Forse dell’alba al sorgere l’oste ci assalirà: I Puritani di Bellini all’Opera di Firenze (secondo cast)


Ho preso un esergo dal secondo atto che può essere mutato in duplice scherzo: se per oste intendiamo non l’hostis romano (come da libretto) bensì il taverniere, si ha un quadro della mia giovanezza. Se invece intendiamo il mio datore di lavoro, è profezia verosimile, dato che domani – ops, stamani – entrerò all’alba e rincoglionito dal poco sonno. 

Vi scrivo pertanto (sono le 2 e 43 ma il post lo vedrete alle 9 e mezza) poco più di un telegramma dallo spettacolo di ieri sera, principalmente per motivarvi ad andare stasera 5 oppure il 10 a teatro. Questi Puritani in scena all’Opera di Firenze, anche col secondo cast privo della mattatrice Jessica Pratt, van visti, almeno a quanto evinco dal mio sentiment personale: un non appassionato di bel canto che però ha passato una serata divertente, tra l’altro percepita trascorrere più in fretta delle tre ore e passa di durata.
Tra gli asset di questa rappresentazione senza dubbio svetta il Coro, semplicemente perfetto sin dalle prime battute, che trae linfa vitale dall’acustica del Nuovo Teatro e si conferma una volta di più, a mio avviso, la punta di diamante della compagine fiorentina.
Menzionerei anche l’apparato scenico tra le belle cose. Regia, costumi, scene e luci, inscindibilmente tra loro, hanno dato vita a un quadro interessante. Le scene di Tiziano Santi si spogliano progressivamente con l’incedere degli atti, partendo dall’incipit ove a un piano altan cosparso di avelli (da cui sorgono i guerrieri, a simboleggiare che il tempo del conflitto è tempo di morte, dannazione e sospensione persino della requie escatologica) fa da sfondo la volta di una cattedrale escherianamente poggiata in orizzontale e con due contrafforti che fuggono verso l’alto – nel secondo atto spariranno anche gli altri e nel terzo l’intero complesso. I costumi di Giuseppe Palella dividono le dramatis personae in fazioni dagli sprazzi cromatici molto austeri, con Arturo in neroazzurro (non a caso il meno convincente, lacrimuccia) ed Elvira libera battitrice in bianco nuziale o in fucsia; e le luci di Marco Filibeck filtrano dagli avelli, dalle finestre, dall’alto (al momento della grazia finale) simboleggiando ora un levèr du jour quasi da Oro del Reno (Introduzione), ora come la pietas umana si sublimi in intervento divino. Infine la regia di Fabio Ceresa mostra trovate che mi sono piaciute quali il lato carnale di Riccardo nel secondo atto, ove un po’ approfitta della palese follia di Elvira per strofinarsi di brutto per quanto possibile; oppure la straniata freddezza dell’agnizione e del giuramento dei due innamorati nell’atto finale, ove i due sono per gran tempo di schiena e non si slanciano mai tra le reciproche braccia, a simboleggiare come forse ci vorrà qualche altro “mese-secolo” perché il dolore possa davvero rimarginarsi, se mai lo farà. Altre cose mi son piaciute meno, come la coreografia (quasi una macarena) del finale della seconda parte, di chiara matrice sellarsiana (Theodora); ma il giudizio è positivo.
Molti applausi sono stati tributati alla Elvira di Maria Aleida, che ha il compito difficile, come dicevamo di alternarsi con la Diva Jessica Pratt; direi che dopo un avvio diesel, non favorito da dinamiche orchestrali tendenti ad andar sopra, ha porto magnifiche colorature soprattutto nel primo atto (Son vergin vezzosa), ma anche lungo le altre due parti, meritandosi i tributi.
Anche gli altri protagonisti e l’orchestra hanno ricevuto chi più chi meno calorosi battimani; sono d’accordo sui plausi al Riccardo ben impostato di Julian Kim, meno al resto del cast vocale e anche all’orchestra, diretta da Matteo Beltrami con piglio e gestualità accentuata fino al saltello, ma con un’attenzione ai volumi incostante – a volte molto rispettosa dei cantanti, a volte – e in passaggi in cui si poteva evitare – rullo compressore.
Burimetro­® nei livelli di guardia. Qualche scartatrice di caramelle, qualche Regina di Saba (quelle che portano i cerchi olimpici di metallo ai polsi e li agitano ogni 3×2), qualche tarantolato che si spostava battendo i piedi, una tizia che ha chattato per tutta l’opera ma a sinistra del mio campo visivo, una Great expectORation proprio sul finale di un’aria. Prima dell’inizio è volato un guanto dalla galleria in testa a una signora, meno male che non era un capitello corinzio.
Detto questo, uno spettacolo piacevole, e mentre mi ronfo almeno 3 ore voi considerate di farci una capatina. Stasera c’è la Pratt, martedì di nuovo la Aleida: cascate comunque bene.

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