Lasciami in brace

maraisoffocato da un ambiente familiare dallo stampo tribale e dal fare diplomatico-sofista (eufemismo per: menzognero), ambiente insinuantesi non solo nella vita relazionale ma anche nel lavoro, ho negli anni cercato una sorta di emancipazione (o surrogati di questa) nel dire sempre le cose come stavano fino al parossismo.

Qualche giorno fa ho scoperto in un libro che ho in wishlist le seguenti frasi:

«Non mi rendo conto che se qualcuno si ostina a mettere a nudo la propria anima, con una franchezza persino eccessiva, è forse per non dover parlare di qualcosa che ha un’importanza essenziale. (…) Solo più tardi ho compreso che se qualcuno si rifugia con tanta veemenza nella sincerità significa che ha paura: paura di ritrovarsi un giorno con la vita carica di segreti inconfessabili»

Nel mio caso le frasi (e le valutazioni di chi ha voluto avvicinarle al mio carattere) sono inappropriate: non ho nascosto nulla a chi volta per volta era al centro della mia vita. Proprio nulla, nemmeno la mia cartella clinica. Tutto si può dire, volendolo.
Altro discorso, purtroppo, è l’opportunità. Ne sono uscito spesso piuttosto male e ho causato incomprensioni e dolori. La realtà mi ha dimostrato che non si può essere del tutto “confessionali”, che anche nelle menti più sopraffine e aperte serpeggia (e le penetra, secondo il noto aforisma di Primo Levi) il luogo comune, che certe desiderabili rivoluzioni del sentire sono confinate nelle rubriche degli specialisti di settore; ben lontane dalla gente, per quanto intelligente.
Bisogna rassegnarsi a portare il peso di certe cose e a farle bruciare con sé, nonché eventualmente preparare il “non è come pensi” in caso di involontario svelamento.
Per me, che credo nei rapporti interpersonali paritari e trasparenti, e non alla Mazarino, è un grande fallimento.

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