condizioni ideali. Inoltre, se queste condizioni ideali esistessero, forse non esisterebbe il suo lavoro, perché l’artista non vive in un vuoto senz’aria. Una pressione dev’esserci, non saprei di che tipo ma dev’esserci; e l’artista esiste proprio perché il mondo non è perfetto, e l’arte non sarebbe necessaria a nessuno se il mondo fosse il regno dell’armonia e della bellezza; l’uomo non ricercherebbe in occupazioni collaterali l’armonia: vivrebbe nell’armonia. L’arte nasce da un mondo mal congegnato.

Un altro tema per me molto importante è quello dell’esperienza dell’uomo. (…) Non è possibile trasmettere la propria esperienza personale, imparare da qualcuno a vivere: bisogna solo vivere e trarre qualche conclusione che non puoi lasciare agli altri in eredità. Spesso si sente dire: “bisogna usare l’esperienza dei nostri padri”… sarebbe troppo semplice! Ognuno di noi deve farsi per conto proprio una sua esperienza, e quando ci arriviamo… è il momento di morire, purtroppo, e non abbiamo tempo di usarla.

cav-anastaseologia* in 40 secondi (raffinatissima analisi sociopolitica)

sotto casa incontro Lido (nome di fantasia), pensionato amico di tutti nel quartiere, età ben oltre 70 anni.

Lido: ciao Horsi oicchéttuffài hosì bardaho?
io: c’ho uno strascico influenzale e non sono ancora guarito
Lido: e ttu dovresti trombarti una bella diciottenne, ttu guarisci subito.
(sorrisetti di circostanza e altre parole)
Lido: certo c’è i’sole ma l’è ancora freddo
io: sì però non si sta male, si sente che arriva la primavera
Lido: lo dicea anche i’ddùce [?]: speriamo bene! Ovvia ciao.

tutto in più o meno 40 secondi.
Anziani con in testa costantemente la pheega e il Duzze. Li trovo ovunque. E l’età media degli italiani (a meno che non codifichiamo finalmente il principio del ius soli e l’economia non riparta) aumenta rapidamente, quindi fate un po’ voi.

*anastaseologia (studio della resurrezione) è un termine che ho incontrato per la prima (e finora unica) volta in un saggio del prof. Luigi Lombardi Vallauri. Esso trattava ovviamente della resurrezione del vicecapo e quindi mi accorgo che l’accostamento del mio titolo è un mezzo moccolo. Chiedo venia a tutti.

caipheega

foto dal blog #9anni (cliccala per visitarlo), un bel promemoria per immagini che non ha funzionato granché.

Madadayo!

Ieri mattina ho trovato con soddisfazione sulla mia scrivania un ringraziamento per gli auguri fatti al prof. Grossi il giorno del suo 80° compleanno…

la "testata" del cartoncino...

la “testata” del cartoncino…

sono sempre GLI ULTIMI che se ne vanno

Un semplice spunto empirico di osservazione culturale, una cosa che mi era rimasta tra le bozze dopo la scomparsa di Tabucchi e che quasi sicuramente avranno esposto anche altri, ma che mi è sorta spontaneamente nella capoccia…

H.W.H., obit 27.X.2012 (img ©wikipedia)

Ogni anno ci lasciano molti “fari” della cultura: per esemplificare con la poesia che di solito trattiamo di là, nel 2012 abbiamo pianto Pagliarani, Szymborska, Mario Socrate e – ampliando alla letteratura – Antonio Tabucchi. L’anno prima Giudici, Di Ruscio, Zanzotto. Tralascio la musica (su tutti Henze, nella foto) e mi scordo sicuramente molti altri.
La sensazione che stiamo restando al buio è di solito stemperata dal retropensiero che è il gioco della vita, che si tratta di persone anziane cui succederanno altri…
Avete però mai provato a scorrere una pagina wikipedia dei “nati il giorno X”? cioè una di quelle pagine che aggregano automaticamente tutti i personaggi che vengono enciclopedizzati? Io ne ho viste tante, prendiamo ad esempio quella del 31 marzo, e la sensazione è sempre la stessa: quanto più ci si avvicina a noi tanto più i personaggi sportivi e della moda (c’è anche qualche p0rn0star) surclassano quantitativamente quelli delle arti liberali, fino a essere protagonisti esclusivi nelle annate più recenti.
Senza voler togliere nulla ad atleti etc. (anzi guai a chi mi toglie calcio, NFL, olimpiadi, 6 nazioni e così via!) questo pone una seria riflessione. Wikipedia è mantenuta dagli utenti e quindi dà lo Zeitgeist, il polso del concetto di enciclopedicità, cioè del who’s who, di chi deve stare dentro gli annali e chi anche no.
Delle due l’una: o non ci sono più poeti (letterati, compositori) oppure più probabilmente si è interrotto il circuito che li collegava alla società. E di qui a tediarvi con le mie solite considerazioni che il poeta deve calarsi al centro di essa bla bla bla il passo è breve.
Certamente c’è l’attenuante che un letterato o un musicista matura (e, soprattutto nell’Italogerontocrazia, viene legittimato) più lentamente di uno sportivo o un attore, quindi sarà enciclopedizzato più tardi, ma l’impatto visivo della pagina è sconsolante.