Regale Branciaroli! (ovvero quando le recensioni vengon facili)

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“Enrico” Branciaroli nella parte centrale del dramma (foto mia)

ieri, bazzicando amoris prandiique causa in zona Pergola, ho avuto l’intuizione di non lasciarmi sfuggire la prova di Branciaroli e ho mandato la mia partner in crime a prendere due biglietti per l’Enrico IV, che, dopo l’esordio a Brescia (prod. CTB Brescia/Incamminati) dello scorso anno, chiude domani l’altro, proprio qui in riva d’Arno, una lunga tournée. Eravamo consci del fatto che (come quasi sempre per Pirandello) fosse quasi tutto esaurito e che quindi avremmo trovato posti un po’ scomodi (e così è stato: “posture incongrue”, come si dice in medicina del lavoro, e posizione alta e angolata), ma ne è valsa assolutamente la pena anche perché eravamo davvero a un metro e mezzo dagli attori.
Quanto alla recensione essa viene facile perché lo spettacolo è stato splendido, senza punti deboli, e sicuramente destinato a dettare – almeno nel regista e protagonista – un riferimento interpretativo obbligato per chi si accosterà al personaggio. Franco Branciaroli – e qui concordo con quanto lui stesso ha enfatizzato nel programma di sala – ha il magnetismo e la tecnica assoluta necessarie per restituire appieno e distintamente – “come iri da iri” direbbe Dante – le sfumature une e trine della caratterizzazione di Enrico lungo la pièce: il bluastro della follia esibita e credibile, il mood autunnale del disincanto e della fuga dal mondo (qui il pezzo di bravura nella scena coi consiglieri), il giallo ocra della “follia volontaria”. Tutto tra l’altro ben sottolineato dalle luci di Gigi Saccomandi.
Con un’interpretazione di questo calibro – che per qualità, godimento personale del sottoscritto e quantità di rimuginazioni a fine serata avvicino solo, che mi ricordi, al Faust di Mauri-Sturno di un quinquennio fa – si può correre il rischio di far passare in second’ordine il resto della compagnia; che invece – forte anche del lungo preludio prima dell’enter His Majesty – è stata assolutamente all’altezza, ciascun attore con le sue doti sceniche e timbriche individuali e ben riconoscibili – prima inter pares Melania Giglio che dà vita a una caleidoscopica Marchesa – prima autoritaria e via via succube, sospesa tra il detto e non detto emozionale verso Enrico.
Costumi e scene di Margherita Palli, accurati e ricchi senza esagerazione, si muovono in sincrono con la volontà di Branciaroli di non “forzare” la riflessione dell’ascoltatore portandola su un lato della complessa vicenda (dunque depotenziandone altri). Anche il trucco del protagonista è suggestivo: ricorda un po’ un antieroe batmaniano cinematografico; più dell’Uomo a due facce penso al Joker con tintura e travestimento “sciolti” (metà uomo e metà proprio personaggio, appunto) dell’indimenticato Heath Ledger.
La scelta musicale è caduta su Arvo Pärt (Cantus in memoriam B.B.?)

Fin qui le mie note.
Mi sono addormentato più o meno alle 3:30, quattro ore dopo il sipario 🙂 pensando che cose come questa riconciliano con la vita nonostante l’andar “a Traviate” (cit.) del mondo e del suo disinteresse per la Cultura; legittimano i pazzi come lo scrivente che poi dal martedì al giovedì torna nell’invisibilità; annacquano la visione cioraniana della vita o, se si vuole, rimandano alla decima elegia duinese (perdonatemi, cito a memoria): “E noi, che pensiamo alla felicità come ascesi, avremo la sensazione, che quasi spaura, di una cosa felice mentre cade“.

Vi consiglio di andare, stasera o domani pomeriggio, di prendere gli ultimi posti (buoni o meno buoni che siano, in piedi, in ginocchio sui ceci, va tutto bene) e di concedervi questo spettacolo. Io personalmente devo ringraziare chi ne ha scritto o tweetato entusiasticamente nei giorni precedenti, e in più mia madre che – coetanea di F.B. e forse un po’ conquistata, oltre che dal talento, dalla sua glaucopia, smile – mi ha sempre spronato ad andarlo ad ammirare (c’era anche alla Versiliana la scorsa estate, ma non ce l’ho fatta). A lei, influenzata, auguro che lo spettacolo sia ripreso almeno in video.
Infine dico che, ove non lo avesse già affrontato, vedrei bene Branciaroli (che leggo interessato anche ai pirandelliani Giganti della montagna) come Romolo il Grande, il bellissimo testo di Dürrenmatt di cui spesso non si colgono le tante sfumature (e l’ho verificato sul campo).

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