“la sacralità del valore umano regge solo finché ci sono i mezzi”: leggendo La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark

wijkmarkDen moderna döden. Nella prima parte è un libro di spessore, scritto nel 1978 ma capacissimo – e lo dice pure Enzensberger – d’individuare le nostre “care” angosce contemporanee: l’interminabile crisi economica, la disoccupazione devastante, la bomba gerontografica con conseguente implosione dello stato assistenziale. Lo scenario è distopico, spingendosi rapidamente dalla considerazione della produttività dell’individuo verso soluzioni di “sfoltimento” prettamente eugenetiche; ma, almeno per quanto riguarda l’accanimento “demografico” contro le persone non più produttive, cioè gli anziani, si ha la sensazione che i ragionamenti siano appena un passo più in là di quelli in voga nell’acerrimo conflitto intergenerazionale che abbiamo appena inziato a vivere. Del resto si provi a sostituire, nella citazione del titolo, “sacralità del valore umano” con “solidarietà sociale” e si otterrà un dato empirico abbastanza verificabile…
Di più: si colgono elementi di frizione anche intragenerazionale basati su un concetto di “valore sociale” e che riprendono luoghi comuni attuali, dilaganti in tempo di crisi; per esempio sulla cultura… (pp. 24-25, corsivo mio):

Ma il valore sociale di un leader politico deve essere stimato tale da metterlo al primo rango sulla scala della priorità. (…) Batterebbe anche il premio Nobel, le cui scoperte, se è uno scienziato, possono avere naturalmente un grande valore materiale, anche se generalmente in modo più diffuso, più a lungo termine e in un’ottica più internazionale. Se è un premio Nobel per la letteratura, scende più o meno allo stesso livello della nostra giovane pianista, in altre parole il suo valore sociale è unicamente culturale, estetico, hobbystico; solo molto indirettamente economico, per la sua famiglia, il suo editore e simili.

…Dal culturale all’hobbystico in due passaggi! E come non pensare allora al “(con/) la cultura non si mangia” di provenienza ministeriale e recentissima memoria?? O ai tanti discorsi da bar che regolarmente mi becco in pausa pranzo, in quanto appassionato, a proposito dei professori d’orchestra che sarebbero sovraremunerati (in realtà è proprio il contrario)?

Emblematico è poi il riferimento all’obbedienza delle masse e alle tecniche del suo raggiungimento: benché voglia essere soprattutto una critica alla società svedese, c’è un passo a p. 43 in cui si parla di raggiungere “una nuova intimità tra il potere e la gente, che induce i governati a confondere i propri bisogni e desideri con quelli dei governanti”; passo che sa parlare molto bene in italiano corrente. Quando vedi giornalisti darsi il rossetto sulle labbra e salire sul palco, e prima ancora una ottantenne [che magari a casa è la nonnina dell’amor di nipotina sua, ma ora è lì in piazza] che schiuma perché il noto politico che tutti amiamo se po’ scopa’ le regazzine che je pare, anzi è giusto che ce se accosti proprio perché è vecchio e sono le sue ultime cartucce; ecco, in questi lieti frangenti la frase del libro ti rimbalza dentro potente e tagliente.

Quindi la parte iniziale (che coincide con la prima metà del volume) è riuscitissima. Non così le altre due.
La seconda, che consiste nella tirata inascoltata dell’umanista Rönning, commette secondo me il grave errore narrativo di squadernare il giudizio morale (il disgusto, l’invettiva) che dovrebbe essere interamente lasciato al lettore. In breve, squarcia e disinnesca la distopia. E la costringe persino a una totalmente irrealistica (?) apologia di passato regime (p. 73).
Invece la parte finale calca troppo la mano sul mancato rispetto del corpo, spingendosi fino a immaginare un riciclo dello stesso che, più che essere macabro, rende grottesco il quasi credibile della prima metà del libro; peraltro in questo grottesco ho trovato riuscita la caratterizzazione così ironica e “supina” del Dottore in teologia – cioè a dire della religione di fronte al potere – nell’episodio finale della clavicola.
Il volume vanta una bella e capillare postfazione di Claudio Magris.

In conclusione: opera che si può leggere e fa meditare, anche se la seconda metà non replica affatto la qualità e l’attualità della prima e ciò ha deluso le mie aspettative.

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