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Mahler, sinfonia n.6, MMF / Gatti

photo_2020-01-26_16-06-21A prescindere dalla esecuzione, notevole, la serata presentava connotati epocali. Mancavo dal teatro da due anni e mezzo e dalla sua orchestra da quasi un quinquennio! Inoltre aspettavo di poter ascoltare una sesta mahleriana da quando ero più assiduo, per esempio quando è arrivato Barenboim e ha eseguito quinta e settima (2007, mi pare)…
Edit: ho appreso che una sesta era stata diretta da Mehta nel settembre 2016 ma… come sapete, settembre per me è sinonimo di sguazzo…

Una sesta sinfonia – pensavo – che oltre a essere ex se una vetta della scrittura per orchestra di ogni tempo, ha influito come poco altro sulla musica di Berg: che, come si sa, esagerando un bel po’ la chiamava “l’unica Sesta nonostante la Pastorale” e verosimilmente vi ha trovato ispirazione per i suoi Orchesterstücke (nonché, azzardo, nel tema del destino che chiude ogni atto della Lulu).
Così venerdì notte ho preso un biglietto senza pensare troppo a pigrizia, partite, con chi andarci… la postazione molto da vicino (sesta fila), pur non avendomi fatto scorgere il problematico e proverbiale martello – né fiati ottoni e via a salire – in compenso mi ha fatto percepire un bel volume sonoro, stendere le gambe che per un lombalgico alle prese con 90′ di musica ininterrotta non è un dettaglio da poco, infine concentrare sul gesto del direttore.

Oggi sono qui a riassaporare le sensazioni e a pensare a come parlarne (se ne sono ancora in grado, se ne sono mai stato). Poche note, sperando di togliermi la ruggine via via ai prossimi concerti.

Gatti, già protagonista di molte serate al Maggio, alcune delle quali per me memorabili (Pélleas), ha dimostrato una attenzione estrema per i dettagli di una sinfonia che contrappone fragorosi spiegamenti di massa a ripiegamenti intimistici in cui moltissime prime parti sono sollecitate. In altri spunti, singoli gruppi emergono (ieri per es. grande intesa coi violoncelli nella energica parte centrale del finale).
Prendendo in esame la registrazione del 1988 di Bernstein coi Wiener e quella (2004? l’ho lasciata nel buen retiro) di Abbado coi Berliner tra i riferimenti discografici importanti, la esecuzione di ieri si avvicina molto di più alla seconda, dismettendo buona parte dell’ubiquo e corrosivo vigore di Bernstein a favore di scelte talora più. Ma non necessariamente meno liriche.

A questo proposito viene in rilievo il movimento iniziale, Allegro energico, quello più atto a essere trasfigurato (ricordo che la composizione/orchestrazione della sinfonia è 1903-1905 e la prima del 27 maggio 1906) in una meditazione sui tempi che si approssimeranno e sulla nostra stessa condizione umana. Slanci lirici incorniciati con marce soldatesche: Paolo Petazzi nelle note di sala sottolinea giustamente il legame del movimento con Revelge, e in certi passaggi sembra di sentire anticipi di passo dell’oca. Gatti richiama l’orchestra, che risponde, alla precisione ritmica e allo staccato (talora battendosi a tempo sull’indice della mano destra come fosse un legnetto giamaicano), mentre nel cd. “tema di Alma” concede amplissima cantabilità agli archi, creando così il massimo ossimoro.
Bene anche il controllo della dinamica fortissimo/pianissimo sul maggiore/minore.
Lo Scherzo è stato forse il movimento meno forte della esecuzione di ieri, essendo richiesto per la mia sensibilità un quid energetico in più, anche se i trii e in generale gli episodi più intimistici del movimento son stati restituiti in modo ottimale.
Notevolissima in toto è stata invece l’interpretazione dell’Andante moderato, dove, al contrario del tema di Alma, Gatti chiede all’orchestra che la melodia e il suo sviluppo non assumano mai slanci retorici.
Sul gigantesco Finale, che più che un movimento è un’esperienza che ti investe per mezz’ora, sconvolgente già dal carattere straniante del primo accordo, mi resta, oltre alla già citata attenzione sui singoli gruppi orchestrali, la padronanza agogica di stringendo e rallentando nei passaggi immediatamente prima dei ritorni del tema maggiore/minore.

Per tutta la sinfonia l’orchestra è stata brillantemente all’altezza dei virtuosismi, talora di sesto grado superiore, che la partitura le ha richiesto.

Non potevo sperare in un rientro migliore. Ora spero che non ripassino altri tre anni alla prossima data.

 

avvistamenti biennali: di nuovo all’OF per i Berliner e Dudamel

IMG_5521Come potrebbe facilmente accertare chi si prendesse la briga di scorrere l’archivio storico di questo ormai parco blog, le mie frequentazioni del “maggio” un tempo erano intensissime (il culmine un decennio fa); però il tempo ha dato un colore diverso ai reciproci destini e ora mi trovo a non esserci quasi mai. Succede però mirabilmente che io venga ogni tanto sorpreso da un imprevisto amicale e benevolente, come quello che mi ha portato ieri ad assistere al concerto speciale dei Berliner sotto la bacchetta di Gustavo Dudamel. Una serie di circostanze temporali di riferimento: non varcavo la soglia dell’OF da ben due anni e un giorno (per il Pélleas Gattesco); ieri era il “compleanno” di Abbado – avrebbe compiuto 84 primavere – al qual nume Dudamel è legato stretto, come ognun sa. Prime time per me per ascoltare la bacchetta venezuelana, ma non per i Berliner che udii e venerai a casa loro in prossimità del Natale 2009.
Ciò detto, non mi aspettavo un teatro pieno, con molti giovani (visto che i biglietti andavano fino a 250€); del pari non mi aspettavo una performance memorabile perché, in soldoni, credo che, quando le orchestre sono in tournée, un po’ di mestiere e ripetitività facciano da resistenza allo scavo e alla ricerca dell’eccellenza. In questo senso portavano anche i brani wagneriani dalla Tetralogia previsti nella seconda metà del concerto; mentre la prima metà era occupata dalla Renana di Schumann.
Qualche scarna nota tecnica scrostandosi di dosso la ruggine della lunga assenza. Il concerto è stato a mio avviso soddisfacente e ha portato alle mie orecchie alcune soluzioni interessanti. L’interpretazione della Renana è stata piacevole, benché non certo contrassegnata da slanci romantici. Spiccava la prima parte dello scherzo (Sehr mäßig, secondo movimento): nitore del timbro; precisione negli attacchi; un filo di perle la dinamica. Più fiacco il Nicht schnell successivo. Bene il fugato nel Feierlich, “maestoso” quarto movimento anche se si poteva osare più forza nel ritorno del tema principale.
La seconda parte del concerto mi ha in effetti catturato meno, come sempre accade “crescendo” (diciamo pure invecchiando), quando gli “estratti” diventano un palliativo in rapporto a un’opera o un suo atto. È stato poi fatto notare che i cinque estratti non erano disposti in ordine cronologico, ovviamente per portare in coda la cavalcata delle Valchirie: poteva starci anche di chiudere con la marcia funebre di Sigfrido, benché meno d’effetto. Una esecuzione quasi col pilota automatico per la migliore orchestra al mondo. Stesso dicasi per l’encore, cioè il Liebestod orchestrale. Nonostante ciò, un paio di dettagli interpretativi, che valuto in maniera opposta: ottima la sezione violini messa liricamente in risalto nel Mormorio della foresta; un certo stringendo nel climax della Trauermarsch che la rendeva un filo prosaica.
È stato comunque un bell’incedere e un bell’ascoltare. Arrivederci a giugno 2019? Spero un po’ prima 😉

un bicchiere di Brunello. La prima serata della sua Odissea Bach alla Pergola

il frontespizio delle suite: solo trascritte o addirittura composte dalla mogliettina? (img PD wiki)

Chiedendo scusa immediatamente per l’inflazionatissimo bisenso nel titolo, la prima cosa da scrivere è che il concerto alla Pergola di ieri, che ha visto protagonista solitario il violoncellista Mario Brunello, è il primo di un ciclo bachiano in cui il maestro propone non solo le suites per violoncello ma anche le sonatepartite trasposte per violoncello piccolo a quattro corde. Ieri il primo tassello, con le suite 1 e 4, la prima sonata e la seconda partita. Ciò nell’ambito di un progetto “Odissea Bach” che, a cura degli Amici della Musica di Firenze, vede coinvolti per esempio anche Angela Hewitt e Pietro Di Maria al pianoforte.
Questa sera alle ore 21 al Saloncino della Pergola si prosegue con altre due suite e altre due trasposizioni. Per cui se potete andate. La data di chiusura, cioè la terza serata Brunello in cui il cerchio delle dodici composizioni dovrebbe chiudersi, non è ancora stata comunicata, a quanto leggo.

È stato bello ritrovare la verve esecutiva del violoncellista di Castelfranco Veneto a distanza di dodici anni da un febbraio del 2005 in cui lo ascoltai (sempre alla Pergola) assieme nientemeno che al Quartetto Alban Berg, impegnato nel superquintetto di Schubert.
Di più: l’evento solistico è servito per coglierne, oltre al talento, la simpatia e persino la disponibilità dialogica con cui, prima dell’esecuzione, ha “fatto gli onori di casa” e ampiamente presentato al pubblico i due ospiti, vale a dire il violoncello e il violoncello piccolo. Spiegando, anche con una punta di humour, la questione esecutiva della sesta suite (ieri non eseguita), della cd. viola pomposa di Bach e di come alcuni studi recenti l’abbiano ormai ricondotta a un violoncello da spalla a 5 corde (assimilabile nel suono al piccolo da gamba a quattro usato ieri), e perfino della paternità dell’opera (uno studioso australiano ritiene che Ana Magdalena Bach non abbia solo trascritto le suite ma le abbia proprio composte!).
Tutta questa fluidità esegetica – e, credo, anche emozionale – ha portato Brunello a cercare una espansione virtuosistica non solo eseguendo la sesta suite al violoncello piccolo (cosa che per un certo periodo ha avuto qualche remora a fare: cfr. questa intervista del 2010 tratta da “Musica”), ma trasponendo anche l’opera bachiana per violino solo un’ottava più in basso. E godendo così di tutte le possibilità di fraseggio che uno strumento più ridotto può garantire.
Abbiamo dunque avuto la possibilità di ascoltare uno stesso esecutore impegnato – per citare i celeberrimi “opposti” del concerto di ieri – sia nel preludio della prima suite che nella ciaccona della seconda partita! Cosa rara, direbbe Don Giovanni.

Virtuosistico e per nulla ieratico (per attrazione del programma “violinistico”, si potrebbe dire), è il taglio che Brunello ha dato alla sua ben conosciuta interpretazione delle stesse suite per violoncello “canonico”. Molto staccato, molto andamento di danza (giustamente), molto in agilità sulle quartine non articolate dello stesso celebre preludio in do maggiore. Il brano meglio eseguito? La giga che conclude la quarta suite: meravigliosa, trascinante, con perfetto senso del tempo e gran chiarezza espositiva. Quarta suite, a proposito, che da sempre Brunello traspone dall’originario mi bemolle al sol per dare omogeneità tonale alla raccolta.
La mia attenzione però, come è ovvio, era catalizzata dalle trasposizioni sul piccolo.
L’impatto, cioè l’adagio iniziale della prima sonata, è stato fantastico. In questo passo, come pure nella sarabanda della seconda partita, il tempo lento e la tessitura non troppo avanti hanno restituito in pieno la peculiarità di colore, colore ambrato (volevo dire bruno ma non mi pare il caso) che il violoncello piccolo riesce a conferire rispetto al violino: una grave morbidezza che è sobria esplorazione del dolore.
Ugualmente, peraltro, è venuta fuori tutta la vertiginosa difficoltà delle sonate e partite, come pure la loro ricerca della polifonia attraverso passaggi spesso autenticamente accordali. E in certi punti delle celebri fuga (dalla prima sonata) e ciaccona (dalla seconda partita) qualche fatica si è avvertita. Continuo, tirando le somme e tirando in ballo la mia sensibilità, a ritenere queste partiture congeniali più al violino che al violoncello; ma sono grato a Brunello per questa sua generosità, sempre condotta su buoni livelli qualitativi, e per avermi dischiuso le porte di un approccio differente.

Non va dimenticato, infine, che la serata di ieri e quella di oggi sono dedicate a un gigante del violoncello e di tutta la musica: “Slava” Rostropovič, che proprio oggi avrebbe compiuto novant’anni e del quale esattamente tra un mese ricorre il decennale dalla scomparsa. 27 marzo e 27 aprile: una eterodossa applicazione della “regola del 27” tristemente nota in campo rock…
Brunello gli ha tributato l’encore chiamato dal pubblico del gremito saloncino. E ha eseguito una musica per me bellissima, originaria della Baku che ha dato i natali a Slava. Il titolo non l’ho captato bene (havon havon o giù di lì): richiamato da alcune note in pizzicato, è un lamento tutto giocato sulla prima corda, in cui il violoncellista è riuscito a dare al suo violoncello un suono “persiano”, ricordandomi certi strumenti che ho sentito nei dischi di world music, o più probabilmente riuscendo perfettamente a imitare, sulle note più gravi, il timbro del kamancheh azerbaigiano.

un risveglio: il Quartetto Guadagnini agli “Amici”

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img © twitter.com/qguadagnini

È stato bello, grazie a un’amica, rompere improvvisamente il mio “gran digiuno” di musica dal vivo – un digiuno che stava quasi per sfociare nei due anni giuridicamente bastevoli per una dichiarazione di assenza – per seguire il giovane Quartetto Guadagnini di scena domenica scorsa al Saloncino della Pergola, per gli Amici della musica. Il programma, con Schubert Bartók e Colasanti, era così invitante da farmi snobbare persino la Beneamata (ma  è andata bene anche con Lei. Esultare “in differita” alle 1:13 am per un goal segnato alle 9:28 del giorno prima, svegliando tutti? Fatto).
Il programma, dicevo: due capisaldi della letteratura quartettistica – il Rosamunde di Schubert e il Quarto di Bartók – incastonavano una rarità, ovvero le Tre notti di Silvia Colasanti, compositrice che a Firenze abbiamo apprezzato in due edizioni del Maggio per la sua messa in opera della Metamorfosi kafkiana. Forse per il carattere policromo della scrittura di Colasanti, la cornice voleva forse sottolineare la tavolozza dinamica, lo strumentario in possesso di Autrice e interpreti. Ecco allora una Rosamunda marcatamente intimista soprattutto nei primi due movimenti, eseguiti forse troppo in punta di piedi, con un timido risveglio solo a partire dal menuetto. Di ben altro spessore la resa della composizione bartokiana del 1928, muscolare e con la giusta attenzione ritmica, dall’agogica serrata ma capace di trovare equilibrio in quel capolavoro della musica di ogni tempo che è il movimento centrale: il non troppo lento in cui il superbo recitativo del violoncello viene introdotto da un tappeto sonoro degli altri tre strumenti e successivamente li coinvolge uno dopo l’altro.
Al centro, le tre notti colasantiane. Composizione espressamente dedicata al Quartetto Guadagnini e proposta autonomamente, anche se l’estate scorsa a Spoleto si è innestata entro un progetto più ampio, ossia i Tre risvegli della poetessa Patrizia Cavalli con la regia di Mario Martone e la verve scenica di Alba Rohrwacher. Si tratta dunque di una complessa sequenza notturna-onirica propedeutica a risvegli e meditazioni. Sequenza in cui terzine e vorticose scale rimbalzanti da uno strumento all’altro si sciolgono, volta per volta, in rarefatti cantabili o valzer, rasserenanti ma a loro volta attraversati da perturbazioni nervose sotto forma di lunghissimi legati dei violini. Mi ha ricordato da vicino, con altri stilemi ovviamente, il grande sogno lisergico della Symphonie fantastique. I quattro interpreti, giocando anche “in casa”, tra le mura amiche di una composizione pensata per le loro caratteristiche, hanno qui dato fondo al loro talento, e l’esito è certamente il migliore della serata. Se non ci fosse già, ne auspico e attendo un’incisione discografica.
Dopo l’encore bachiano – il Contrapunctus I da L’arte della fuga – rincaso felice di questo mio risveglio alla dimensione musicale dal vivo. Spiace per il poco (ma educatissimo) pubblico che spesso accompagna la musica da camera; ciò peraltro da un punto di vista biecamente utilitaristico mi ha consentito di godermi la serata senza nervosismi.

Forse non lo so neppure io chi sono: “Memorie di un pazzo” con Andrea Buscemi

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Andrea Buscemi in un’edizione passata dello spettacolo (img copyright come sopra, no infringement intended)

Ieri pomeriggio sono stato al Teatro Le Laudi per assistere alle Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol’, proposte e interpretate da Andrea Buscemi nella traduzione e adattamento che ne operò Roberto Lerici. Come sapete, si tratta di un “Racconto di Pietroburgo” in forma di monologo che ci fa assistere alla progressiva e inesorabile spersonalizzazione dell’impiegato Aksentij Ivanovic Popriščin, e nel quale Gogol’ ci ammannisce punte di genialità pura unita a profonda conoscenza psicologica; una per tutte, quella di immaginare – con effetto “specchio contro specchio” e sublimando la mania di persecuzione – un protagonista preso dall’allucinazione di un cane (Meggy!) che scrive lettere, e in queste lettere arriva a denigrarlo!
L’interpretazione di Buscemi è stata capace di restituire tutti i registri della “discesa nel Maelstrom della follia” dipinta dal grande narratore russo (ma mai nominata espressamente: nel racconto, se non erro, non compaiono mai, se non nel titolo o nel “lo amo alla follia” che la sanissima destinataria dell’amore di Aksentij tributa al suo rivale, i termini “pazzo/folle” o “pazzia/follia”; siamo in un monologo quindi stiamo osservando la pazzia “da dentro”, dalla prospettiva di chi ne è ignaro).

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#SalvatorRosa400 e i maestri incisori contemporanei: ultimi giorni al “Bisonte”

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Giorgio ROGGINO, Le rane, 1981, acquaforte, coll. priv. (immagine dal sito pagina.to.it)

Per gli amanti dell’arte incisoria questa settimana (fino a tutto venerdì 15) è l’ultima per poter ammirare, nei giorni feriali, una mostra fiorentina di alto livello, gratuita e snella. Simone Guaita e la Galleria Il Bisonte (via San Niccolò) sono soliti titillare il palato degli appassionati, e stavolta propongono alcune opere di Salvator Rosa (il 2015 era il 400enario della nascita) affiancate a 17 Maestri di oggi.
L’accostamento tra il classicismo di Rosa (un Autore di cui a Firenze molto si può ammirare – es. alla Palatina – e molto altro si potrebbe, penso per esempio alla splendida tela Lo spavento che è nel deposito degli Uffizi) e l’ispirazione – di matrice via via surrealista, mitologica, naturalista o anatomista – dei nostri contemporanei è forte, a valenza di ossimoro, costringendo forse a “una scelta di campo”; io in effetti, pur apprezzando molto le acqueforti e puntasecca seicentesche di Rosa, specie quelle dedicate a Diogene e Platone, mi sono trovato ad ammirare soprattutto le spettacolari realizzazioni mie coeve. Primi inter pares Agostino Arrivabene, Jakob Demus, Claudio Olivotto, Giorgio Roggino e Lanfranco Quadrio.
La visita richiede non più di un quarto d’ora/ venti minuti, ma non va mancata!

Pagina della mostra coi dettagli
Catalogo PDF (con un erratum sull’opera di Quadrio: non l’ala, ma le lucertole in lotta)
Servizio de Il Sole 24 Ore.

 

apre il Museo Amalia Ciardi Duprè! preview e qualche foto

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in alto le saracinesche, inizia l’avventura!

Quando apre un nuovo spazio artistico in città è sempre un giorno speciale. Se ne viene sempre arricchiti.
Oggi pomeriggio (dalle 15,30), in Via degli Artisti 54rosso, vede ufficialmente la luce il Museo Amalia Ciardi Duprè, destinato a proporre un’esposizione permanente della scultrice fiorentina discendente dal noto Giovanni, oltre a ospitare in futuro laboratori, attività culturali, temporanee di altri artisti.
Grazie alla gentilezza di Amalia e di alcuni amici comuni ho avuto l’imbeccata e l’occasione per assistere, ieri pomeriggio, al pre-apertura.
Ho approfittato per qualche scatto ai locali e alle opere che hanno avuto il maggiore impatto su di me; vi propongo il tutto, come al solito, in una bacheca su Pinterest.

Nonostante il – lieve e ampiamente percorribile a piedi – scostamento dal centro storico, lo spazio, moderno e discreto nei confronti del paesaggio urbano circostante, merita senz’altro una visita, per avere un’idea dell’apporto di Amalia alla scena fiorentina: importante, e per giunta non limitato alla creazione ma esteso anche alla propagazione del sapere artistico mediante l’insegnamento. Il tour tra le sculture si svolge principalmente lungo una grande sala e il suo soppalco, per un tempo che si può valutare attorno ai venti, massimo trenta minuti; ma gli snodi creativi sono rappresentati in maniera composita e tendenzialmente completa: sia per i materiali impiegati, sia per le dimensioni delle opere (dal grande Cristo sofferente che domina un lato del piano terreno, alle piccole sculture nelle nicchie), sia per il soggetto delle stesse. La collezione, comprensiva anche di alcuni disegni, si declina nell’utilizzo di bronzo, maiolica semplice o patinata, refrattario e semirefrattario; emerge un’attenzione alle tematiche e alle storie della religione o del mito, nonché verso la figura femminile, quest’ultima spesso còlta nel suo aspetto di maternità e fecondità; in tal senso vedo il gruppo maestoso che accoglie il visitatore nel mezzo dei due ingressi al Museo, raffigurante Persefone e soprattutto Demetra (dheghom mather, madre terra e dea della fecondità), come forte dichiarazione d’intenti, nel trait-d’-union tra archetipo e viscere; e forse non è un caso che sia stato proprio questo gruppo la prima opera posata nello spazio espositivo, com’è possibile riscontrare sul sito della Fondazione, cui vi rinvio per ogni informazione e per maggiori notizie su Amalia, comprese le sue preziose realizzazioni in Toscana (meravigliosa l’abside realizzata per una chiesa di Vincigliata) e nel resto d’Italia.

Grazie per questo nuovo spazio! E buona visita.

Firenze Capitale, la mostra a Palazzo Pitti

fig-2Ieri ho assistito alla serata d’apertura della Mostra Firenze Capitale, nel 150esimo dell’ospitalità che Palazzo Pitti concesse ai Savoia. La mostra (qui il suo sito ufficiale, da cui ho preso il ritratto del Re per mano di Antonio Dugoni) si è aperta ufficialmente oggi, andrà avanti un bel po’, e si potrà visitare congiuntamente colla Galleria d’Arte Moderna.
Vista l’importanza delle collezioni di quest’ultima, la domanda “vale la pena visitare Firenze Capitale?” è ampiamente vanificata per i primetimer. Ai quali, se le cose non son cambiate in meglio rispetto alla mia visita di un triennio fa, consiglierei di programmare per la mattina.

Quanto al valore aggiunto di questa temporanea, esso risiede soprattutto nel fatto che vengono aperti per l’occasione gli appartamenti della Duchessa d’Aosta, Anna di Francia, stanze normalmente non visitabili.
Il loro fascino è più nell’arredamento (e anche nell’oggettistica esposta, per esempio i finissimi ventagli) che nell’arte figurativa. Un patito di dipinti come lo scrivente fatica un po’ con l’arte italiana di metà ottocento, anche se non mancano le cose di pregio.
E poi ci sono le bellissime sculture in marmo di Carrara, prima tra tutti la Flora del carrarese Giuseppe Ferdinando Lazzerini, opera restaurata di recente e ancora più bella con lo sfondo blu dell’allestimento.
Dal punto di vista personale, infine, mi ha colpito la presenza dei ritratti di quattro ottocenteschi “prìncipi degli studi” del Collegio Alla Querce. Per chi non lo conoscesse, si tratta di uno storico Istituto parificato di Firenze, gestito dai Padri Barnabiti fin verso il 2005, quando ahimè fu travolto da problemi di vario genere che ne han decretato la chiusura. L’usanza di decretare i “prìncipi”, ossia i diplomati più meritevoli nell’arco di tutto il liceo, e premiarli con medaglia e “onore dell’effigie” che veniva custodita nelle aule più prestigiose del collegio, è andata avanti anno dopo anno fino alla fine, e anche il modesto scrivente si fregiò del titolo alla sua maturità, nel 1988. Alla serrata dell’Istituto i quadri – che ogni principe faceva realizzare a sue spese e conferiva – han seguìto i Barnabiti (per fortuna, dopotutto, visto il successivo stato di abbandono dell’immobile) e quindi vedere queste tele dei primi studenti sottratte al mistero e all’oblio è stato un autentico flashback.

Ho provato a immortalare qualcosa e ho collocato le mie foto in questa bacheca Pinterest. Spero possano invogliarvi.

#BIAF2015 – per immagini

L'immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini...

L’immancabile selfie dalla terrazza di Palazzo Corsini.

Non voglio attardarmi in articolesse come feci due anni fa, visto che i giorni sono pochi (ma non troppo pochi). Avete quattro giorni pieni, da stamattina a tutta domenica, per visitare la Biennale dell’Antiquariato 2015. E anche stavolta ne vale la pena. Per far prima (la visione invoglia assai più della parola) ho creato una bacheca pinterest con le mie scelte personali: clicca qui per visualizzarla.
Dovessi proprio portarmi via una cosetta nella distrazione generale, penso che sceglierei uno tra Schiele, Giordano, Boldini. Mentre il premio per lo stand che tra i 78 (due più del 2013) mi ha coinvolto di più lo darei proprio all’ultimo, cioè a Copetti di Udine, coi lavori di Mascherini, Mirko Basaldella (fratello del più noto Afro), Corpora e altri. Dunque mantenete un po’ di energie in coda. Notevole anche l’omaggio a De Chirico di Frediano Farsetti (stand 69), dove potrete ammirare anche Le muse inquietanti.
E buon divertimento.
PS L’occasione è buona per rinviare a due mostre altrettanto importanti a venire: Munich Highlights (Halloween weekend) e Boldini a Milano (23.X/20.XII) presso Bottegantica.

Eroine (d’opera!) a Villa Bertelli (ultimi giorni)

Ancora fino a lunedì 31 a Villa Bertelli, con ingresso libero e orario 17-23, potrete ammirare carteggi foto e testimonianze su Giorgio Strehler, ma più emozionanti ancora mi sono parse le ricostruzioni di alcuni costumi originali da parte degli allievi del Corso di Sarti per lo spettacolo dell’Accademia Teatro alla Scala. In particolare la “primissima” Desdemona di Alfredo Edel (5 febbraio 1887), la prima Violetta milanese del 1859, le eroine pucciniane nelle vesti di Adolf Hohenstein. Le mostre sono simbiotiche in quanto la sala “strehleriana” ospita quattro abiti di rappresentazioni più recenti. Un piccolo slideshow via smartphone “no copyright infringement intended”.

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