Telegramma postumo da due spettacoli eccellenti: Dostoevskij con Lavia e Debussy con Gatti e Abbado jr.

Il titolo dice tutto. A volte pretermetto l’immediatezza della recensione, e il tempo passa. Ne ha fatto le spese per esempio l’ottima valchiria del 2007, di cui picchia e mena non ho mai parlato. In questi due casi ho traccheggiato anche perché entrambe le volte si trattava dell’ultima data, quindi non c’era nessuna urgenza “motivazionale” verso spettatori indecisi. Eccomi dunque qua a scrivere delle note ultratardive per due spettacoli di livello molto alto. Sarò brevissimo, scrivo – come quasi sempre – per me, memoria ne cadat.

Lavia

Gabriele Lavia in azione (foto mia)

Gabriele Lavia alla Pergola, l’otto maggio, inscena il Sogno di un uomo ridicolo in sostituzione della prevista Vita di Galileo brechtiana. Lo fa in un palcoscenico esteso fino a metà della platea, cosparso di terra, nudo, semplice, con solo la statua della bambina e una scrivania a simboleggiare l’alter ego suicida-dormiente. Lo fa con una prova d’attore maiuscola, un monologo di circa 90 minuti, totalizzante nella gamma espressiva, ma anche fisico, chiuso com’è il protagonista in una camicia di forza, con improvvise cadute a terra e risalite. Tutta la “partitura” dostoevskiana è resa con assoluta fedeltà, in un pensiero unico ricorsivo, un loop, un nastro senza fine: i bisbigli minimi di apertura sono il concludersi del monologo precedente, e alla fine avremo il da capo in dissolvenza… Colpisce duro la linearità del pensiero, dello snodo di partenza, della sentenza di emarginazione: un uomo ridicolo, un pazzo. Poi, il sogno, ossia la “Visione della Verità” da cui emerge un misticismo e naturalismo reso per intero, anche quando risulta un po’ anacronistico (l’attacco al diritto e alla scienza poteva essere visionario e attuale in un’epoca positivista, non certo in un’epoca, la nostra, che ritengo antipositivista par excellence, attaccando, come fa di continuo, così spesso proprio il pensiero razionale e scientifico). Ma questo non intacca certo la grande caratura della prova di un Gabriele Lavia chiamato in scena almeno una mezza dozzina di volte, e meritatamente.

1999-2015 - i  programmi di sala! :)

1999-2015 – i programmi di sala! 🙂

Oltre un mese e mezzo dopo, il venticinque di giugno, il Pelléas all’Opera di Firenze. Idealmente, la chiusura di un cerchio, per me che scrissi il mio primo pezzo consapevole di critica proprio per il Pelléas di fine giugno 1999, ed ebbi la fortuna di assistere alla direzione dello sfortunato Maestro Sinopoli, l’ultima sua opera fiorentina; una lettura brillante in un allestimento travolto da una brutta regia di Dieter Dorn. Questa volta è andato tutto bene, anzi magnificamente: il binomio orchestra e regia ha funzionato senza intoppi di rilievo, affiancato da un cast vocale tutto italiano (lo trovate declinato seguendo il link sopra) uniformemente all’altezza, anche se faziosamente – non me ne vogliano – ho prestato ai solisti e al coro poco orecchio… Non nascondo che tale è la bellezza della musica per cui sarei dispostissimo ad ascoltare tutta la partitura öhne Worte. Riflettori dunque sui professori del Maggio, ottimi nella tessitura operistica e soprattutto nei rigogliosi interludi sinfonici, guidati da un Daniele Gatti a suo agio (ben oltre il suo Prélude di mesi fa) e quasi mai appiattito, lungo l’opera, in quella visione tempisticamente dilatata che spesso aprioristicamente gli si addebita; capace di rapprendere all’occorrenza del capolavoro debussiano, di farlo ampiamente respirare ma anche di piegarlo drammaticamente come una stoffa, e mettere così in mostra la tavolozza acustica del Nuovo Teatro che poche volte ho sentito così al servizio della musica. L’apparato scenico, per la regia di Daniele Abbado, basa tutto su una struttura – ironia della sorte – circolare, anzi ellittica/monolitica che mi sembra interpretare un grande tema che scorre lungo l’opera: il tedio, la tristezza. “Mais la tristesse, Golaud…” dice Arkel lungo il quinto e ultimo atto. E questo grande anello di pietra la cui sommità si chiude sopra la testa non appena Mélisande incontra il futuro sposo Golaud e sigilla così (corrispondentemente con l’anello che come sapete perderà) la sua grigia sorte mi ricorda da vicino il primo verso dello Spleen LXXVIII baudelairiano: Quand le ciel bas et lourde pèse comme un couvercle… Seguendo poi l’andamento “umorale” di infelicità e felicità, quest’ultima legata soprattutto all’ingenuità di Pelléas: il cielo torna a mostrarsi, con un rovesciamento di piani, nella scena del pozzo, oppure nel riemergere alla luce del nostro eroe dopo l’insidia dei sotterranei. Scene molto raffinate e cromaticamente assai curate, tra un iniziale arancio-blu che riporta a un altro grande exploit recente del maggio, la Frau del 2010 e sfondi simil-Rothko nelle scene più cupe e presaghe. Notevole, in coda, la frattura tra apparato scenico ancora nel quarto atto e disadorno bianco del finale, ove Mélisande è verticalmente distesa in un tavolo quasi anatomopatologico. Una splendida esecuzione musicale non minata da una piccola caduta d’intonazione degli ottoni in una delle prime scene (avvertita con un sussulto anche dal mio vicino di posto, evidentemente oto-allenato), né dall’unico passo eccessivamente lento, l’inizio sinfonico della scena dei capelli; una regia di spessore non minata da una certa stonatura data dal comparire della scala antincendio (anzi, la sicurezza sul lavoro è importante! smile) né dalle extensions sartoriali (smile) di Mélisande, in luogo dei lunghi capelli.

Due serate che non scorderò.

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