Pecunia non olet? La Signora Warren di Giuliana Lojodice alla Pergola

Lojodice

Giuliana Lojodice – foto Tommaso Le Pera

45 anni e sentirli. Perlomeno, però, ho ricevuto dei bellissimi regali di compleanno. Uno di questi, su una certa insistenza dello scrivente, è stato un palco al Teatro della Pergola per assistere alla pièce à six di George Bernard Shaw, La professione della Signora Warren, con la regia di Giancarlo Sepe e come protagonisti due carichi da undici della scena teatrale nazionale: Giuliana Lojodice e Giuseppe Pambieri. Si è trattato di uno spettacolo godibile, non entusiasmante anche per fattori ambientali di cui parleremo, ma che senza dubbio si lascia gustare, e che quindi non deluderà chi deciderà di assistervi negli ultimi due giorni di programmazione fiorentina, stasera e domani.

La “commedia sgradevole” del grande scrittore dublinese, datata 1894, presenta senza dubbio aspetti di attualità e un approccio essenzialmente materialista. Tutto, infatti, si conduce sul leitmotiv del denaro, denaro che è quanto mai “struttura” marxianamente intesa, pienamente in grado di condizionare la “sovrastruttura” dei rapporti sociali, affettivi e persino dei vincoli di sangue.

Duplice è il piano drammatico, intersecantesi nella vera protagonista che non è a mio avviso la “signora Warren” – in charge of men’s leisure prima come prostituta e poi come tenutaria di quattro frequentatissime case chiuse – bensì la figlia Vivie, interpretata con appropriata grinta di virago da Federica Stefanelli. Da un lato è su di lei che convergono, con finalità varie (arricchimento o legittimazione personale attraverso l’unione con una giovane donna), le brame dei comprimari maschili; dall’altro è lei al centro del disperato tentativo di legittimazione da parte della madre. La centralità di Vivie emerge dalla scena iniziale, sorta di risveglio alla scena nella quale gli altri cinque personaggi incombono (oniricamente?) su di lei e la sfiorano, prima che l’azione propriamente detta cominci col duo tra Vivie e l’ingenuo romantico Praed.
Altra evidenza scenica è il campeggiare, durante tutta la commedia, della gigantografia di un assegno circolare di cinque sterline datato 1919; quasi fosse un crocifisso o un’immagine sacra sul muro. In rapporto al denaro si giocano le tematiche lavorative e, inscindibilmente da queste, emozionali. Kitty Warren si è emancipata facendo fortuna tramite la prostituzione, potendo così anche mantenere la figlia e farla studiare, tenendola all’oscuro della sua professione; Vivie, in aperto e gelido dissidio con la sua bellezza, plasma invece la sua personalità sociale e il suo desiderio di emancipazione su un modello quasi benedettino di workaholic, scegliendo di lavorare 12 ore al giorno in uno studio professionale senza prospettive salariali di spessore. Quando interagirà con la madre ma anche con l’insospettabile co-tenutario Crofts (Pambieri), venendo a scoprire la “professione” materna e il suo sostrato psicologico nei tre pezzi di bravura (due di Lojodice, uno di Pambieri) che siglano la pièce, il suo atteggiamento sarà contraddittorio: di rispetto e affetto alla fine della prima parte; quasi di omologazione alla madre all’inizio della seconda, sorridendo benevolmente alla corte di Crofts; ma poi, ritrovata la propria freddezza caratteriale, di risoluto e insanabile distacco nel finale. L’Autore, mi sembra, sospende il giudizio di valore tra l’opportunismo (pur dettato da necessità e colmo di amore materno) di Kitty e la rettitudine parossistica di Vivie (pur fondata su soldi “provenienti da altrui delitto”, visto che sono stati i proventi della madre a mantenerla e renderla istruita): sembra che il denaro contamini tutto, oppure tutto elevi (perché homo sine pecunia imago mortis), per cui ogni codice etico si rivela vano.  Alla fine lo iato assorbe plasticamente, lasciandola senza risposta, anche la quaestio narrativa sul genitore di Vivie (la rivelazione di Crofts potrebbe essere dettata solo dal desiderio di togliere di mezzo il giovane rivale Frank). L’unica cosa che sembra assodata, e qui forse sta la massima attualità del testo, è la mancanza di osmosi tra una classe sociale volenterosa e studiosa ma eternamente impiegatizia (i cumuli di libri della prima parte lasciano spazio a pile di registri contabili nella seconda), e una élite inevitabilmente corrotta per necessità (Warren) o per mero interesse speculativo (Crofts), quasi come se il marcio fosse l’unica access key per accedere alla rete del grande capitale.

Fin qui gli snodi. Cosa non mi ha reso entusiasta? Non certo la classe della Lojodice (il cui sguardo quasi protonovecentesco ti tiene incollato come pietrificante Medusa) e dello stesso Pambieri; direi piuttosto una certa difficoltà acustica dovuta a due fattori – il tuonar di bronchi in sala (colpi di tosse a non finire, del resto siamo al picco influenzale) e la scelta registica – discutibile – di fare recitare molte battute in posizione laterale o talvolta spalle al pubblico. Ciò mi ha fatto perdere più di un passaggio e, avendo avuto anche una significant-cavia a disposizione, non credo si tratti di sordità incipiente nonostante la mia età aumentata testé di uno scatto. Continuo a non capire (ribadendo quanto detto per il Dostoevskij di Orsini, che peraltro in parte qua vi ha fatto ricorso) perché, entro queste soluzioni drammaturgiche altamente dinamiche, una lieve amplificazione venga vista come un’onta…
Credo infine ci sia un limite interno alla struttura stessa della commedia, ossia che le tematiche avanzate da Shaw siano forse troppe e troppo dense per ricevere un adeguato trattamento drammatico in meno di due ore.
De hoc satis. Routinario il resto del cast. Lo spettacolo dura 130’ intervallo compreso. Se andate, cercate di tenervi vicini al palcoscenico, per i motivi sopra esposti.

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