Aria nuova e vecchi respiri

gattiONF10 settembre. Comincia una nuova avventura. Finalmente faccio ingresso nel Nuovo Teatro dell’Opera e la sensazione che mi pervade è quella di un cambio passo. Struttura magniloquente e moderna, ampio foyer, auditorium finalmente concepito con una digradazione dei posti giusta per le altezze medie delle persone (quasi) a prova di dolicocefalo nel posto davanti, spazio per le gambe adeguatissimo anche per uno spilungone come lo scrivente. Orchestra a tiro di due braccia dalla prima fila, e senza barriere, come ai Berliner. Belle impressioni che, sarà un caso, si ripercuotono anche nella percezione di una maggiore educazione diffusa: platea pienissima ma niente tubercolario (!) niente salotto e pochissimi scarti di caramella o bracciali tintinnanti. Insomma, sembrava di non essere in Italia. In quest’estasi mi è parso addirittura di avvertire un piacevole abbassamento dell’età media dell’audience, con punte di figanza considerevoli (consentitemi il considerevoli, smile). Sarà la bellezza 2.0 che tutto move oggidì.
Condizioni ideali del terreno di gioco, avrebbe detto Sandro Ciotti, almeno in platea (nelle gallerie non so; la cosa strana è che dal basso, collocandosi quasi all’altezza del podio si vedono al massimo le prime due file…)

A questo punto bisogna considerare l’acustica del luogo e la performance della serata, che vedeva la storica Orchestre National de France col suo direttore musicale Daniele Gatti sul podio. Gatti lo abbiamo già ascoltato al Verdi tempo fa (2006), e forse aliunde, non ricordo; ultimamente è spesso qui e poiché Mehta non è più un ragazzino c’è chi fa due più due. Vedremo.
Punto forte e assodato dell’acustica mi sembra quello di un suono sempre direzionalmente bilanciato: ero in fila H tutto a sinistra ma ho perfettamente avvertito ogni sfumatura dal lato opposto (viole, violoncelli, contrabbassi). Questa è una grande conquista.
Sono un po’ più scettico sul suono degli archi – che come nel vecchio teatro sento in qualche modo “blurred”, tagliati nelle frequenze alte; e anche nella saturazione sui fortissimi, che oltre a essere fonometricamente impressionante (DPI-cuffie per i professori in prova?) mi pare abbia una leggera distorsione in calante (finale Stravinskij di stasera).
Saremo più precisi con Bruckner quest’inverno.

Veniamo a Gatti e all’orchestra. In generale il direttore milanese, forse attento a questa estrema reattività del contenitore sonoro, più probabilmente per il proprio approccio personale, predilige staccare tempi più lenti della media (meno sulla seconda parte della Pastorale) e dinamiche molto molto soffuse. Si contano almeno nell’ordine della quindicina gli episodi in cui con la sinistra chiama al piano e al pianissimo. Ciò evidenzia anche dettagli piacevoli ma in generale lo pone in subordinazione rispetto a partiture tutte tendenti all’estrinseco (e all’audience cui, nel sinfonico, piace l’effetto e il mercurio).
Il dettaglio del programma:
Debussy, il pomeriggio del fauno. Uno si aspetta il jolly, orchestra francese, e alè. Invece sarà la cosa peggiore della serata. Una piattezza dinamica agli antipodi di Boulez ma anche di Pretre, Martinon o Ansermet; piattezza che rende il pezzo (parafrasando le vacche nere di Hegel) “un pomeriggio in cui tutti i fauni (che pure ingrifatelli avrebbero a essere; e infatti c’è modo e luogo per sciogliere le briglie all’orchestra) sono sotto Xanax”. Tutto ciò si è combinato anche con una certa difficoltà sia del primo flauto Philippe Pierlot che dei restanti fiati.
Stravinskij, l’uccello di fuoco (la suite). Qui da un sonnolento risveglio introduttivo con le tessiture dei contrabbassi (sussurro alle mie spalle: un si sente nulla) l’orchestra si stabilizza un po’, e la partitura dà lustro alla sezione legni e fiati: voglio citare almeno la brava oboista Nora Cismondi che ha eseguito molto bene sia la Ronde des Princesses che, nella seconda parte, la Festa dei contadini nella Pastorale – e per questo è stata giustamente chiamata all’applauso.
La danza di Katschei proprompe e dà l’idea della potenzialità acustica dell’auditorium, così come, dopo la Berceuse, il finale nel quale il poderoso tutti mi sembra, come accennavo sopra, portare un po’ in calante almeno gli archi.
Nella seconda parte del concerto la Pastorale, ossia la sesta di Ludwig van. Si può ancora trovare qualcosa di originale in una lettura sinfonica beethoveniana? Non so. Comunque l’esecuzione è andata liscia, anche qui dicotomicamente tra una lentezza iniziale e una maggiore verve nei tre episodi di chiusura, compreso il Ringraziamento.
Qui Gatti e l’orchestra ricevono parecchie chiamate per portarli all’encore, che è una pagina sinfonica dai wagneriani Maestri cantori, e aggiunge poco.
Un concerto buono, forse non più che buono, in una serata comunque emozionante, mi auguro la prima di molte nella nuova casa del nostro demone musicale.

A dimostrazione che la serata era in qualche modo particolare per me, questa circostanza per cui Gatti (che comunque ha una buona gestualità ed espressività), tra il ventaglio dei suoi escamotages comunicativi, in Beethoven chiamava il cantabile ai violini inspirando così forte che si sentiva anche in platea (del resto si dice: un pezzo “di ampio respiro”, no?). Ecco: mi ha ricordato che il direttore d’orchestra (Bystrik Rezucha, a capo della Slovak Philharmonic) in uno dei miei primissimi cd di approccio alla classica, se non proprio il primo, usava la stessa tecnica. Che cosa dirigeva? Proprio la Pastorale. Guarda te le coincidenze, alle volte…

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