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Bildungsroman al contrario: su “La terra bianca” di Giulio Milani

milaniterrabianca

img dal sito doppiozero.com

 Moltissimo, direi, mi lega a quella porzione di terra che ha nome provincia di Massa-Carrara e più in dettaglio Riviera Apuana: i primi amici, la prima percezione del dolore, il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima volta, e i pochi momenti di serenità e autentica spensieratezza della mia vita, come per esempio un idilliaco e solitario aprile-maggio del 1992.
Nel 1988, invece, avevo 18 anni ed ero innamorato perso di mia cognata (smile); superai la maturità e, nell’assolato, perfetto agosto, ebbi una delle mie famose percezioni da Cassandra (tragiche, esatte, inascoltate), cioè che i bei tempi per me fossero finiti. Prendendo in prestito un celebre aforisma, avevo già evitato diverse battaglie; ne evitai una campale anche quel Ferragosto; altre ancora aspettavano che non vi partecipassi; tutte mi ferirono. A fine estate feci un bel giro per la Grecia classica e poi, privo di qualunque curiosità verso l’avvenire, mi lasciai facilmente influenzare a studiare legge, ignaro che ero tagliato per tutt’altro e che sarei divenuto il più grande finanziatore dell’Ateneo fiorentino.
Quell’estate ottantotto l’edonismo reaganiano era ancora ben presente, la gente ancora ottimista, in tasca qualche lira, al mio bagno si facevano feste e cene in spiaggia, anche se non come negli anni precedenti. A parte la cognatuzza c’erano tante belle fanciulle nel pieno del loro splendore, soprattutto le sorelle B. che impazzavano presso i più grandi (e sono contento si siano divertite, perché di lì a manco dieci anni il destino avrebbe esatto un durissimo tributo nei loro confronti). Si andava al Modo a Marina, per un paio d’anni ancora non avrebbero virato sulla house e invece da mezzanotte mettevano su Roadhouse Blues, Bigmouth Strikes Again, Smoke On The Water, quattro salti ed eravam contenti così. Prima di tornare a casa, verso le 4, fermata al pub con menù fisso panino speck&zola, patate fritte, frappè al cioccolato (il reflusso gastrico, oggi, ringrazia).

Avvenne proprio una domenica mattina che speravo di trascorrere per intero tra le braccia di Morfeo, onde recuperare la notte insonne: “svegliati, è scoppiata la Farmoplant!”. Era il 17 luglio e aveva preso fuoco il serbatoio contenente il Rogor, una sostanza insetticida usata per far fuori ditteri della frutta e mosca olearia. Contrappasso della cara e buona industria: le mosche ora eravamo noi. Mi buttarono giù dal letto i miei, in 2 minuti ci precipitammo in auto per andare dagli zii a Tonfano. Per le scale l’odore dolciastro pervadeva l’aria come in un film apocalittico (e dire che eravamo ai Ronchi, cioè ad almeno 2,5-3 km in linea d’aria dall’esplosione). Per le dieci di mattina l’incendio era domato e il giro di telefonate agli amici si declinava così: al Forte dei marmi “nessun inquinamento” (come se tra il Cinquale e il Forte sorgesse un muro a vari strati); anche ai Ronchi qualcuno minimizzava – anzi: “farei fare il bagno a mia figlia” (ma nessuno ce l’ha mai vista, in acqua, per un bel po’). Smarriti, dopo pranzo si fece ritorno e nel pomeriggio c’era chi, come il sottoscritto, già sguazzava in mare, che tanto qui è sempre pién de scartozzéra, sostanza più, sostanza meno. Qualche altra Cassandra avvertiva che l’avremmo pagata tutti qualche decennio in là.

A distanza di quasi un trentennio una persona del mio cuore – è a lei che queste annotazioni son dedicate – si trova a combattere contro una brutta, aggressiva malattia, e mi è venuto da pensare che questo disastro, con le sostanze che ha sparso in aria acqua e terra, possa entrarci qualcosa.
Mi avvicino quasi per necessità, quindi, al libro di Giulio Milani, La terra bianca. Marmo. chimica e altri disastri (Laterza, 2015), che suppongo ruoti su questo episodio. In realtà il presupposto del mio moto verso il libro era errato: a rigore, il Rogor è altamente tossico per il sistema nervoso ma non è cancerogeno. Però la rassegna di orrori in cui mi sono imbattuto (compresi i ricatti ai lavoratori) ne contiene davvero di ogni sorta, in un excursus di decenni. Ben al di là di un episodio che, pur epocale per tanti aspetti, è tra l’altro solo uno degli oltre 40 incidenti avvenuti durante l’attività dello stabilimento.
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“satira antipiretica”: la rivista Aspirina

aspirina

“The cats will know” 😉

siamo a tutti gli effetti nel weekend, e come ogni fine settimana Villa Bertelli, al Forte, sarà aperta. Vi invito, da qui al 7 giugno, a spendere una mezz’oretta per visitare la mostra antologica di Aspirina, rivista acetilsatirica al femminile, prima cartacea, ora online. Ho trovato le vignette attuali, azzeccate, foriere di pensieri. Ne avevo fotografata qualcuna ma il sito della rivista raccoglie, in libera consultazione, tutto quello che avevo scorto, così mi limito a inserirne una e a linkare alla pagina coi dettagli. Andate!

Idea “Nuova” Socialista

è il nome della figlia di Alberto Beneduce che andò in sposa a Enrico Cuccia. Proprio di Cuccia l’Espresso propone questa settimana (pag. 95) uno scritto del 1987 che mostra come anche in quel personaggio che per molti è la quintessenza del silente pescecane bancario ci fossero tonnellate di lucidità in più rispetto all’odierna inconsistenza dogmatica spacciata per liberismo (e correlativa macelleria salariale che è sotto gli occhi di tutti):

Il problema del livello dell’occupazione – e, quindi, quello della disoccupazione – è anzitutto un problema politico. (…) Nell’epoca moderna si è affermato il convincimento che il problema occupazionale sia prevalentemente di natura economica e la sua soluzione debba essere ricercata nella legge della domanda e dell’offerta. Cinquant’anni fa Keynes rese evidente l’inconsistenza della tesi che affidava al libero giuoco delle forze di mercato il “clearing” tra offerta e domanda di lavoro. Di fatto, di fronte a un’eccedenza dell’offerta di mano d’opera, non è pensabile il ricorso ad una riduzione dei salari monetari, quale mezzo per sollecitare la domanda, data la loro rigidità verso il basso; ma, anche ammettendo la possibilità di una loro riduzione, essa avrebbe come conseguenza una contrazione dei consumi e, quindi, una nuova spinta alla disoccupazione. (…) Non v’è dubbio che il problema dell’intervento pubblico nell’economia – sia esso finanziato dal gettito tributario o dall’indebitamento – è anzitutto un fatto politico.

Lo scritto è tratto da questa monografia di Giorgio La Malfa.
Nel frattempo ho individuato una delle mie letture estive, se avrò tempo e pace: si tratta del librone (a quanto pare scorrevole e avvincente) di Thomas Piketty, Capital In The Twenty-First Century. Curiosamente il libro, opera di uno studioso francese, è divenuto un best seller soprattutto oltreoceano. E non a Cuba: negli USA. In Italiano ancora non è disponibile dunque me ne sono procurato alcuni capitoli in inglese a mo’ di try before you buy. Continua a leggere →

Firenze città d’incanto o Firenze città all’incanto? Qualche regoletta

Alcune puntate precedenti in ordine sparso: 1)  il matrimonio degli indiani che inscatola per una settimana Piazza Ognissanti (e succhia elettricità da tutte le strade circostanti)? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 2) Il matrimonio della bonazza col rapper al Forte di Belvedere? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi; 3) Ponte Vecchio chiuso (!!) per la cena dei ferraristi? e va be’, ‘n’tu capisci una sega, e portan sòrdi.
Siamo a una nuova puntata: stasera, in nome della #bellezzaurbana (a Firenze ormai si usa più il sostantivo “bellezza” che la congiunzione “e”), Ponte Santa Trinita sarà chiuso alle auto per una cenetta di 300 poverinos che potranno così godersi la nuova illuminazione di Ponte Vecchio. Il pubblico potrà stazionare sui lungarni e – dice – pure sui ponti. Il traffico sarà chiuso anche ai mezzi pubblici: “per fortuna” a Firenze i trasporti son già tragici di suo e dopo le venti non passano più i bussini del centro, perché il cartello deviazione delle linee c3 e d causa ricchi a cena sarebbe stato irresistibile. Mi consolo con un inciso da stampatoscana.itTutti insieme dunque, stretti stretti sui lungarni, (…) ad assistere alla sfilata dei trecento ospiti internazionali che stazioneranno su Ponte Santa Trinita. Fantastico, ricorda la mamma che fa al bambino: se stai bravo domenica ti porto in piazza a vedere i ricchi che mangiano il gelato.
Naturalmente si discute molto in città e sui social, e le posizioni sono equamente divise tra il classico speriamo piova e il machiavellico va be’ e ‘n’vu capite una… (insomma vedi puntate precedenti).
Non ricordo se ho espresso la mia posizione qui sui blog, ma sui social di sicuro. Visto che qualcuno ha citato il Louvre, ben vengano gli eventi ma: in spazi non aperti al pubblico (quindi mai sui ponti e mai nei musei in giorni e orari di apertura; sì in musei e luoghi d’arte dopo l’orario di chiusura. In questo caso l’interesse pubblico-economico, come spiegavo a Cinzia nei commenti, non intacca quello pubblico tout court, e prevalente, alla fruizione); facendosi pagare parecchio, compreso l’allestimento di un personale di sicurezza ben formato non solo per picchiare chi si avvicina troppo ma anche per il rispetto di luoghi artistici; e rendicontando con trasparenza il reinvestimento di quanto percepito, magari vincolandolo al riutilizzo per la conservazione delle opere artistiche. Questo mi sembra un buon compromesso da cui partire.

De hoc satis. Volevo dire anche che il foulard Pucci apposto sopra il Battistero mi sembra un UFO SOLAR colorato.
E lo dico pensando alla buonanima del Marchese Emilio Pucci che nel lontano 1981 disse del giglio stilizzato della Fiorentina: “e sembra un pìpi”, e se ne andò dall’assemblea. 1-1 e palla al centro.

battistero solar

ARTinGENIO: nuovo spazio culturale e casa editrice a Firenze

Francesco Corsi

il padrone di casa Francesco Corsi (before you ask: non è parente mio né del Prof. di dir. comm.) || foto credits Il cenacolo dei filosofi

In una città, Firenze, che va sempre più trasformandosi in quella Rimini del Rinascimento che Antonio Paolucci, ovviamente inascoltato, tratteggiò con allarme in un’intervista del 2009, la nascita di uno spazio votato all’arte e alla cultura va sempre presa con gioia. A maggior ragione se il suo artefice è quel Francesco Corsi che ho potuto apprezzare nelle sue idee e nella sua vitalità progettuale sin dallo scorso autunno.

Venite dunque in tanti all’apertura, domani sera alle ore 19, dello spazio ARTinGENIO in via Ragazzi del ’99 (vicinissimo alla stazione di Rifredi). Un luogo che ospiterà non solo l’omonima Casa editrice, ma incontri ad ampio raggio su cultura, pittura, arte filosofia e addirittura poesia!
Il primo di essi, domani appunto, sarà con Francesco Mori, artista famoso per avere realizzato le vetrate della Cattedrale di Noto, nonché profondo conoscitore della scrittura e miniatura medievale e rinascimentale (ne illustrerà le tecniche realizzando opere dal vivo).

Tutti i particolari e i recapiti nel comunicato stampa. Non mancate e… dàje a entrambi i France’ !

breaking: la classica acquisisce lo sport

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[NB: Wunderlich si chiama Franz e non Fritz; Giulini si chiama Tommaso e non Carlo Maria; ma ogni tanto è bello sognare a occhi aperti]

tre sfumature e mezza di fogna

“Se non potete eliminare l’ingiustizia almeno raccontatela a tutti” (attr. Alì Shariati)

Prima sfumatura. Il megadirettore arcangelo della superditta Pantegan rifiuta la consulenza di un professionista perché – fa gentilmente sapere la sua segretaria – non vuole gli stranieri. Non è la prima volta che lo fa. Ho il dubbio che se il professionista fosse nato a Colonia o ad Amiens non ci sarebbe stato nulla da dire. Invece guarda caso, a distanza di mesi, si è trattato di due preparatissimi tecnici entrambi di provenienza mediorientale.
I poveri addetti all’organizzazione della consulenza commentano la notizia allibiti: “siamo nel 2014 diobòno”, “mi sembra di sognare” etc. Non manca chi – seconda sfumatura – fa notare non solo la bravura dei tecnici ma anche il fatto che vivano e lavorino in Italia ormai da anni. Insomma, li abbiamo disinfettati.
Cosa succede di fatto? Che ben presto, tenendo in debito conto il corrispettivo della consulenza, molto impattante sul budget della struttura dei poverinos di cui sopra, si adduce (terza sfumatura) una scusa al tecnico infarcendola di anglismi (la situation col brand è in stand-by) e si propone alla Pantegan un altro nominativo, un bovino rigorosamente delle nostre praterie, che ovviamente verrà contrattizzato senza un fiato. I peones si prendono dunque la colpa dell’iussus principis, e rischiano un non immeritato sputtanamento diretto se un giorno il tecnico verrà a sapere dal collega arianotecnico che ha fatto lui la consulenza alla Pantegan.

La mezza sfumatura è quella dello scrivente che ovviamente è stato implorato di non raccontarvi tutto questo, ma ha già abbastanza problemi di salute e autostima per doverseli aggravare con l’incapacità di guardarsi allo specchio. Ciò peraltro lo assolve solo in parte perché omette nomi cognomi e cambia qualcosina.
Belli che siamo.

“la sacralità del valore umano regge solo finché ci sono i mezzi”: leggendo La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark

wijkmarkDen moderna döden. Nella prima parte è un libro di spessore, scritto nel 1978 ma capacissimo – e lo dice pure Enzensberger – d’individuare le nostre “care” angosce contemporanee: l’interminabile crisi economica, la disoccupazione devastante, la bomba gerontografica con conseguente implosione dello stato assistenziale. Lo scenario è distopico, spingendosi rapidamente dalla considerazione della produttività dell’individuo verso soluzioni di “sfoltimento” prettamente eugenetiche; ma, almeno per quanto riguarda l’accanimento “demografico” contro le persone non più produttive, cioè gli anziani, si ha la sensazione che i ragionamenti siano appena un passo più in là di quelli in voga nell’acerrimo conflitto intergenerazionale che abbiamo appena inziato a vivere. Del resto si provi a sostituire, nella citazione del titolo, “sacralità del valore umano” con “solidarietà sociale” e si otterrà un dato empirico abbastanza verificabile…
Di più: si colgono elementi di frizione anche intragenerazionale basati su un concetto di “valore sociale” e che riprendono luoghi comuni attuali, dilaganti in tempo di crisi; per esempio sulla cultura… (pp. 24-25, corsivo mio):

Ma il valore sociale di un leader politico deve essere stimato tale da metterlo al primo rango sulla scala della priorità. (…) Batterebbe anche il premio Nobel, le cui scoperte, se è uno scienziato, possono avere naturalmente un grande valore materiale, anche se generalmente in modo più diffuso, più a lungo termine e in un’ottica più internazionale. Se è un premio Nobel per la letteratura, scende più o meno allo stesso livello della nostra giovane pianista, in altre parole il suo valore sociale è unicamente culturale, estetico, hobbystico; solo molto indirettamente economico, per la sua famiglia, il suo editore e simili.

…Dal culturale all’hobbystico in due passaggi! Continua a leggere →

cav-anastaseologia* in 40 secondi (raffinatissima analisi sociopolitica)

sotto casa incontro Lido (nome di fantasia), pensionato amico di tutti nel quartiere, età ben oltre 70 anni.

Lido: ciao Horsi oicchéttuffài hosì bardaho?
io: c’ho uno strascico influenzale e non sono ancora guarito
Lido: e ttu dovresti trombarti una bella diciottenne, ttu guarisci subito.
(sorrisetti di circostanza e altre parole)
Lido: certo c’è i’sole ma l’è ancora freddo
io: sì però non si sta male, si sente che arriva la primavera
Lido: lo dicea anche i’ddùce [?]: speriamo bene! Ovvia ciao.

tutto in più o meno 40 secondi.
Anziani con in testa costantemente la pheega e il Duzze. Li trovo ovunque. E l’età media degli italiani (a meno che non codifichiamo finalmente il principio del ius soli e l’economia non riparta) aumenta rapidamente, quindi fate un po’ voi.

*anastaseologia (studio della resurrezione) è un termine che ho incontrato per la prima (e finora unica) volta in un saggio del prof. Luigi Lombardi Vallauri. Esso trattava ovviamente della resurrezione del vicecapo e quindi mi accorgo che l’accostamento del mio titolo è un mezzo moccolo. Chiedo venia a tutti.

caipheega

foto dal blog #9anni (cliccala per visitarlo), un bel promemoria per immagini che non ha funzionato granché.

best “canzone mononota” ever

Quei geniacci degli Elii non lo citano tra i precedenti autorevoli però Farben è almeno in certi punti, direbbe zio Arnoldo, una “melodia di canzoni mononota”… smile