Il Tartufo? Lo vorrei un po’ più AlgidO! Solenghi e Pagni alla Pergola

Pagni Solenghi

Pagni e Solenghi (foto mia, effettata e sgranatissima, ero lontano)

brevissima nota su Tartufo di Molière, la produzione 2014 del Teatro Stabile di Genova, in tournée alla Pergola fino al 17. Ero ieri a teatro.
Nella città in cui è stata ideata la “ravanellizzazione finale” del maggior partito della sinistra italiana (secondo la nota frase: “siamo come i ravanelli: rossi fuori ma bianchi dentro”, proclamata da fonte autorevole ma ora opportunamente sparita dai motori di ricerca), mettere in scena un testo in cui già nel 1664 si fece notare (con tumulto e poi necessità di varie revisioni) che le cose di Dio, che di bontate etc. etc. venivano portate avanti come vessilli per acciuffare le materiali e nasconderne cupidigia anche maggiore, comporta una palese e stuzzicante attualità – sia a livello politico, sia soprattutto di “forma mentis” dell’homo oeconomicus rampicans dei nostri tempi, che bon gré mal gré è in costante adeguamento, volontario o preterintenzionale, al macroscenario.
Peraltro, nella “tragicommedia”, la finissima caratterizzazione dei protagonisti di Tartufo e Orgone prevale sull’azione, piuttosto debole (basata sul molteplice raggiro senza resistenza alcuna e sul disvelamento mediante un artificio di seduzione); naturale quindi che la pièce, di due ore e oltre, non possa ridursi a mero scavo freudiano, ma chiami a una qualche enfasi. Di questo si rende conto il regista Marco Sciaccaluga, che oltre al lavoro sui personaggi si rende artefice di alcune scelte più o meno importanti. Su tutte la commissione a Valerio Magrelli di una nuova traduzione isometrica (versi alessandrini o martelliani che dir si voglia, che nella traduzione italiana, per lo specifico della nostra lingua, corrispondono al fluido doppio settenario – non al senario, come si trova scritto da qualche parte, anche se a volte e giocoforza c’è qualche settenario tronco o sdrucciolo). Poi alcune trovate nel finale, ossia il suo carattere “bifido” che ne riflette le riedizioni, e addirittura una polifonia corale che si aggancia ex ante al Vaudeville ma anche ai finali d’opera.
Purtroppo il mio giudizio sui protagonisti non è uniforme: riuscito l’Orgone di Eros Pagni, che prima della scoperta di esser stato truffato è una silhouette statica di Mario Cuccia in passeggiata – ideologicamente algido, impermeabile agli argomenti e alle parole stesse di chi cerca di dargli una svegliata; e dopo è un bamboccio stupefatto, balbettante, godibilissimo quando (classe 1939) implora “mamma!” (l’attore Massimo Cagnina en travesti, di decenni più giovane).
Per converso il Tartufo di Tullio Solenghi, ieri vocalmente indistinguibile dalla sua (perfetta) imitazione di Giampiero Mughini, ha il tangibile e pregiudiziale difetto, pur nella buona tenuta della scena, di lasciarsi andare troppo a pianti, ammiccamenti, smorfie, che vanno ben al di là del sopra citato punto di equilibrio tra psicologia dei personaggi e istrionismo, col risultato di mettere in ombra il primo aspetto mediante l’esasperazione del secondo.
Per il resto segnalerei solo la buona interpretazione di Elmire da parte di Mariangeles Torres. Ricche ma statiche le scene di Catherine Rankl, cui si devono anche i costumi.
Poco pubblico ma molto plaudente e ben predisposto alla gag; una batteria chiassosa di ragazzotti in un palco fortunatamente lontano dal mio.
Si può vedere; non vado però oltre il 6/10 (e più che altro per la bella prova di Pagni).

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