Teatro Comunale: a valediction forbidding mourning (?)

bobComunale

Cala la tela sul Comunale. Lo scrivente è assai mogio (3 giugno)

e così, con l’ultima rappresentazione di sabato scorso, il Teatro Comunale di Firenze è storia. DC a parte, all things must pass, c’insegnano, o per lo meno tutto finisce nella misura in cui non puoi/vuoi difenderlo. Ed effettivamente ci sono valide ragioni musicali per migrare da un auditorium acusticamente non più all’altezza delle sue componenti artistiche stabili a una struttura più moderna.
…Altra cosa è buttarlo giù, raderlo al suolo come si rumoreggia… Non è che se uno cambia partner poi deve per forza uccidere o castrare il precedente (devo spiegarlo a certe mie ex)! anche considerando che molti luoghi fiorentini persin meno risalenti e assai meno ameni (stadio, stazione SMN) hanno un vincolo artistico che, oltre a fissarne l’ovvia destinazione, ne vieta persino il maquillage (opera di Pier Luigi Nervi, il Franchi per esempio, dall’alto, forma la D di duce, e guai a chi lo tocca).
Ma qui il rischio è triplice: fare considerazioni arbitrarie; fare “poesia” nel senso che non si tiene conto delle drammatiche ragioni della borsa; infine discettare su un penalty già concesso, cosa inutile come ognun sa. E quindi de hoc satis, con brevità, come breve (e ahimè tardivo) è stato il mio pezzo di congedo su Florence Is You di questo bimestre (pag. 12, grazie dell’ospitalità).

Ho frequentato il Comunale dai primi ’80, per qualche anno in maniera inconsapevole e cadenzata dai miei genitori: ricordo una dormita colossale nel deserto della Manon Lescaut, poi una improvvida febbre altissima che mi ha costretto ad abbandonare in corsa un bel Porgy and Bess, infine l’epocale Traviata Kleiber/Zeffirelli con forse l’apice della mia ignoranza musicale, addentrato com’ero in un’intruppata di sancascianesi che eran lì pe’ la Gasdia, iobòi.
La mia frequentazione cosciente e volontaria iniziò invece nel 1988, il 29 gennaio per la precisione, quando, con un improbabile smoking che testimoniava quintali di ansia pregressa, assistetti alla mahleriana Sinfonia dei Mille diretta da Gustav Kuhn, primo appuntamento di un dittico che pochi giorni dopo previde la Nona di Bruckner con la scelta – “autentica” ma terrificante, come un bignè su un’impepata – di chiuderla col Te Deum.
Molto di quello cui ho assistito dal 2003 in poi lo trovate nell’archivio del blog.
Ho conosciuto, in questi anni, ottimi professionisti. Tra essi: amici sinceri compresa una lontana parvenza di amore; amici secondo il vento che tirava; crotali. Equamente ripartiti come in tutti gli ambienti (leggera prevalenza della seconda categoria, che infatti talora mi attraversa con lo sguardo quasi fossi incorporeo, forse a ragione).
Quanto alla musica, ho avuto la fortuna di assistere anche ad alcune prove chiuse. Memorabile un giorno in cui mi riuscì, un pomeriggio, supercazzolando alcuni addetti e le loro pose da capetto, di sedermi – io solo – sul palco vuoto del coro e assistere per intero all’ultimo movimento della Terza di Mahler, con Mehta faccia a me e l’orchestra in basso. Quasi a guisa di principe dedicatario!… Un’esperienza assoluta e da sindrome di Stendhal, esperienza che non ho potuto o voluto immortalare per non spezzare l’incantesimo.

Ma più di tutto, in coda, vorrei parlare dei due eventi di chiusura.
Ho scelto di non vedere il Tristano per cattivo stato d’animo (mio) e perché comunque mi si sovrapponeva con quello del 1999. Invece ho assistito all’ultimo concerto sinfonico (3 maggio: grazie a Duccio, amico vero, che mi ha ceduto il suo biglietto) e una serata, quella del 3 giugno, del conclusivo L’amour des trois oranges di Prokof’ev. Entrambi gli appuntamenti trasmettevano un clima da smobilitazione (percepibile già dalla ristrettezza dei programmi di sala, senza discografia né libretto) che aumentava la malinconia: la prima sera, data unica, perché inserita nel ponte del primo maggio e concomitante con la finale della Fiorentina in Coppa Italia; la seconda per pura colpevolezza e scarsa sensibilità, visto che i biglietti si trovavano e pure a molto poco. Fatto sta che per lo Strauss-abend qualcuno c’era ma mi sono seduto lo stesso in fila P; per Prokof’ev, come direbbe il mio compagno di viaggio in America, ‘n gh’era ‘n can. (shame). Perciò mi son messo comodamente in fila D. In entrambi i casi ho così steso le gambe ed evitato i soliti dolicocefali che la legge di Murphy mi colloca sempre nel posto davanti.
Shame, dicevo: peccato, perché è stato un doppio canto del cigno con molti punti di eccellenza.

abendrot

“Im Abendrot”. Genau.

3 maggio. Sul piano musicale la data celebrativa (il buon Richard compie 150 anni, e curiosamente lo fa proprio oggi che mi decido a scriverne) è stata di alta qualità, come garantito dalla presenza sul podio di un Mehta che, forte del dna swarowskiano, al Comunale ha plasmato testimonianze straussiane assolute, incancellabili, alcune delle quali, curiosamente, affrontate per la prima volta in tarda età quali la Donna senz’ombra del 2010 (top event che, dimezzate all’epoca le recite per un’agitazione, andrebbe riproposto quanto prima al Nuovo Teatro) o il recente Rosenkavalier.
A dire il vero, scendendo nel dettaglio, routinaria l’esecuzione dei lustige Streiche, e non entusiasmanti, al di là dello splendore assoluto e della copiosa glicemia cromatica insita in partitura, neanche i Vier letzte Lieder finali, con una Anja Harteros da cui mi aspettavo di più, a disagio sul registro basso, e un Mehta un po’ “onirico” (quasi r.e.m.) nel crepuscolo finale (che amo invece stretto di tempi, alla Böhm/Della Casa), Abendrot cui le stesse luci di scena e fondali alludevano. In compenso, incantevole il Concerto per oboe: condotta benissimo l’orchestra e impeccabile (salvo una “goccetta” nel primo movimento che lo costringe a spiumare un po’ la canna in una pausa) il solista Alberto Negroni, che scollina senza difficoltà l’impervio virtuosismo della parte e che tra l’altro mi ha gasato non poco con l’encore Britteniano (Pan, la prima delle sei metamorfosi da Ovidio), avendolo io sborònaménte pronosticato ai vicini e quindi incamerata una certa ammirazione.
Nell’intervallo ho conosciuto de visu una cara amica di penna che fa parte del Coro e che mi ha rivelato un aneddoto davvero onorifico su una mia recensione, aneddoto che per timidezza non svelo qui ringraziandone il protagonista come ho già fatto in privato.
E proprio subito dopo la pausa il Coro ha davvero svettato in questa pagina in precedenza a me sconosciuta, il Wanderers Sturmlied: opera giovanile e marcatamente brahmsiana (immatura soprattutto all’inizio ma paradossalmente meno “Strauss” cioè meno orpellosa), dolceamara, agogicamente e dinamicamente composita; nell’esecuzione della quale, considerando anche le poche edizioni in circolo e in rete, credo si sia settato in questo 3 maggio un indubbio riferimento interpretativo. Ecco nel Lied per coro, dunque, l’acme di una serata che mi ha allietato anche se la malinconia era già tanta, e la fretta di vedere un pezzo di partita ha svuotato a cose fatte la sala senza troppi sentimentalismi.

amouroranges

“Cipputi, va’ se per veder ‘na bandiera rossa ormai bisogna andare a teatro!”. “Eh”.

Ironia numerologica, il mio congedo col Teatro avviene il 3 del mese successivo, otto giorni fa, con la seconda recita su quattro de L’amour des trois oranges. Sul podio non più Mehta ma lo slovacco Juraj Valčuha che già ammirai a novembre in un’ottima Patetica, entro un concerto a suo modo e a sua volta “di chiusura” (della mia vita senza psicofarmaci). Va in scena un’opera leggera ma impegnativa, della durata di circa due ore più intervallo ma dall’intreccio di personaggi e vicende assai serrato. Dal vuoto della platea (la mia amica corista si lamenterà per gli “applausini”, ma senza preamplificazione non si poteva fare di più!) ho assistito, complice l’acustica che in platea ritornava un senso come di “calza sul microfono”, a un trionfo dello scenico sull’orchestrale.
Splendido il nuovo allestimento – cito tutto e tutti perché lo meritano: il giovane regista Alessandro Talevi e l’assistente Silvia Paoli, le scene dell’altrettanto giovane Justin Arienti, poi i costumi di Manuel Pedretti e le luci di Giuseppe Calabrò. Una mise en scene che non lesina idee, attorialità (persino acrobazia) ed estroversione, come si richiede a un’opera che, coerentemente con l’iniziale diatriba tra tragici e comici, vuole mixare in centoventi minuti le due maschere che campeggiano sulle volte degli ingressi ai teatri. Con prevalenza del comico, ovviamente, quasi che noi stessi del pubblico fossimo principi infelici da sollazzare con (per me irresistibili) divertissements.
Dall’altro lato della bilancia l’orchestra e Valčuha mi sono apparsi alquanto spenti e sonnacchiosi, soprattutto nel primo atto dove un po’ di accentazione in più avrebbe fatto gioco nel sorreggere una partitura non sempre effervescente.
In mezzo una vocalità buona, sorretta più che altro dalle capacità teatrali sia nel coro (anche questo scenicamente molto sollecitato, in certi punti quasi in mezzo a un party, tra palco e “gabbie” laterali) che nei solisti (tra i quali molti nomi illustri in disguise: Boyd, Gertseva e Abbondanza, per esempio), i più applauditi dei quali guarda caso sono stati i due istrionici Loïx Félix (Trouffaldino… in costume rigorosamente bianconero! meditate gente, meditate) e Larissa Schmidt (Smeraldine).
Un’opera gradevole alle orecchie e squisita agli occhi, come in parte potete vedere dal Pinterest ufficiale. Qualche ora scorsa bene, e poi malinconia e foto di congedo.

Adieu Comunale; on t’aimait. Speriamo, flebilmente lo speriamo ancora, di poter ricalpestare il tuo suol per qualcosa di musicale o comunque artistico-culturale.

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2 Risposte

  1. Ne hai avuto per tutti, complimenti! Sei capitato nella serata sbagliata, per ciò che riguarda l’ultima produzione operistica. Nelle ultime due successive il pubblico, numericamente non molto più folto, ha tributato a tutti ovazioni entusiastiche: applausoni 🙂 . Che tu abbia preso il posto di un artista del coro per assistere alla Terza di Mahler senza trovare intralci non faccio fatica a crederlo ;). Composito post, bravo roby!

    1. mi sono dimenticato I VERSI MARTELLIANI (!) ma magari ci scrivo una poesia di là e mi raccordo al libretto di Prokof’ev.
      Grazie Ross, in verità da spettatore compulsivo non mi dispiace del tutto quando non c’è pieno: si sta più larghi e ci sono meno probabilità che il tuo vicino giochi a snake col telefono 😀

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