Libertà: eredi Éluard vs. Cronenberg

Maps To The Stars è un film che trovo da sempre bellissimo. Crudele, cinico, maniacale, perverso, senza possibilità di redenzione (?). Lo ha diretto quattro anni fa un David Cronenberg di nuovo ai massimi, dopo che negli ultimi tempi (Cosmopolis, ma anche i due film – pur ampiamente sufficienti – con Viggo Mortensen) si era a mio avviso annacquato.
Certo, il regista canadese non è pietanza per tutte le sensibilità, come qui vedremo in una vicenda che attraversa molte mie passioni: musica classica, cinema, poesia e diritto.

Nel film viene in più punti declamata Liberté, la famosa poesia di Paul Éluard che fu composta nel 1942, quando il suo Autore si era unito alla Resistenza. La poesia fu lanciata in volantini sulla Parigi occupata dai nazisti. Ovvio che abbia conosciuto un successo enorme, amplificato poi dalla vittoria. Due mostri sacri se ne occuparono di là e di qua delle Alpi: Francis Poulenc, già nel ’43, la mise in fondo alla sua Cantata per coro misto Figure Humaine (ascolta qui tutta la Cantata: Liberté inizia al sedicesimo minuto); da noi è famosa la traduzione di Franco Fortini (leggila qui).

Grande ammirazione per entrambi. Mentre a Cronenberg e alla sua decisione di usare i versi del poeta nel film, ma in un contesto storico e tematico completamente diverso, è andata un po’ peggio. 
In prima battuta perché l’utilizzo del poema è stato più ampio dei “sei versi” inizialmente prospettati; compresi alcuni errori di traduzione in inglese, ri-traduzione in francese e trascrizione dei sottotitoli (in particolare in un verso); questo si è tradotto, già da prima della proiezione ma anche attraverso la sentenza, in una serie di risarcimenti di modesta entità nei confronti degli aventi diritto (l’erede Cécile Éluard-Boaretto e la casa editrice, le famose Éditions de Minuit fondate da Vercors e nate anch’esse come stampa clandestina durante l’occupazione).

Ma il risvolto più importante è che le medesime parti, presa visione del film, hanno ampliato il petitum chiedendo altresì che il tribunale (il Tribunal de Grande Instance parigino) riconoscesse lo «snaturamento» dell’opera, quindi un «attentato» alla stessa, a motivo di «temi, scenario e significato del film», che di fatto la «trasformerebbero». Con ciò condannando la Produzione della pellicola al risarcimento del «danno patrimoniale e morale» (i virgolettati sono la traduzione mia dall’analisi giuridica che vi linko subito sotto).

Già nel 2014, cercando informazioni sul film che avevo gradito, mi sono imbattuto nella notizia della causa intentata. Non ho trovato riferimenti alla questione qui in Italia; per anni mi sono chiesto come fosse andata a finire. Ieri ho trovato finalmente un commento giuridico alla sentenza di primo grado, resa nel febbraio 2016. Scusate il ritardo.

Vi consiglio però, prima di leggere l’articolo, di guardare il film se vi interessa, perché la pagina fa SPOILER, rivelando il finale.
Vi ho avvertiti. Buona lettura e rimuginazione:
Absence de dénaturation du poeme Liberté… – su village-justice.com


Capite da voi che tocchiamo una questione importante: dove finisce la libertà di espressione e inizia il danno nei confronti dei “difensori” dell’opera intellettuale? In particolare: in che termini è possibile citare un’opera estrapolandola dal suo contesto storico e semantico?
Avete pensato automaticamente anche voi, leggendo queste poche righe, ad alcune attualizzazioni operistiche “à la Calixto” in cui tutto talora finisce in orgia? Gli eredi Mozart e Da Ponte, se esistessero, potrebbero far causa a un regista estroso e licenzioso?

La faccio breve: il tribunale parigino, con qualche capriola argomentativa, ha riconosciuto che nel caso Cronenberg «non si è avuto adattamento» (questo è definito poco chiaro anche dall’Avvocato annotatore) ed «è stata toccata l’integrità dell’opera ma non il suo spirito».
Negando quindi la sussistenza del danno e perciò dell’obbligo di risarcimento a carico dei produttori del film.
In particolare si è fatto riferimento a una intervista al regista, in cui Cronenberg spiega il senso dell’inclusione della poesia chiarendo in che modo il concetto di “libertà” si declini, nella sua visione, nel vissuto dei protagonisti e nel sottofondo dello star system Hollywoodiano.
Questo è il nucleo argomentativo del TGI, che mantengo in lingua originale e offro al vostro apprezzamento.

Le réalisateur du film, David Cronenberg, a eu l’occasion d’exprimer notamment lors de propos recueillis dans les cahiers du cinéma que son film propose un « nouveau sens » au poème Liberté « qui a été écrit par Paul Eluard au moment de la Résistance. Ici la liberté devient mort » (pièce 43).
Ainsi, s’il propose une lecture différente de l’œuvre, le réalisateur ne nie pas la qualité du poème Liberté mais l’intègre dans sa propre création en tant qu’œuvre.
Il ne conteste pas s’être affranchi du contexte dans lequel il est né, mais la liberté d’expression de l’auteur de l’œuvre seconde doit pouvoir s’exercer sans que l’œuvre première ne soit enfermée dans le contexte historique ou factuel dans lequel elle a été créée.
Cette liberté d’expression ne peut pas non plus être limitée par une appréciation subjective des mérites de l’œuvre seconde par les ayant droits titulaires du droit moral.
Il n’est pas démontré que la manière dont le thème de la liberté est appréhendé par le film constituerait une atteinte à la pensée de Paul Eluard telle qu’exprimée dans l’œuvre.
L’utilisation que fait le réalisateur du film Maps to the stars du poème de Paul Eluard, n’apparaît pas préjudiciable à l’auteur ou à son œuvre et ne porte aucune atteinte ni à la nature, ni à la qualité du poème. Dès lors, l’atteinte à l’esprit de l’œuvre ne sera pas retenue.

In breve, si può (vivaddio!) per la corte prescindere dal contesto storico-fattuale dell’opera. Il solo straniamento non costituisce pregiudizio.
Quanto a quest’ultimo, detto che in altra parte della sentenza si ribadisce che il giudizio va operato caso per caso, il punto forte della pronuncia a discarico mi sembra la prevalenza del riconoscibile “lavoro di creazione dell’ingegno” rispetto allo “apprezzamento soggettivo degli aventi diritto”.

Questo non risolve il problema, perché a mio giudizio è difficile, in fase valutativa, che si possa inferire giudizialmente una oggettiva “creatività” senza legarla almeno inconsciamente alla scala di valori dell’interprete. Anche a livello attoriale, resterà sempre il dubbio che se il “contesto diverso” in cui vengono citati i versi fosse stato, per dire, una innocua corsa campestre in Australia anziché una storia di rapporti torbidi tra membri della stessa famiglia, forse l’azione legale non sarebbe stata così automatica e convinta… (questo farebbe cadere tutto il castello sotto l’ombrello del “buon costume” o simili concetti giuridici indeterminati).

Però considero quella della Corte francese una pronuncia importante, perché svincola la libertà d’espressione e di utilizzo di un’opera dal giudizio etico (e apodittico) dei titolari dei diritti sulla stessa. Evitando, tra l’altro, che una certa chiusura mentale divenga litigiosità giudiziaria, persino in un paese infinitamente più laico e progressista (anche scenicamente!) del nostro, ove si bacchetta persino una casta Tosca ambientata un mezzo secolo dopo.

Ciò non esclude visioni contrarie: lo stesso Avvocato annotatore Jean-Baptiste Schroeder si mostra preoccupato, alla fine, per la forse eccessiva compressione del «droit-function» degli aventi diritto.
Che tuttavia in questo caso, mi sembra di poter dire, non hanno brillato per indulgenza verso la libertà artistica, ancorando le loro doglianze a meri mutamenti del contesto storico e semantico di una poesia; qualunque poesia, tra l’altro, si giova enormemente di ogni cambiamento di prospettiva, e – in molti casi, anche in quello di questa poesia-manifesto – contiene un “nocciolo semantico” esterno alle sue circostanze che è la sua ragion sufficiente.

By Groume (originally posted to Flickr as Paul Éluard) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)%5D, via Wikimedia Commons

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