Forse non lo so neppure io chi sono: “Memorie di un pazzo” con Andrea Buscemi

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Andrea Buscemi in un’edizione passata dello spettacolo (img copyright come sopra, no infringement intended)

Ieri pomeriggio sono stato al Teatro Le Laudi per assistere alle Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol’, proposte e interpretate da Andrea Buscemi nella traduzione e adattamento che ne operò Roberto Lerici. Come sapete, si tratta di un “Racconto di Pietroburgo” in forma di monologo che ci fa assistere alla progressiva e inesorabile spersonalizzazione dell’impiegato Aksentij Ivanovic Popriščin, e nel quale Gogol’ ci ammannisce punte di genialità pura unita a profonda conoscenza psicologica; una per tutte, quella di immaginare – con effetto “specchio contro specchio” e sublimando la mania di persecuzione – un protagonista preso dall’allucinazione di un cane (Meggy!) che scrive lettere, e in queste lettere arriva a denigrarlo!
L’interpretazione di Buscemi è stata capace di restituire tutti i registri della “discesa nel Maelstrom della follia” dipinta dal grande narratore russo (ma mai nominata espressamente: nel racconto, se non erro, non compaiono mai, se non nel titolo o nel “lo amo alla follia” che la sanissima destinataria dell’amore di Aksentij tributa al suo rivale, i termini “pazzo/folle” o “pazzia/follia”; siamo in un monologo quindi stiamo osservando la pazzia “da dentro”, dalla prospettiva di chi ne è ignaro).

La prova di adattamento e attoriale è vorticosa e neuropaticamente accurata. Il passaggio da “memoria scritta” ad atto recitativo (che sulla scena è testimoniato prima dalle febbrili annotazioni su una sorta di moleskine, poi da tanti fogli stracciati e dispersi, a simboleggiare anche “cartograficamente” l’ingresso della pazzia) avviene accorciando gli indugi narrativi in un “flusso d’incoscienza” (potremmo dire, capovolgendo Woolf) e concedendosi a un parossismo gestuale ed espressivo sempre giustificato.
Ciò senza mai perdere di vista né l’andamento progressivo della caduta (verificabile anche nel vestiario: dalla nevrosi quotidiana del working class hero che si veste con accuratezza, alla follia totale nel travestimento con una coperta rossa a mo’ di manto regale); né l’importanza di quegli squarci di relativa lucidità che si traducono a volte in un fatalismo di casta («Già varie volte mi sono chiesto l’origine di tutte queste parzialità. Perchè io sono un consigliere titolare e per quale ragione sono un consigliere titolare? Forse sono magari un conte o un generale che però sembra un consigliere titolare? Forse non lo so neppure io chi sono») e condizione («Sono povero, questo è il guaio»), a volte in una disperazione pura e fanciullesca: l’invocazione alla mamma, che commuove ma si elide rapidamente nel finale, mi ha riportato alla scena con cui si conclude Solaris di Tarkovskij, però qui il filo dell’idealità rurale e familiare si tronca esso stesso nel completo ottenebramento.

Il monologo dura circa 70 minuti che filano gradevolmente. Le musiche sono di Niccolò Buscemi (e Prokof’ev, Mussorgskij etc.). Le Memorie fan parte del repertorio fisso dell’attore pisano per cui spero per voi vengano ripetute presto. Quando andrete, consiglio una rilettura preventiva anche rapida del racconto originale onde meglio apprezzare il “cambio di velocità” e l’enfasi dell’adattamento.

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