Cuius regio eius et religio: il Grande Inquisitore di Orsini alla Pergola

orsini capuano

Umberto Orsini e Leonardo Capuano © Teatro della Pergola – no copyright infringement intended

Non sapevo che il buon Fëdor e Madrehhh fossero nati entrambi l’undici novembre del 1821 (scherzo ma’). Ciò ha determinato due eventi: il primo che per il compleanno decidessi di regalarle una sera a teatro, il secondo che la La leggenda del Grande Inquisitore avesse la sua prémiere fiorentina proprio in data di ieri.
Così ci siamo trovati alla Pergola e vorrei parlarvi in tempo utile di questo spettacolo, che – lo dico subito – mi è piaciuto senza incantarmi ma che merita di essere visto, oltre che per la bravura di Umberto Orsini, per i molti piani di suggestione e rimuginazione che offre.
Ciò si evince già a partire dall’innervatura drammaturgica: “la leggenda”, vale a dire la creazione letteraria di Ivan Karamazov che – nel romanzo – vive nel racconto che egli ne fa al fratello Alioscia, non è il nucleo della serata, ma piuttosto la apoteosi attoriale che arriva al termine di una riflessione sullo stesso personaggio di Ivan, condotta in un gioco di doppio col suo “demone”, nelle due parti precedenti.
Già, perché lo spettacolo, pur essendo ad atto unico, è idealmente tripartito. Un esordio di trenta minuti tutto affidato alla gestualità e all’oggettistica, con due soli incisi di parlato che si preciseranno in seguito; poi una parte anche parlata di mezz’ora abbondante in cui ciò che era stato anticipato viene ripercorso, chiarificato e ampliato (in questo i due blocchi mi fanno pensare a una versione “non ricombinatoria” di Mulholland Drive); infine come detto il pezzo di bravura, quindici minuti di Orsini con la declinazione della leggenda vera e propria.
A complicare piacevolmente tutto ciò ho letto – ex post – le interviste e le note al programma, tra le quali quella di Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista emerito che piace molto a chi scrive, e che scopro appassionato teatrale. Si insiste da parte di tutti sulla necessità di reinventare un materiale pur sempre schiettamente dostoevskiano, sia nei dialoghi che nel fulcro tematico (non solo nella leggenda: Z. indica un preciso riferimento testuale al demone “parassita”), per esaltare il potere dello spettatore di sganciarsi perfino dall’apparato e – annota Orsini – “raccordare da solo i frammenti gettati qua e là costruendo il proprio percorso mentale”, fatto naturalmente di un’attualizzazione del già attuale (Dostoevskij come sempre è di una modernità sconvolgente) che si muove in parallelo con l’attualizzazione registica e scenografica. Ecco che allora la riflessione può è deve fluire liberamente anche oltre il personaggio di Ivan, che può essere uno di noi, un uomo comune, un razionalista e libero pensatore – come tale frustrato dal neomedievalismo in fieri, un vecchio alle prese coi suoi giovani desideri quasi à la Musical Box, un uomo che sogna negli ultimi istanti della sua vita (il leitmotiv sonoro è il bip di una macchina di Life Support). Il demone invece, oltre che tale, ben può essere coscienza individuale o comune.

L’ambientazione è unica per i primi due blocchi, per poi operare uno “scarto secco” (annota il regista Pietro Babina) col monologo.
Si tratta di uno spazio nosocomiale, con un neon FEDE che s’intensifica o si affievolisce seguendo i dubbi del protagonista. LIBERTÀ invece sarà un sipario che cade, avviluppandolo come ragnatela. Vedremo un drone, recentissimo simbolo della perdita di libertà, e un altro sipario trasparente con riquadro nero (nel copione si accenna al suprematismo di Malevič) che prelude all’exitus e al monologo, il quale a ben vedere dunque è INDUZIONE di tutti i frammenti che finora ci erano stati portati all’attenzione a guisa di spezzatino (DEDUCENDOLI a sua volta dall’anticipazione ohne Wörte).

La leggenda ci viene raccontata in quindici minuti dichiarati da un Orsini-inquisitore che diventa uno speaker TED. L’Inquisitore dei nostri tempi è quindi un tycoon che finge di rinunciare al proprio potere e si sforza di mostrare un lato umano o ambientalista? Un teo-dem che dismette la spocchia leopoldina? Forse sì, perché, anche se lo accusa, di fatto si discolpa di fronte a un Cristo che è uno di noi, “uno spettatore in fila L” che infatti non ha bisogno di interloquire ma alla fine (solo nel libro) lo bacerà. E lo speaker-Inquisitore si discolpa con una grande intuizione dostoevskiana: la libertà crea sgomento e infelicità. Dunque l’ossequio all’autorità è gesto umiliante ma rilassante… Per questo, da razionalista, penso che abbiamo inventato concetti quali quello di “invidia degli dei” se uno viene colpito da improvvisa fortuna, come una vincita milionaria; per questo, in Italia, ci assoggettiamo con particolare fervore e, citando Leo Longanesi, siam sempre pronti a fare la rivoluzione se i Carabinieri sono d’accordo.
Ultima nota: cosa vorrà significare il finale che vi lascio vago? C’è una forte inversione di ruolo da parte di Leonardo Capuano. Dico la mia: ogni entità ha bisogno di legittimarsi col suo contrario, e questo gioco si vede anche prima nello spettacolo, perché il demone è il più convinto patrocinatore dell’esistenza di Dio. Altro grande tema dostoevskiano infatti, e chiudo, è mostrare come la domanda escatologica sia ineludibile anche per l’ateo più convinto.

Fin qui l’ambiziosa messa in scena. Come si è tradotta in performance? Bene, come è ovvio, con punte di entusiasmo nell’autentico pezzo di bravura finale di Orsini. Però, riprendendo un’espressione che usavo quando recensivo sul giornale, con qualche intoppo sulla via dell’eccellenza: da un lato la ridondanza della prima parte non parlata, che mostra troppe poche antinomie col seguito per legittimarsi e non apparire superflua; dall’altro il mancato utilizzo dei microfoni nelle prime due parti, dovuto credo all’alternarsi con micronarrazioni (quella del drone e quella del sipario suprematista) queste sì amplificate; “minimo acustico” alquanto basso che ha messo alla prova almeno noi in fila Q, dato il dinamismo dei personaggi (a volte con prove di fisicità di Capuano) che li porta spesso in fondo alla scena, e dato che la tecnica vocale di Orsini e Capuano gioca molto, usando il gergo musicale, su dinamiche anche debolissime e bruschi stringendo.

Uno spettacolo che consiglio soprattutto per la centralità della riflessione, per quella alluvione di suggestioni, drammaticamente attuali, con cui ti investe ben oltre la parola fine. Nonché, è implicito, per ammirare uno dei migliori attori italiani e la sua compagnia teatrale. Suggerirei posti avanzati, per le ipoacusie di cui ho detto sopra e che spero non sian legate alla mia etate (non credo ma non si sa mai).
Lo spettacolo sarà alla Pergola per tutta questa settimana.

Concludo con un po’ di osservazioni ambientali:
BURIMETRO™– un messaggino whazzap a inizio spettacolo nella fila dietro; un nokkyatune che ha suonato più volte, non silenziato, in un palco nel monologo finale, per fortuna sovrastato dalla musica in crescendo; una certa scalmana di arti inferiori e cappotti, con intensità crescente, durante l’impervia prima parte. Niente salotto per fortuna. Di fianco a me un probabile abbonato si è addormentato al 34’ ma, non russando, non gli addebito inurbanità.
SFIGOMETRO™ – la fila davanti a noi era quasi vuota ma allo spegnersi delle luci un elegante dolicocefalo si siede dinanzi a Madrehhh, che non vede più nulla. Mi sacrifico e cambiamo di posto, io son più alto e nel complesso ho avuto visuale libera, nonostante un po’ di tergicristallo del costui su una scena chiave.
WHO’s WHO, in ordine di apparizione. Piacevolmente conversato con Giovanni Vitali di OF/ Maggio Musicale; presente l’ottimo Sandro Lombardi e… dulcis in fundo, la first lady Agnese L. con una fila di amiche. Beh, la sceneggiatura ci parlava di potere e religione quindi non era scevra di rilevanza per lei, che peraltro si muove sempre con gradevole nonchalance e informalità, e ciò me la rende simpatica.

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