un unico disastro che ha nome vita enorme: Bruckner

Então, desanimamos. Adeus, tudo!
A mala pronta, o corpo desprendido,
resta a alegria de estar só, e mudo.
(C. Drummond de Andrade)

Il mio appetito per la classica, risvegliatosi vorace durante l’estate assieme all’amara constatazione di una lunga assenza dai teatri (per trovare un digiuno tanto esteso devo risalire a undici anni fa), passa ora principalmente attraverso le sinfonie di Anton Bruckner.
Aperta parentesi.
Non vado più così spesso a teatro come negli anni d’oro del blog (e miei). Sicuramente perché la crisi ha ridotto l’offerta musicale che prediligo, ma anche perché, per quanto io sia abile a indossare maschere, è sempre più difficile per me comparire in occasioni sociali – perso tra il Flaianiano «orrore di dover dare spiegazioni» e un certo freddo. Un Acquario si nutre di idee e vorrebbe essere in grado di comunicare sempre con tutti, al di là delle incompatibilità e disavventure. Ma talvolta non è possibile.
Spero il prossimo anno di fare un paio di apparizioni “sinfoniche”. Ma non è affatto detto.
Chiusa parentesi.
Intanto sto riscoprendo il pontiere di St. Florian, come amo chiamarlo giocando con l’assonanza Bruckner-Brücke (ponte). E anche qui, immergendomi e studiando le varie versioni, cerco in realtà di ricomporre i pezzi e riempire l’assenza di qualcosa che mi è irrimediabilmente sfuggito di mano, come il mondo per Mahler.
In questo post troverete amarcord e divagazioni interpretative. In coda mi soffermerò un sito importante, pieno di risorse.

bruckner7

il mio primo cd bruckneriano (img © trustysound)

La prima volta che sentii nominare B. fu al liceo, alla metà degli anni ‘80: incoraggiati off topic dal professore d’italiano – un tema che ho già trattato altrove nel blog – ci scambiavamo i cd di classica; anche grazie al bel catalogo, che sfogliavamo golosamente in classe manco fosse stato Albo Blitz, i più gettonati erano i Deutsche Grammophon, dunque quelli di Bruckner facevano parte della cosiddetta “ala infarinata”, ossia l’integrale sinfonica di Herbert von Karajan. Con una certa preoccupazione per la sorte del volatile, mi fissai sulla Settima (che per inciso Karajan interpreta molto bene); pochi giorni dopo il mio diciottesimo compleanno, poi, andai al mio secondo concerto “cosciente e volontario” al Comunale: Gustav Kuhn diresse il Maggio nella Nona in maniera non certo indimenticabile, scandendo gli attacchi del primo movimento con vigorosi mugolii austriaci (“interpretazione autentica”?) e accodando orridamente all’Adagio il Te Deum (secondo le convulse ultime volontà del compositore). Mi rifeci la bocca acquistando il disco Philips con Bernard Haitink e Concertgebouworkest.
Poi ci fu un evento squisitamente tecnico-interpretativo: la fidanzata del mio compagno di banco, ascoltata la Settima, chiosò: “sto Bruckner, che triste!”. Stallo nel cd-crossing.
Più in là, l’acquisto del cofanetto Karajan che ancora conservo e porto in giro.

Sergiu Celibidache era già al culmine del suo lavoro su Bruckner con la Filarmonica monachese; tuttavia, per il suo categorico e motivato rifiuto (cfr. la seconda parte di questa lezione) di autorizzare registrazioni, l’unica maniera di conoscerlo era recarsi ai suoi concerti – figùrati, l’ansia quasi mi impediva di attraversare la strada – o ricorrere ai “bootleg”; me ne procurai uno della Settima, tanto per cambiare.
Poi basta: mancai un tardo concerto fiorentino di “Celi” annullato a causa di un suo incidente, ma non c’era in programma Bruckner; forse Ciaikovskij.
Molti anni dopo, Celi non c’è più, gli eredi hanno autorizzato il remaster dei suoi concerti, il cofanetto “3-9” è divenuto un must per ogni serio bruckneriano; quanto a lui, dal suo whatevah mi ha fatto conoscere una bella persona sua entusiasta, cui è dedicato questo articolo come regalo di compleanno e libertà: nata a pochi chilometri dal luogo d’origine di Celibidache (Roman) e giustamente orgogliosa dei suoi risultati artistici (come di quelli di Lipatti, Celan, Luca, Char, Cioran e… Catalina Ponor).

Comunque la si pensi su un Maestro che a causa del suo carattere forzava spesso al giudizio di pancia, Celibidache rappresenta uno spartiacque: ti obbliga a un approccio rigoroso e certamente ti rende più esigente negli ascolti. Cerca di persuaderti al tempo lento (lui s’incazzerebbe e direbbe che un tempo è giusto o sbagliato); il che, lasciando perdere misticismi e fideismi di sorta, prolunga la tensione e soprattutto esalta la struttura, in nome della sua attenzione verso la fenomenologia della musica, sempre ricercando la consequenzialità logica e tensiva tra ogni cellula della partitura (prima parte della lezione linkata sopra).

Ciò peraltro, secondo me, con Bruckner non è sempre possibile. Penso ai primi movimenti della Quinta e della Nona: qui, alle prese rispettivamente con la passacaglia iniziale o con l’attacco tipico da ouverture bruckneriana, il compositore sembra spesso non riuscire a trarre l’estremo sviluppo da un tema, e candidamente ricominciare da un altro, come uno scolaretto a capo chino; questo me (ce) lo rende (-va) ancora più umano e simpatico.
Quindi il manifesto del grande direttore romeno pecca in certi punti di ultrapetizione; ma per quel che mi interessa, fermandomi alle variabili che conosco meglio, agogica e soprattutto dinamica delle sue letture sono davvero molto curate (non solo in Bruckner, ma anche per esempio, e con risultati eclatanti, nelle due ultime sinfonie di Brahms).
Per conoscere Bruckner la lezione di Celibidache non è dunque eludibile.
In particolare, la Quarta sinfonia detta “Romantica” (non nell’accezione che pensate), nella sua versione più eseguita, contiene una coda che Celi esegue in maniera pressoché unica nel panorama interpretativo, con tempi dilatatissimi e con un crescendo scandito come se fosse un “movimento preciso e meccanico” di Ligetiana memoria. Questo la rende in larga parte “il suo terreno di gioco” par excellence, e un passaggio d’ascolto obbligato (in questo video la sua resa più affascinante: la coda è a circa 1:15:00).

La cellula tematica a me cara nel Finale della Quarta (dalla riduzione per pianforte su ISMLP)

La cellula tematica a me cara nel Finale della Quarta (dalla riduzione per pianforte su ISMLP)

Sbaglierebbe però chi vedesse nei “pitoni sinfonici” Bruckneriani (secondo la frecciata fatta risalire a Brahms), esacerbati dai tempi lenti, quasi sospesi (Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit), solo il cliché della “cattedrale sinfonica” e dell’omnia ad maiorem Dei gloriam. Ciò amplificato ideologicamente dalla visione scoperta di un altro grande interprete, Eugen Jochum, e dal misticismo zen retrouvé dell’ultimo Celi.
Per chi scrive, ed è conscio di dire cose strane, il pianeta Bruckner contiene anche pagine di grande sensualità (il tema principale del Finale della Quarta), persino orientaleggianti (l’incipit della Sesta, coi tempi per me appropriati, è un mélange sinestesico tra Guerre Stellari e Lawrence d’Arabia).

Dunque: confrontarsi in primis senz’altro con Celibidache, ma – secondo punto – provare anche ad affiancarlo.
Terza Quarta e Sesta, per limitarsi alle mie sinfonie preferite, offrono interpretazioni validissime e in alcuni casi per me preferibili. Il magico equilibrio nel Finale della Terza da parte di Hans Knappertsbusch (altro direttore il cui Bruckner, per motivi sia qualitativi che di storia dell’interpretazione, va conosciuto per forza). La Quarta letta magistralmente da Karl Böhm. La Sesta che spicca nella pregevolissima integrale di sir Georg Solti.
Ho creato da poco due playlist YT, in costante aggiornamento e a vostra disposizione per approfondimenti: il Bruckner-Celi e il Bruckner-noCeli. 🙂

La seconda di queste playlist mi porta al terzo e ultimo punto di una possibile introduzione a Bruckner, che è la questione storica, ossia il dover avere a che fare con varie versioni di una stessa sinfonia.
Complici acribia e ciclotimia di fronte agli insuccessi, il Nostro sottoponeva di frequente il suo lavoro a revisioni. Altre ancora sono state fatte dai suoi pupilli (la versione “Schalk” della Quinta, 1896, quella presa per buona da Knappertsbusch) o addirittura dallo stesso Mahler in qualità di direttore d’orchestra (la versione 1888 della Quarta, scelta oggi da Gennadi Rozhdestvenskij).
Terza e Quarta, in particolare, conoscono una pletora di revisioni, alcune emerse solo da quarant’anni a questa parte, e vanno affrontate cum grano salis.
Rispetto alla versione che normalmente ascolterete in una sala da concerto (1889/90), segnalo intanto la Ur-Fassung, la versione originaria della Terza, datata 1873 (ed. Nowak 1977). Il suo esordio è per me, almeno per alcuni aspetti, molto più convincente dal lato musico-fenomenologico (nonostante Celi non la abbia adottata). Oggi la eseguono Herbert Blomstedt, Eliahu Inbal e qualcun altro. La riconoscerete subito prestando attenzione alle differenze nell’entrata del flauto a pochi secondi dall’inizio.
La Quarta poi, oltre alle differenze interne tra le varie revisioni (1886, 1888, 1890), conosce ben tre finali. A quello maggioritario con la famosa coda si contrappone anche qui la Ur-Fassung (1874, ed. Nowak 1975) e un nuovo finale detto “Volkfest”, del 1878, che è stato registrato da pochissimi e che oggi credo reperibile solo nella integrale Naxos di Georg Tintner. Data la loro profonda diversità, il raffronto tra il Finale delle versioni più note e quello originale è perfino straniante; nel merito, se quello adottato in concerto è sicuramente più maturo, equilibrato e coeso, il secondo ha il pregio di rendere centrale e più sanguigno nella colorazione il tema che tanta sensualità promana alle mie orecchie.
Lo step finale del bruckneriano sarà dunque quello di raffrontare e progressivamente padroneggiare le varie versioni ed edizioni.

Come farlo, visto che le mie playlist sono incomplete? Dove, per esempio, ascoltare il finale originale della Quarta?
Detto che qualcosa c’è anche in rete, segnatamente Norrington, ma non lo ritengo meritevole perché i suoi tempi staccati travolgono la percezione tematica, la soluzione sta in una risorsa internet, segnalare la quale era l’intento primario di questo post (e invece come al solito avrò già esaurito la vostra soglia di attenzione).
Segnatevi – con uniposca! – questo indirizzo: http://www.abruckner.com
Si tratta di un sito mantenuto da John F. Berky che fornisce un aiuto inestimabile agli appassionati.
Invitandovi a esplorarlo per esteso da voi, menziono solo due sezioni.
Le pagine della discografia permettono di abbinare le interpretazioni discografiche alle versioni volta per volta adottate. Una vera bussola nella giungla, che permette di effettuare valutazioni critiche più sensate e soprattutto di ampliare razionalmente il proprio strumentario esegetico.
Una chicca è poi la sezione Downloads of the month. John sta compiendo uno sforzo benemerito di digitalizzazione e conservazione di interpretazioni uscite di commercio o addirittura mai pubblicate! Avremo così accesso a letture storiche o lontane dai riflettori, con orchestre e bacchette superstar o emergenti. Anche qui il risultato è duplice: tramite questa sezione potrete già costruirvi una discografia di base. I fan di Mehta, Jochum, Maazel, Tintner, Rozhdestvenskij o Skrowaczeski troveranno qui alcune loro interpretazioni passate nel dimenticatoio (tra tutte le prove di bacchette illustri, segnalerei proprio l’Ottava di Jochum con la Bamberger SO e la Settima diretta da Kurt Sanderling con la DanishSO).
Ma il merito principale è quello di colmare vere e proprie lacune storico interpretative.

img: abruckner.com

img: abruckner.com

Tra tutte, spicca la digitalizzazione della prima esecuzione della Quarta nella Ur-Fassung, tenutasi a Monaco di Baviera nel 1975 e inspiegabilmente dismessa dai cataloghi.
E questo risponde anche alla domanda che ci siamo fatti sopra, ovvero dove potere ascoltare il finale originario della “Romantica”.
L’operazione è storicamente così importante da essere citata anche nella voce wikipedia. A margine, è presente un’altra esecuzione irreperibile della “prima Quarta”, che è quella di Asahina jr. (Chitaru), con orchestra forse meno blasonata dei Münchner ma qualità sonora preferibile alla première.
Altri ascolti di pregio, uscendo per un attimo dal nonetto sinfonico (che poi è quasi una dozzina!): l’unica incisione della Ouverture in sol nella sua versione del 1862, e la stessa Ouverture (versione definitva) in una bella esecuzione da parte di William Steinberg. Troverete analogie strutturali con l’Ouverture in molte tra le sinfonie più note.
Due curiosità, per terminare, sono l’ascolto di un concerto dei Wiener diretto dallo zelante allievo della Quinta, Franz Schalk, nel 1928 (in programma la Pastorale di LvB), e una (noiosetta, per la verità) trascrizione per due pianoforti della Nona, con tanto di finale ricostruito da Carragan.

Eccoci giunti alla fine delle mie note personali su Bruckner che si sono trasformate in un’articolessa o, visto il contesto, un “pitone blogghistico” 🙂
Spero di non avervi annoiato troppo, e magari di avere incuriosito anche solo un* di voi.
L’intento principale era quello di segnalarvi la scoperta del portale americano; poi, come sempre mi succede, mi son lasciato andare ad amarcord, digressioni e infiorettamenti di sorta. Mi rendo conto che Bruckner non piace a tutti, e neppure io, prima di questo ritorno di fiamma, lo mettevo nel mio sacrario (peraltro con lui allitterato: Bach, Bartók, Berg, Britten).
A Firenze per quest’anno non possiamo contare nemmeno sul catalizzatore dell’arte interpretativa di Zubin Mehta, che di Bruckner è ottimo ermeneuta e infatti presenterà, ma solo in tournée, la Nona, mentre negli ultimi anni a teatro si è concentrato anche su Ottava e Quarta sinfonia (memorabile una sua serata cui ho assistito e che ho rendicontato nella seconda parte di questo post).

Avrete forse intuito che, se il “pontiere” fa bene il suo lavoro, l’affezione assume spesso connotati viscerali. La riprova sta nel titolo, che altro non è che la citazione di un verso dalla poesia Bruckner di Alessandro Carrera, scrittore saggista e professore a Houston; un atto d’amore in versi verso un compositore che difficilmente ti pianta in asso.
Buon ascolto.

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