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Pessoa “in angustiis”

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Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità. La qualità principale nella pratica della vita è quella qualità che conduce all’azione, cioè la volontà. Or dunque ci sono due cose che disturbano l’azione: la sensibilità e il pensiero analitico, il quale ultimo non è altro, in fin dei conti, che il pensiero dotato di sensibilità. Ogni azione è, per sua natura, la proiezione della personalità sul mondo esterno. E siccome il mondo esterno è in grande parte composto da esseri umani, finisce che la proiezione della personalità consiste essenzialmente nel mettersi di traverso sulla strada altrui, nell’ostacolare, nel ferire e nello schiacciare gli altri, a seconda del nostro modo di agire.
Per agire, dunque, è necessario che non immaginiamo con facilità la personalità degli altri, i loro dolori e le loro allegrie. Chi ha della simpatia non agisce. L’uomo di azione considera il mondo esterno come se fosse composto esclusivamente di materia inerte; inerte in se stessa, come un sasso che calpesta o che allontana dalla strada, o inerte come un essere umano che, non avendo potuto offrirgli resistenza, tanto fa che sia uomo o sasso – perché come il sasso è stato preso a calci o calpestato.
L’esempio più perfetto dell’uomo pratico è costituito dallo stratega, perché costui unisce l’estrema concentrazione dell’azione alla sua estrema importanza. Tutta la vita è guerra, e la battaglia è dunque la sintesi della vita. Ora lo stratega è un uomo che gioca con la vita come il giocatore di scacchi con i pezzi. Che ne sarebbe dello stratega se pensasse che ogni mossa della partita getta la notte in mille focolari e disperazione in tremila cuori? Che ne sarebbe del mondo se fossimo umani? Se l’uomo avesse veri sentimenti non ci sarebbe civiltà. L’arte serve come fuga per la sensibilità che l’azione ha dovuto dimenticare. L’arte è la Cenerentola che è rimasta a casa perché doveva essere così. 
Ogni uomo d’azione è essenzialmente animoso e ottimista, perché chi non ha sentimenti è felice. Un uomo di azione è riconoscibile dal fatto che non è mai di cattivo umore. Chi riesce a lavorare anche quando è di cattivo umore, è un sussidiario dell’azione; nella vita, nella grande generalità della vita, può essere un contabile, come io lo sono nella particolarità della vita. Ma non può governare le cose o gli uomini. Il governo presuppone l’insensibilità. Governa colui che è allegro, perché per essere triste bisogna sentire.
Il principale, il signor Vasques, oggi ha concluso un affare rovinando un individuo malato e la sua famiglia. Mentre portava a termine l’operazione si è completamente dimenticato di quell’individuo, se non in quanto controparte commerciale. Concluso l’affare, gli è venuta la sensibilità. Solo dopo naturalmente, perché se gli fosse venuta prima l’affare non si sarebbe mai concluso. “mi dispiace per quel tipo”, mi ha detto, “si troverà in miseria”. Poi, accendendo il sigaro, ha aggiunto:” In ogni modo, se avrà bisogno di qualcosa da me” (intendeva un’elemosina) “io non dimenticherò che gli devo un buon affare e qualche migliaio di escudos”.
Il signor Vasques non è un bandito: è un uomo di azione. Colui che ha perso la sfida in questo gioco può di fatto contare sulla sua elemosina per il futuro, poiché il signor Vasques è un uomo generoso.
Come il signor Vasques sono tutti gli uomini di azione: capitani di industria e uomini di commercio, politici, militari, idealisti religiosi e sociali, grandi poeti e grandi artisti, belle donne, bambini viziati. Chi è insensibile, comanda. Vince colui che pensa solo a ciò che gli serve per vincere. Il resto, che è l’indistinta umanità amorfa, sensibile, immaginativa e fragile, non è altro che il panno di fondo sul quale risaltano i protagonisti della scena finché il dramma delle marionette non finisce: il piatto fondale a quadri dove stanno i pezzi degli scacchi finché non li ripone il Grande Giocatore, che illudendosi di avere un avversario si balocca e gioca sempre con se stesso.

Fernando PESSOA, Il libro dell’inquietudine (di Bernardo Soares), cur. Maria José de Lancastre, trad. M.J. de Lancastre e Antonio Tabucchi, Milano: Feltrinelli, 1986-2006 (11), pp. 269-271.

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un unico disastro che ha nome vita enorme: Bruckner

Então, desanimamos. Adeus, tudo!
A mala pronta, o corpo desprendido,
resta a alegria de estar só, e mudo.
(C. Drummond de Andrade)

Il mio appetito per la classica, risvegliatosi vorace durante l’estate assieme all’amara constatazione di una lunga assenza dai teatri (per trovare un digiuno tanto esteso devo risalire a undici anni fa), passa ora principalmente attraverso le sinfonie di Anton Bruckner.
Aperta parentesi.
Non vado più così spesso a teatro come negli anni d’oro del blog (e miei). Sicuramente perché la crisi ha ridotto l’offerta musicale che prediligo, ma anche perché, per quanto io sia abile a indossare maschere, è sempre più difficile per me comparire in occasioni sociali – perso tra il Flaianiano «orrore di dover dare spiegazioni» e un certo freddo. Un Acquario si nutre di idee e vorrebbe essere in grado di comunicare sempre con tutti, al di là delle incompatibilità e disavventure. Ma talvolta non è possibile.
Spero il prossimo anno di fare un paio di apparizioni “sinfoniche”. Ma non è affatto detto.
Chiusa parentesi.
Intanto sto riscoprendo il pontiere di St. Florian, come amo chiamarlo giocando con l’assonanza Bruckner-Brücke (ponte). E anche qui, immergendomi e studiando le varie versioni, cerco in realtà di ricomporre i pezzi e riempire l’assenza di qualcosa che mi è irrimediabilmente sfuggito di mano, come il mondo per Mahler.
In questo post troverete amarcord e divagazioni interpretative. In coda mi soffermerò un sito importante, pieno di risorse.
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Bildungsroman al contrario: su “La terra bianca” di Giulio Milani

milaniterrabianca

img dal sito doppiozero.com

 Moltissimo, direi, mi lega a quella porzione di terra che ha nome provincia di Massa-Carrara e più in dettaglio Riviera Apuana: i primi amici, la prima percezione del dolore, il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima volta, e i pochi momenti di serenità e autentica spensieratezza della mia vita, come per esempio un idilliaco e solitario aprile-maggio del 1992.
Nel 1988, invece, avevo 18 anni ed ero innamorato perso di mia cognata (smile); superai la maturità e, nell’assolato, perfetto agosto, ebbi una delle mie famose percezioni da Cassandra (tragiche, esatte, inascoltate), cioè che i bei tempi per me fossero finiti. Prendendo in prestito un celebre aforisma, avevo già evitato diverse battaglie; ne evitai una campale anche quel Ferragosto; altre ancora aspettavano che non vi partecipassi; tutte mi ferirono. A fine estate feci un bel giro per la Grecia classica e poi, privo di qualunque curiosità verso l’avvenire, mi lasciai facilmente influenzare a studiare legge, ignaro che ero tagliato per tutt’altro e che sarei divenuto il più grande finanziatore dell’Ateneo fiorentino.
Quell’estate ottantotto l’edonismo reaganiano era ancora ben presente, la gente ancora ottimista, in tasca qualche lira, al mio bagno si facevano feste e cene in spiaggia, anche se non come negli anni precedenti. A parte la cognatuzza c’erano tante belle fanciulle nel pieno del loro splendore, soprattutto le sorelle B. che impazzavano presso i più grandi (e sono contento si siano divertite, perché di lì a manco dieci anni il destino avrebbe esatto un durissimo tributo nei loro confronti). Si andava al Modo a Marina, per un paio d’anni ancora non avrebbero virato sulla house e invece da mezzanotte mettevano su Roadhouse Blues, Bigmouth Strikes Again, Smoke On The Water, quattro salti ed eravam contenti così. Prima di tornare a casa, verso le 4, fermata al pub con menù fisso panino speck&zola, patate fritte, frappè al cioccolato (il reflusso gastrico, oggi, ringrazia).

Avvenne proprio una domenica mattina che speravo di trascorrere per intero tra le braccia di Morfeo, onde recuperare la notte insonne: “svegliati, è scoppiata la Farmoplant!”. Era il 17 luglio e aveva preso fuoco il serbatoio contenente il Rogor, una sostanza insetticida usata per far fuori ditteri della frutta e mosca olearia. Contrappasso della cara e buona industria: le mosche ora eravamo noi. Mi buttarono giù dal letto i miei, in 2 minuti ci precipitammo in auto per andare dagli zii a Tonfano. Per le scale l’odore dolciastro pervadeva l’aria come in un film apocalittico (e dire che eravamo ai Ronchi, cioè ad almeno 2,5-3 km in linea d’aria dall’esplosione). Per le dieci di mattina l’incendio era domato e il giro di telefonate agli amici si declinava così: al Forte dei marmi “nessun inquinamento” (come se tra il Cinquale e il Forte sorgesse un muro a vari strati); anche ai Ronchi qualcuno minimizzava – anzi: “farei fare il bagno a mia figlia” (ma nessuno ce l’ha mai vista, in acqua, per un bel po’). Smarriti, dopo pranzo si fece ritorno e nel pomeriggio c’era chi, come il sottoscritto, già sguazzava in mare, che tanto qui è sempre pién de scartozzéra, sostanza più, sostanza meno. Qualche altra Cassandra avvertiva che l’avremmo pagata tutti qualche decennio in là.

A distanza di quasi un trentennio una persona del mio cuore – è a lei che queste annotazioni son dedicate – si trova a combattere contro una brutta, aggressiva malattia, e mi è venuto da pensare che questo disastro, con le sostanze che ha sparso in aria acqua e terra, possa entrarci qualcosa.
Mi avvicino quasi per necessità, quindi, al libro di Giulio Milani, La terra bianca. Marmo. chimica e altri disastri (Laterza, 2015), che suppongo ruoti su questo episodio. In realtà il presupposto del mio moto verso il libro era errato: a rigore, il Rogor è altamente tossico per il sistema nervoso ma non è cancerogeno. Però la rassegna di orrori in cui mi sono imbattuto (compresi i ricatti ai lavoratori) ne contiene davvero di ogni sorta, in un excursus di decenni. Ben al di là di un episodio che, pur epocale per tanti aspetti, è tra l’altro solo uno degli oltre 40 incidenti avvenuti durante l’attività dello stabilimento.
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Cose che ho visto e che vedrò / vedrete

Il blocco dello scrittore non esiste solo per le prove di creatività, ma può interessare anche una misera blog entry. Così avrei dovuto riportarvi, se non in diretta, almeno in leggera differita le impressioni da alcune mostre che ho visitato; ciò principalmente per incoraggiarvi o meno a visitarle quando erano ancora in corso. In tre occasioni, invece, uno stato d’animo ostile alla scrittura ha avuto il sopravvento. Altro però è ancora visitabile, e dunque intendo rimediare.
COSE CHE HO VISTO
Innanzitutto, la mostra su Pontormo e Rosso, che mi sono goduto per benino profittando della benevolenza altrui, e per giunta munito di una guida d’eccezione (sosia della giovane Maria nella Visitazione, provolone dixit). Una bellissima esposizione che, reclamizzata adeguatamente, spero abbiate potuto visitare, e che dà conto dell’approccio visionario (nel Rosso, fin quasi al sacrilegio) dei due Maestri, affiancati con benevolenza da Andrea del Sarto. Assieme alle tele c’erano anche tantissimi disegni preparatori di grande fascino, alcuni dall’Albertina. Ho imparato, tra l’altro, che certi capolavori ospitati alla SS.Annunziata si possono visitare solo un giorno l’anno, il 18 ottobre (San Luca), quindi estote parati. Dinanzi alla Madonna delle Arpie di Andrea del Sarto ho avuto anche l’allucinazione (??) che il fumo nero avesse nella parte destra (tra l’angioletto che guarda in giù e la veste rossa) occhio becco e artigli di grifone, quindi pensavo che le arpie fossero lì dietro, in agguato (e invece sono o dovrebbero essere, secondo Vasari, le figure del piedistallo). Insomma ero coinvolto perfino lisergicamente e la mostra non andava lasciata passare.

arpie

Lo vedete anche voi il grifone?

Meno probabile, perché fuori dal giro e poco reclamizzata, che abbiate visto l’esposizione della collezione di Art Club a Villa Bertelli. Sono riuscito a vederla anche grazie al fatto che contestualmente, una domenica, si è tenuto un concerto di musica da camera con l’amica Giulia Maria Dori tra i protagonisti… Anche qui si è trattato di una mostra notevole, ben presentata, contenutisticamente composita: circa 70 opere di 51 protagonisti del 900, che citare per intero sarebbe impossibile; mi limito ai capolavori di Afro, Casorati, Vedova, quelli che mi hanno colpito di più.

giuliannannetti

sinestesie: Giulia e Luigi Nannetti, alle spalle Casorati Maccari etc.

Ho trovato trascurabile invece, la mostra su Pollock, almeno nella sua parte ospitata in Palazzo Vecchio (le installazioni erano in San Firenze). Due stanzette buttate lì, e tralascio le polemiche che hanno accompagnato la curatela dell’esposizione: una di un certo interesse (i disegni di studio su Michelangelo) ma tecnicamente transitoria rispetto alle fasi della dissoluzione della figura e del dripping; l’altra con una decina di tele (due assai belle: Composition with black pouring e Painting A), ma assolutamente inabile – quantitativamente e per assenza di un percorso cronologico – a restituire la complessità almeno quadrifasica del pensiero pittorico dell’Autore. La cosa migliore della mostra è stata ripercorrere gli appartamenti medicei e ammirare almeno tre capolavori: il tondo Mittler, la capella di Eleonora de’ Medici by Bronzino (toglie il fiato) e la Giuditta del Donatello che, situata nella stessa stanza in cui avevano messo lì l’edicola coi quadri, faceva un certo contrasto. Della mostra su Pollock non avrei potuto scrivere in tempo perché l’ho visitata il giorno di chiusura.
COSE CHE VEDRETE
Ho passato il ponte di Ferragosto in fair Verona, scarpinando per tre giorni e poi rifocillandomi grazie alle amorevoli e amicali cure di Angelica e Bernardo, l’amico ritrovato dai tempi di diritto amministrativo (MCMXC). Verona è bellissima e ordinata nel flusso dei turisti, non la ricordavo così affascinante. Con Firenze e altre città d’arte condivide un doppio binario: pesca al turista luccio tramite i luoghi di Giulietta (assimilabili alla casa di Dante fiorentina o alla Musikhaus viennese) e invece grandi meraviglie, tra cui senz’altro le chiese, presso le quali è notevole l’incanto non appena si fa ingresso e si percepisce la colossale ampiezza dello spazio interno rispetto alle morigerate o anguste facciate (San Lorenzo ma anche Sant’Anastasia). Gran botta di culo, sommo godimento e gran presidio di civiltà: durante la visita al Duomo ci siamo sorbiti persino l’Adagio e fuga di Mozart, grazie al fatto che c’erano le prove aperte di un concerto gratuito per Ferragosto! Ottimi poi musei e gallerie in cui alla gran parte di notevoli autori operanti soprattutto in ambito territoriale (Liberale da Verona, il Bellini, il Turchi) fanno da contraltare una presenza massiccia di toscani alla Galleria di Arte Moderna (in cui la palma della bellezza va alla Malinconia di Hayez) e due capolavori di Pisanello: la Madonna della Quaglia al museo di Castelvecchio e il San Giorgio e la Vergine in Sant’Anastasia.
Ma è chiaro che una mezza giornata della mia visita è stata dedicata alla mostra del Veronese alla Gran Guardia. Esposizione spettacolare, non foss’altro che per la portata della collazione che riguarda almeno 50 musei e chiese in ogni angolo dell’orbe terracqueo. Poi c’è l’arte del sior Caliari, sublime per colori e ricerca sulla figura. Spiccano i tondi allegorici con le virtù teologali e la giustizia per il soffitto di San Sebastiano a Venezia, le quattro allegorie d’amore della National Gallery, e altre tele (come la “torinese” cena a casa di Simone) in cui il “cromatismo” è dolce ma esasperato come nel Tristan wagneriano. La mostra prosegue fino al 5 ottobre e non la potete mancare.

veronese

Un esaltato Bob giunto al termine della mostra 🙂

COSE CHE VEDRO’
Rimedierò al mio gap comunicativo su Villa Bertelli visitando a brevissimo la mostra di sculture provenienti dagli Uffizi e anche stavolta largamente rappresentativa del ‘900. Speriamo in suo successo dacché, per quanto può valere (ma a livello di battage vale eccome), Repubblica l’ha segnalata la scorsa domenica tra le esposizioni da non perdere in Italia ed Europa!

Bukowski was here

L’Ansuini sulle tracce di Hank.

dear banksy

Charles-Bukowski

Charles Bukowski non ha bisogno di presentazioni.
Ha scritto circa 60 libri, hanno pubblicato tutto quello che hanno trovato dopo la sua morte, ne hanno scritti altrettanti sulla sua vita, con le sue interviste, con le sue lettere.
I critici non l’hanno mai apprezzato, i lettori lo hanno apprezzato moltissimo, le lettrici un po’ meno.
Io di Bukowski so che era un poeta, non uno scrittore. Questa cosa ce l’ho ben chiara in mente e ho i miei motivi di pensarla, così come ognuno è libero di pensare quello che vuole circa la sua scrittura, circa la sua persona.
In questo reportage ci sono le case dove ha abitato a Los Angeles, quelle ancora in piedi. Non gli appartamenti purtroppo, non sono riuscito a entrare nemmeno nella casa dove vive ancora Linda.
Ho citofonato, non ha aperto nessuno.
Anche io avrei fatto lo stesso, se fossi stato in Linda.
Ma…

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Firenze città d’incanto o Firenze città all’incanto? Qualche regoletta

Alcune puntate precedenti in ordine sparso: 1)  il matrimonio degli indiani che inscatola per una settimana Piazza Ognissanti (e succhia elettricità da tutte le strade circostanti)? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 2) Il matrimonio della bonazza col rapper al Forte di Belvedere? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 3) Ponte Vecchio chiuso (!!) per la cena dei ferraristi? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi.
Siamo a una nuova puntata: stasera, in nome della #bellezzaurbana (a Firenze ormai si usa più il sostantivo “bellezza” che la congiunzione “e”), Ponte Santa Trinita sarà chiuso alle auto per una cenetta di 300 poverinos che potranno così godersi la nuova illuminazione di Ponte Vecchio. Il pubblico potrà stazionare sui lungarni e – dice – pure sui ponti. Il traffico sarà chiuso anche ai mezzi pubblici: “per fortuna” a Firenze i trasporti son già tragici di suo e dopo le venti non passano più i bussini del centro, perché il cartello deviazione delle linee c3 e d causa ricchi a cena sarebbe stato irresistibile. Mi consolo con un inciso da stampatoscana.itTutti insieme dunque, stretti stretti sui lungarni, (…) ad assistere alla sfilata dei trecento ospiti internazionali che stazioneranno su Ponte Santa Trinita. Fantastico, ricorda la mamma che fa al bambino: se stai bravo domenica ti porto in piazza a vedere i ricchi che mangiano il gelato.
Naturalmente si discute molto in città e sui social, e le posizioni sono equamente divise tra il classico speriamo piova e il machiavellico va be’ e ‘n’vu capite una… (insomma vedi puntate precedenti).
Non ricordo se ho espresso la mia posizione qui sui blog, ma sui social di sicuro. Visto che qualcuno ha citato il Louvre, ben vengano gli eventi ma: in spazi non aperti al pubblico (quindi mai sui ponti e mai nei musei in giorni e orari di apertura; sì in musei e luoghi d’arte dopo l’orario di chiusura. In questo caso l’interesse pubblico-economico, come spiegavo a Cinzia nei commenti, non intacca quello pubblico tout court, e prevalente, alla fruizione); facendosi pagare parecchio, compreso l’allestimento di un personale di sicurezza ben formato non solo per picchiare chi si avvicina troppo ma anche per il rispetto di luoghi artistici; e rendicontando con trasparenza il reinvestimento di quanto percepito, magari vincolandolo al riutilizzo per la conservazione delle opere artistiche. Questo mi sembra un buon compromesso da cui partire.

De hoc satis. Volevo dire anche che il foulard Pucci apposto sopra il Battistero mi sembra un UFO SOLAR colorato.
E lo dico pensando alla buonanima del Marchese Emilio Pucci che nel lontano 1981 disse del giglio stilizzato della Fiorentina: “e sembra un pìpi”, e se ne andò dall’assemblea. 1-1 e palla al centro.

battistero solar

Teatro Comunale: a valediction forbidding mourning (?)

bobComunale

Cala la tela sul Comunale. Lo scrivente è assai mogio (3 giugno)

e così, con l’ultima rappresentazione di sabato scorso, il Teatro Comunale di Firenze è storia. DC a parte, all things must pass, c’insegnano, o per lo meno tutto finisce nella misura in cui non puoi/vuoi difenderlo. Ed effettivamente ci sono valide ragioni musicali per migrare da un auditorium acusticamente non più all’altezza delle sue componenti artistiche stabili a una struttura più moderna.
…Altra cosa è buttarlo giù, raderlo al suolo come si rumoreggia… Non è che se uno cambia partner poi deve per forza uccidere o castrare il precedente (devo spiegarlo a certe mie ex)! anche considerando che molti luoghi fiorentini persin meno risalenti e assai meno ameni (stadio, stazione SMN) hanno un vincolo artistico che, oltre a fissarne l’ovvia destinazione, ne vieta persino il maquillage (opera di Pier Luigi Nervi, il Franchi per esempio, dall’alto, forma la D di duce, e guai a chi lo tocca).
Ma qui il rischio è triplice: fare considerazioni arbitrarie; fare “poesia” nel senso che non si tiene conto delle drammatiche ragioni della borsa; infine discettare su un penalty già concesso, cosa inutile come ognun sa. E quindi de hoc satis, con brevità, come breve (e ahimè tardivo) è stato il mio pezzo di congedo su Florence Is You di questo bimestre (pag. 12, grazie dell’ospitalità).

Ho frequentato il Comunale dai primi ’80, per qualche anno in maniera inconsapevole e cadenzata dai miei genitori: ricordo una dormita colossale nel deserto della Manon Lescaut, poi una improvvida febbre altissima che mi ha costretto ad abbandonare in corsa un bel Porgy and Bess, infine l’epocale Traviata Kleiber/Zeffirelli con forse l’apice della mia ignoranza musicale, addentrato com’ero in un’intruppata di sancascianesi che eran lì pe’ la Gasdia, iobòi.
La mia frequentazione cosciente e volontaria iniziò invece nel 1988, il 29 gennaio per la precisione, quando, con un improbabile smoking che testimoniava quintali di ansia pregressa, assistetti alla mahleriana Sinfonia dei Mille diretta da Gustav Kuhn, primo appuntamento di un dittico che pochi giorni dopo previde la Nona di Bruckner con la scelta – “autentica” ma terrificante, come un bignè su un’impepata – di chiuderla col Te Deum.
Molto di quello cui ho assistito dal 2003 in poi lo trovate nell’archivio del blog.
Ho conosciuto, in questi anni, ottimi professionisti. Tra essi: amici sinceri compresa una lontana parvenza di amore; amici secondo il vento che tirava; crotali. Equamente ripartiti come in tutti gli ambienti (leggera prevalenza della seconda categoria, che infatti talora mi attraversa con lo sguardo quasi fossi incorporeo, forse a ragione).
Quanto alla musica, ho avuto la fortuna di assistere anche ad alcune prove chiuse. Memorabile un giorno in cui mi riuscì, un pomeriggio, supercazzolando alcuni addetti e le loro pose da capetto, di sedermi – io solo – sul palco vuoto del coro e assistere per intero all’ultimo movimento della Terza di Mahler, con Mehta faccia a me e l’orchestra in basso. Quasi a guisa di principe dedicatario!… Un’esperienza assoluta e da sindrome di Stendhal, esperienza che non ho potuto o voluto immortalare per non spezzare l’incantesimo.

Ma più di tutto, in coda, vorrei parlare dei due eventi di chiusura.
Ho scelto di non vedere il Tristano per cattivo stato d’animo (mio) e perché comunque mi si sovrapponeva con quello del 1999. Invece ho assistito all’ultimo concerto sinfonico (3 maggio: grazie a Duccio, amico vero, che mi ha ceduto il suo biglietto) e una serata, quella del 3 giugno, del conclusivo L’amour des trois oranges di Prokof’ev. Continua a leggere →

tre sfumature e mezza di fogna

“Se non potete eliminare l’ingiustizia almeno raccontatela a tutti” (attr. Alì Shariati)

Prima sfumatura. Il megadirettore arcangelo della superditta Pantegan rifiuta la consulenza di un professionista perché – fa gentilmente sapere la sua segretaria – non vuole gli stranieri. Non è la prima volta che lo fa. Ho il dubbio che se il professionista fosse nato a Colonia o ad Amiens non ci sarebbe stato nulla da dire. Invece guarda caso, a distanza di mesi, si è trattato di due preparatissimi tecnici entrambi di provenienza mediorientale.
I poveri addetti all’organizzazione della consulenza commentano la notizia allibiti: “siamo nel 2014 diobòno”, “mi sembra di sognare” etc. Non manca chi – seconda sfumatura – fa notare non solo la bravura dei tecnici ma anche il fatto che vivano e lavorino in Italia ormai da anni. Insomma, li abbiamo disinfettati.
Cosa succede di fatto? Che ben presto, tenendo in debito conto il corrispettivo della consulenza, molto impattante sul budget della struttura dei poverinos di cui sopra, si adduce (terza sfumatura) una scusa al tecnico infarcendola di anglismi (la situation col brand è in stand-by) e si propone alla Pantegan un altro nominativo, un bovino rigorosamente delle nostre praterie, che ovviamente verrà contrattizzato senza un fiato. I peones si prendono dunque la colpa dell’iussus principis, e rischiano un non immeritato sputtanamento diretto se un giorno il tecnico verrà a sapere dal collega arianotecnico che ha fatto lui la consulenza alla Pantegan.

La mezza sfumatura è quella dello scrivente che ovviamente è stato implorato di non raccontarvi tutto questo, ma ha già abbastanza problemi di salute e autostima per doverseli aggravare con l’incapacità di guardarsi allo specchio. Ciò peraltro lo assolve solo in parte perché omette nomi cognomi e cambia qualcosina.
Belli che siamo.

Claudio Abbado (1933-2014)

Sull’enormità del personaggio avete già scritto tutto voi, e al meglio. Io dico una cosa personale e forse ovvia. L’ho ammirato dal vivo una sola volta, al Comunale, a prezzo in una postazione fortunata – un tizio ha scambiato il suo biglietto spettacolare col mio per poter stare accanto alla sua compagna. C’era la sua Orchestra Mozart e un programma classicissimo senza encores: la Tragica di Schubert e la 40 mozartiana. La cosa ovvia che voglio dire è che la sua lettura mozartiana dal vivo mi ha rivelato soluzioni interpretative e “minimi passaggi” nuovissimi a dispetto della mia massiccia frequentazione della sinfonia. E questo è il valore aggiunto di ogni direttore massimo: quello di trovare sempre qualcosa da aggiungere al tuo bagaglio di ascolto, nonostante la pletora di testimonianze e cimenti live e studio.
I suoi dischi cui più sono legato sono quello dei primi due concerti per pianoforte di Bartók (con Pollini e la Chicago: mi si è aperto un mondo) e, appunto, quello con le due ultime sinfonie mozartiane con la LSO – il quale, anche se giudico migliore il Karajan degli anni 50, è stato uno dei miei primi contatti col genere sinfonico.
Sit tibi terra levis, Magister.

il mondo Marion

Ieri, e l’ho saputo un’ora fa, è venuta a mancare improvvisamente un’amica sincera di cui tutti apprezzavano la competenza culturale letteraria e musicale. Per cui io voglio piuttosto ricordarla in quel troppo poco cameratismo vissuto assieme. Incrociammo le tastiere coi nostri primi blog, da parte mia questo e da parte sua “Vilaine Fille”; poi venne qualche giorno a Firenze e la portai “da Piero” (cioè alla Trattoria Armando) e la zuppa di farro – ho tentato invano di devegetarianizzarla – la ricordava ancora anni dopo. Fu lei a farmi innamorare del Pontormo di Santa Felicita, che ora quando passo non manco mai di visitare. Salì di corsa su un bus diretta verso casa dei suoi ospiti (li ho conosciuti poi, artisti anche loro) e la rividi qualche anno dopo, nel 2009, a Berlino. Prima ancora se non erro mi faceva lunghissime telefonate perché si era innamorata di un tipo a parecchie ore d’aereo da lei, ed era tutta emozionata e preoccupata di sentirsi al meglio per la nuova liaison… come andò a finire ce lo teniamo per noi, sorrido a pensare che mi faceva sempre freddare la pastasciutta al baretto perché la motivavo o rincuoravo per ore, poco fuori, presso le auto in doppia fila… A Berlino aveva fatto lo house-swap con un musicista rivelatosi poi ultrafamoso (Miss Take® è semisvenuta nel saperlo, al suo gruppo deve il proprio nick) e abbiamo visitato tanti bei posti, molti su sua imbeccata, in quel dicembre mai così glaciale da trent’anni. Le piacevano i mercatini natalizi, ovunque si dovesse andare ti dava appuntamento ineluttabilmente a “Hackescher Markt”, e l’altro suo famoso intercalare era quel “poverino!” arrotato che ti stressava ma anche faceva sorridere. Mi ha fatto conoscere la Costina. Abbiamo condiviso il Deutsches Requiem alla Philharmonie (dirigeva uno ieratico Runnicles). Poi il grande rammarico di non essere riuscito a rivederla questo settembre a NY, per una serie di fraintendimenti e ritrosie. In mezzo a tutto ciò tante parole scritte, editing reciproco into italian or english, pensieri in forma di foto, cartoline e persino una sciarpa nerazzurra in mio onore… ogni tanto mi faceva un po’ incazzare quando parlava bene, viste le radici piemontesi, della innominabile, e di gattüso perché le piaceva (de gustibus). Era anche un’ammiratrice del Dunadün («pòta sì!») e lo difendeva anche tatticamente, ogni volta che la nazionale di Prandelli faceva un risultato così così diceva che se ci fosse stato lui ne sarebbe sortita altra cosa. L’ultima sua missiva verso di me appena 3 giorni fa. Perdo, perdiamo una colta radiosa e soprattutto dolcissima donna e mi sembra ancora incredibile che se ne sia andata così. Quante cose dovevamo ancora vedere e ascoltare insieme, Marion!
marion