io son di Sir John Falstaff (e di Herr Anton)

Questa settimana, preso tra varie novità, ho soggiornato in maniera reiterata all’Opera di Firenze con una piacevole doppietta: Falstaff martedì 2 e Zukerman/Mehta mercoledì 3. Ho rivisto alcuni amici che mi hanno salutato calorosamente, ho smosso dalla poltrona o dall’aperitivo e portato a teatro parenti e congiunti, e mi son goduto ottima musica. Volendo occuparmi di entrambe le serate mi scuserete per la lunghezza del post.

Inizierei col Falstaff del 2, anche perché ci sono ancora tre date utili per ammirarlo, sebbene io desideri invogliarvi ad afferrare, se possibile, i (verosimilmente ultimi) posti per domenica 7, data di congedo di Ambrogio Maestri nel ruolo principale.
Amo particolarmente quest’opera, prima di tutto perché (come Arrigo Boito ribadiva a Verdi), è sublime congedarsi dal tragico mondo, operistico e non, con somma ironia e ilarità. Poi per due motivi più personali: è dell’Acquario come me (prima rappresentazione il 9 febbraio 1893, che tra l’altro è l’ottavo compleanno di un altro mio oggetto di venerazione, Alban Berg); e “io son di Sir John Falstaff”, nel senso che… aspetti a schifarsi John… mi ispiro totalmente a questo personaggio, che mi rispecchia quasi antropologicamente: bohémien, pingue, gaudente, un po’ sborone ma anche piuttosto boccalone, facile a cader nel raggiro, un filo truffaldino più che altro per motivi economici, un filo traditore perché tendente all’esibizionismo, nettamente ciclotimico.
Ambrogio Maestri, con buona pace di altri eccellenti Falstaff, tra cui Raimondi che ho ammirato nel precedente (e sempre ronconiano) allestimento fiorentino del 2006, ha una simbiosi col personaggio, almeno per come mi arriva, che è totale. Attorialità assoluta e mezzi vocali possenti ma piegati a loro volta alla nuance, alla sottolineatura dell’acutissimo libretto, ben oltre il falsetto che ho virgolettato qui sopra, per poi rompere autoritariamente i mezzi toni con squilli che anche in fila U (complice l’ottima acustica) facevano sobbalzare.
Ho amato anche la regia di Luca Ronconi (qui assistito da Marina Bianchi), diversa e più malinconica di quella del 2006 ma che ne conserva un elemento distintivo: la sequenza onirica alla base della transizione verso la scena del bosco. Non si tratta, mi sembra, di inglobare la scena in un sogno (magari raccordando Merry WivesMidsummer’s Night Dream), ma forse di sottolineare due doti del cavaliere: la sua incapacità di opporsi agli istinti e la sua attitudine a venir raggirato. Per il resto luci (AJ Weissbard) e scene (Tiziano Santi) puntano netto sul protagonista, isolandolo nella sua centralità e scartando ogni abbellimento superfluo. A coronamento, insisto, della visione di una serpeggiante malinconia e solitudine forzatamente mascherata dal proprio istrionismo. Una sorta di Vesti la giubba puramente esistenziale, sfrondato di gelosia.
E poi: molti chiamano la depressione “la marea nera”, e come definire altrimenti l’oscuro insieme di ircocervi folletti e fate, antitetico a qualunque sprazzo cromatico o umorale, pensato dal regista?
Altre suggestioni: cinque màzari (anatroni) nella scena del primo consesso delle dame, le quali bellamente li spiumano; anticipando (l’allestimento è Bari-Firenze 2013) il giornalismo d’inchiesta, verrebbe da dire, ma soprattutto ribadendo la loro supremazia in scaltrezza. Infine l’irresistibile “farsi bello”, in un abito da gagà che vedete sotto (i costumi sono di Maurizio Millenotti) e che si pone al centro di un improbabile trivio tra Grande Gatsby, ingrifati Cavalieri di casa nostra, e Hannibal Lecter quando scompare tra la folla dopo aver detto a Clarice “sto per avere un caro amico per cena”…
Tra le altre note positive la tecnicamente inappuntabile Alice di Eva Mei (stranamente poco applaudita) e un’orchestra, guidata da Zubin Mehta, in grado di restituire le mille sfaccettature e cellule della partitura, per esempio gli episodi di corale o, nella scena della borsa piena d’oro di Messer Fontana, un tintinnio quasi come nella fucina dei nani.
Coro sui suoi consueti standard; invece resto del cast mi è parso assolutamente ancillare, inglobato dal protagonista. Eccezion fatta forse per la Quickly di Elena Zilio. In particolare non condivido le ovazioni per Nannetta e Fenton, anche se convengo su quanto sia difficile giudicare questi ruoli in quanto – lirismi iperglicemici inseriti in un meccanismo perfetto di ironia e autoironia – devono con buona pace di Boito dar noia, come – per inversione – un film di Maccio Capatonda nella serissima Quinzaine di Cannes.
Grande successo di pubblico, molti giovani e fa immenso piacere. Meno piacere fa la gara a chi applaude per primo a fine scene (passi andar sopra alla musica, ma alla fuga finale stavano ancora cantando, e ciò è seccante); vediamo il bicchiere mezzo pieno e una volta tanto deponiamo il Burimetro® consolandoci con l’entusiasmo che il Teatro sta raccogliendo.

Maestri

foto Contrasto per Opera di Firenze – no © infringement intended

Se “bocca baciata” (non ho mai capito, caro Arrigo, perché non perda “fortuna”, così facevi rima) è, a detta di Boito, “zucchero su una torta”, il Concerto per violino di sir Elgar è una mappazza sconsigliata ai diabetici, diciamocelo. Pare quel pudding, squisito ma impossibile da terminare, che mi han portato da Simpson’s nel 2007 dopo avermi riempito panza e anima con la sella d’agnello più buona del creato (credo sia l’unica volta che ho gustato l’agnello e da allora non l’ho più toccato, tanto non si potrà mai far di meglio). Con esso (il concerto, non l’agnello), eseguito dal nume Pinchas Zukerman, si è aperto l’evento sinfonico di mercoledì, affidato alla bacchetta di Zubin Mehta. Io ero lì per la seconda parte, quella votata alla Quarta sinfonia “Romantica” di Bruckner, cavallo di battaglia di ZM assieme all’Ottava: e lì le promesse di eccellenza son state mantenute.
Parto “di scartina” col mio giudizio su Zukerman. Dai tempi (più o meno 1987) in cui il cd con la “sua” Kreutzer con Barenboim si contrapponeva (perdendo) a quello di Kremer con la Argerich, io lo porto come un ottimo violinista ma a più di qualche gradino dall’Empireo di categoria. …Fermi! Siamo d’accordo: mercoledì è stato agilissimo nella diteggiatura, impeccabile nelle dinamiche solistiche e comunque degno di lode per aver portato a termine un concerto di 50 minuti concepito – mercé anche l’esser stato commissionato da Fritz Kreisler – come una prova di virtuosismo romantico senza soluzione di continuità, prova fine a se stessa in quanto assolutamente trascurabile nello sviluppo tematico (Adorno ci avrebbe scritto di certo una glossa invelenita, come su Sibelius), e con punte parossistiche nel terzo movimento che dopo un avvio interessante si tramuta in una interminabile cadenza d’inganno. Su questo siamo intesi: però a Zukerman manca qualcosa, e questo qualcosa è la timbrica, il corpo del suono, durante i passaggi di forza. Questo è emerso chiaramente nella chiusa del movimento iniziale, comparandolo anche con l’esecuzione di Perlman diretta da Barenboim. Meglio il citato inizio dell’Allegro moderato di chiusura, ma la sensazione generale è stata quella di una, pur applauditissima, prova non più che sufficiente. Dal canto suo Mehta e l’orchestra provano a rianimare la partitura con impeti passionali soprattutto nel primo movimento; sforzo lodevole e buona lettura, ahimè, in un piano sequenza al saccarosio, in cui tutto si stempera e confonde. Niente encore alle tante chiamate sul palco al violinista, ma ciò è comprensibile per l’enorme sforzo esecutivo tributatoci, e di cui gli siam grati.
Ben altra pasta e qualità dopo l’intervallo, per una Quarta sinfonia il cui soprannome di “Romantica” andrebbe forse spartito ex aequo con la Terza e la Sesta, con le quali ha in comune episodi orchestrali ora titanici ora distesamente lirici, o temi che, annoverando intervalli di minima ampiezza, insinuano atmosfere perfino arabeggianti (vedi l’esordio della Sesta, che starebbe benissimo in Lawrence d’A o in un kolossal sulla costruzione delle piramidi). Siamo comunque un po’ stravaganti rispetto al diffuso archetipo della sinfonia bruckneriana: “ieratica, contrafforte di una cattedrale altissima nel cielo”, etc. Non a caso Francesco Dilaghi nel programma di sala (senz’altro giustamente dal lato esecutivo, magari un po’ meno dal punto di vista della psicologia del compositore) parla piuttosto di un “commosso inno di lode per la natura”. Né Symbolum Nicenum quindi, né eresia (?) fisioteista: avviciniamola a un Cantico delle creature. Senza peraltro scordarci che questa Quarta contiene elementi tematici che poi ritroveremo in movimenti più austeri; per esempio sono bene distinti nel finale elementi che torneranno nel Feierlich della Nona e ultima sinfonia.
Restando provvidamente sul dato musicale, si è trattato di una splendida esecuzione che ha trovato un’ottima misura tra la sensualità di certi passaggi e la dilatazione celibidiachiana (inarrivabile ma non poi così lontana, eccezion fatta per un maggior legato di Mehta nella tessitura degli archi, nella celebre coda). L’esordio, col primo tema che nasce dal brodo primordiale degli archi, faceva pensare per poca enfasi romantica a una lettura più distaccata, ma progressivamente l’orchestra si è sciolta ed è stata in grado di restituire in pieno la bellezza tematica pur conservando (salve solo le ultime battute, con ottoni richiamati furiosamente avanti dal gesto direttoriale) un ottimo equilibrio tra archi e fiati, sempre definiti e presenti. Vero climax della serata, quanto a fascinazione tematica ed esecutiva, la resa delle viole nel secondo tema dell’Andante quasi allegretto: una pralina di cioccolato sotto la lingua. Molti applausi anche per il primo corno Luca Benucci e il primo oboe Marco Salvatori, assai sollecitati.
Penso che, “a babbo Celi morto” (e zio Blomstedt vivo ma classe ’28), sia difficile ascoltare una Quarta superiore all’eccellenza che l’orchestra e Mehta ne offrono. Fermo restando che sarebbe bello se il Maestro, visibilmente commosso alle ovazioni di chiusura serata, aprisse anche a Terza e Sesta, e in generale desse più spazio a un Bruckner che è pienamente nelle sue corde interpretative, e che eseguito così è un piacere sopraffino per le orecchie ma soprattutto per il cerebro.

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Una Risposta

  1. Dovresti scrivere più spesso di musica, a mio parere. Ciao 🙂

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