Idea “Nuova” Socialista

è il nome della figlia di Alberto Beneduce che andò in sposa a Enrico Cuccia. Proprio di Cuccia l’Espresso propone questa settimana (pag. 95) uno scritto del 1987 che mostra come anche in quel personaggio che per molti è la quintessenza del silente pescecane bancario ci fossero tonnellate di lucidità in più rispetto all’odierna inconsistenza dogmatica spacciata per liberismo (e correlativa macelleria salariale che è sotto gli occhi di tutti):

Il problema del livello dell’occupazione – e, quindi, quello della disoccupazione – è anzitutto un problema politico. (…) Nell’epoca moderna si è affermato il convincimento che il problema occupazionale sia prevalentemente di natura economica e la sua soluzione debba essere ricercata nella legge della domanda e dell’offerta. Cinquant’anni fa Keynes rese evidente l’inconsistenza della tesi che affidava al libero giuoco delle forze di mercato il “clearing” tra offerta e domanda di lavoro. Di fatto, di fronte a un’eccedenza dell’offerta di mano d’opera, non è pensabile il ricorso ad una riduzione dei salari monetari, quale mezzo per sollecitare la domanda, data la loro rigidità verso il basso; ma, anche ammettendo la possibilità di una loro riduzione, essa avrebbe come conseguenza una contrazione dei consumi e, quindi, una nuova spinta alla disoccupazione. (…) Non v’è dubbio che il problema dell’intervento pubblico nell’economia – sia esso finanziato dal gettito tributario o dall’indebitamento – è anzitutto un fatto politico.

Lo scritto è tratto da questa monografia di Giorgio La Malfa.
Nel frattempo ho individuato una delle mie letture estive, se avrò tempo e pace: si tratta del librone (a quanto pare scorrevole e avvincente) di Thomas Piketty, Capital In The Twenty-First Century. Curiosamente il libro, opera di uno studioso francese, è divenuto un best seller soprattutto oltreoceano. E non a Cuba: negli USA. In Italiano ancora non è disponibile dunque me ne sono procurato alcuni capitoli in inglese a mo’ di try before you buy.
Di che si tratti lo spiega bene Uri Dadush, sempre dalle colonne de L’Espresso (pag. 21, trad. di Guiomar Parada):

I messaggi centrali di Piketty sono semplici: guadagnando una parte della popolazione almeno 30 o 40 volte il salario medio e possedendo essa una ricchezza – la combinazione di proprietà immobiliari e attività finanziarie – ancora più distante da quella media, la disuguaglianza di reddito tra le élite e il resto delle persone è da considerarsi storicamente molto alta. Mentre il 10 per cento più ricco possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, e talvolta addirittura il 90 per cento, il resto della popolazione non possiede praticamente nulla. Il punto è che, almeno negli ultimi due secoli – da quando si dispone di dati affidabili, prima in Francia e poi in Inghilterra, da poco dopo la rivoluzione francese – il tasso di rendimento della ricchezza, che è del 4-5 per cento, ha superato con un ampio margine il tasso di crescita dei redditi nazionali, che si attesta attorno al 2 per cento, con l’eccezione del periodo delle Due guerre e della Depressione tra il 1914 e il 1945. Poiché i ricchi possono vivere molto bene senza consumare quantità significative della propria ricchezza, ne consegue che la quota del reddito nazionale rappresentata dalla ricchezza e dal reddito che essa genera tenderà ad aumentare. Piketty dimostra che oggi il rapporto tra ricchezza e reddito, che è di circa 6 volte, non è lontano dai record toccati nel 1920, e che il suo crescente peso implica che i redditi siano destinati a diventare in futuro sempre più disuguali. A complicare le cose, la parte della ricchezza ereditata supera quella guadagnata. Secondo Piketty, una crescente e sempre più estrema disparità di reddito sarebbe incompatibile con la democrazia e il punto di rottura potrebbe essere raggiunto presto, com’è accaduto nel passato durante i periodi di estrema disparità. Piketty sostiene che la risposta politica più efficace sia l’imposizione di una tassa progressiva sul patrimonio e che tale tassa dovrebbe essere applicata a livello globale per evitare l’evasione. Egli riconosce la sua proposta come utopica, ma vi insiste ritenendola necessaria e notando che, peraltro, il momento politico potrebbe essere arrivato, forse a partire da un accordo tra i Paesi europei.

Socialismo utopistico? Forse. Ma intanto questo breve excursus mi ha dato l’idea di come, nel bla bla cha-cha-cha al potere, sostegno pubblico a occupazione e salari e progressività del sistema tributario siano di fatto scomparsi dall’agenda della sinistra, quando non oggetto di damnatio memoriae e argumentum ad hominem per chi li propone,  a favore di un farinettismo demagogico condito da un vocabolario liberista-miracolistico; à lire.

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