Es funktioniert! Le Goldberg per trio d’archi a Villa Bertelli

mirobach

il Trio Mirò al lavoro su Bach 🙂 (foto mia)

Una delle benzine che alimentano il fuoco sacro di Johann Sebastian Bach presso la miriade di suoi appassionati è, oltre ovviamente al sublime della sua musica, il fatto che una medesima partitura possa essere proposta in diverse strumentazioni. Questo massimamente per L’arte della fuga, ove tra l’altro uno strumento principe non è nemmeno indicato; delle Variazioni Goldberg conoscevo invece versioni per clavicembalo o pianoforte, nonché la affascinante versione per arpa di Sylvain Blassel, uscita in cd non molti anni fa. Saputo quindi che stamattina a Villa Bertelli ci sarebbe stata un’esecuzione per trio d’archi, mi son prima un po’ preparato all’ascolto via youtube, poi son corso lì. Gli atout del matinée erano anche altri: l’ingresso gratuito e l’esecuzione da parte del Trio Mirò, ensemble lucchese formatosi nel 1981 per opera dei due fratelli Valenti (Carlo Alberto, violino & Claudio, viola) e del violoncellista Carlo Benvenuti.
L’interpretazione è stata buona, sempre nitida nel contrappunto e nell’intonazione, con una punta di eccellenza nella Variatio XIII (sarabanda), davvero inappuntabile.
A sé sta invece il ragionamento, valido per ogni trasposizione, sul “funzionamento”: per la positiva giocano l’estrema intellegibilità della struttura musicale, tripartita e quindi anatomizzata, se volete; in più mi è piacevolmente rimasto impresso l’uso del pizzicato nella Variatio XIX, che – come mi ha detto il violinista Carlo Alberto Benvenuti dopo il concerto – vuole restituire il colore del pianoforte. Peraltro questa risposta svela l’unico limite che ho ravvisato: l’impossibilità di dare questo colore quando invece occorrerebbe il forte e staccato. E l’ho ravvisato sull’ultima variazione (proposta anche come encore), il famoso Quodlibet, che dovrebbe essere fatto di melodie popolari… E dunque lo intendo come un festoso (e dinamicamente forte) ringraziamento che contrasti “propedeuticamente” col “naturalmente piano” dell’attacco dell’Aria da capo.
Ma questa è una mia lettura soggettiva, contrastante con quella del Trio che invece, forse ravvisandoci anche uno spirito domenicale di preghiera (in altri Autori il q. contiene anche citazioni da corali), ha scelto dinamiche soffuse. A differenza dei già linkati Raichlin/Imai/Maisky che (min. 51:20 ss.) si avvicinano di più alla mia visione (anche se continuo a preferire il q. per pf). Direi nel complesso che la versione per trio d’archi – da quanto ho sbirciato sul leggio, la più famosa, cioè quella di Dmitri Sitkovetsky anche se ne esistono altre, come quelle di Federico Sarudiansky o di Bruno Giuranna – tiene bene.

Post Scriptum per completezza: poche sensazioni mi ha suscitato, qualche minuto prima del concerto, lo sneak peek della mostra dedicata alle tele restaurate di Arturo Dazzi. Preferisco il Dazzi scultore, forse perché non mi esalta il soggetto dei suoi quadri – per lo più ritratti e nature morte/vive. Una rara eccezione per una bella Maternità che ho instagrammato in un particolare, giocoforza tagliando lo scuro busto incombente su madre e pupo.

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