Lezioni di (finto) ottimismo – Javier Cercas

Mi è piaciuto un breve e arguto apologo dello scrittore spagnolo, pezzo pubblicato sul Domenicale del 3 marzo scorso. Non trovandolo sul sito o aliunde in rete, temendolo dunque destinato all’oblio, lo ripropongo qui, pronto a rimuoverlo in caso di qualunque lamentela sul copyright. Buona lettura.

Cercas

Javier Cercas (img Wikipedia)

COME OGNI MATTINA, mi alzo esultante e, dopo che mio figlio ha finito di guardare alla tele l’episodio di Doraemon («Siamo i bambini della terra,/ tutti insieme costruiamo/ una città di meraviglie e felicità»), lo infilo in macchina per accompagnarlo a scuola. Per la quinta volta nelle ultime due settimane, la macchina non parte, però, dato che sono un ottimista incurabile, invece di mettermi a piangere sullo sterzo, chiamo un taxi. Nel taxi suona una canzone di Simon e Garfunkel che non ascoltavo da vent’anni e che parla della solitudine di un pugile mezzo suonato che si trascina il suo fallimento nell’inverno di una città estranea. Lascio mio figlio a scuola e vado a lavorare. Entrando in aula, ho già deciso che, siccome è quasi Natale, parlerò di un articolo di Mariano José de Larra che sarcasticamente – perché vi si racconta una notte atroce – s’intitola La vigilia di Natale del 1836, un articolo tristissimo che le pére à nous tous scrisse appena due mesi prima di farsi saltare le cervella con un colpo di pistola, e in cui si diagnostica la malattia che lo rende ebbro di desiderio e d’impotenza; l’ottimismo; vale a dire: l’assurda e incurabile speranza che non ci troviamo su questa Terra per essere sfortunati. Mentre continuo a parlare dell’articolo, noto che nell’aula si è prodotto un casino favoloso (un gruppo di ragazzi ha montato una bisca; un’anziana signora ha tirato fuori da un nécessaire un set di uncinetti; un gruppo di ragazze discute a squarciagola degli incanti di Brad Pitt), ma decido di continuare con Larra, più che altro perché ho appena scoperto in prima fila la mia unica ascoltatrice, una ragazza bellissima che ascolta le mie spiegazioni con lo sguardo meravigliato. Finalmente finisce la lezione. «È incredibile», sento sospirare in corridoio. «È stata la lezione più noiosa della mia vita». Allora mi giro e riconosco la ragazza meravigliata e bellissima della prima fila.
Vado a pranzo. Al ristorante incontro il filosofo Josep Maria Ruiz Simón, che ha appena pubblicato un libro su Ramon LLull. Dato che è una persona educata, mi chiede come sto; dato che sono una persona educata, mento, ma a metà pranzo crollo e, invece di mettermi a piangere sui maccheroni, gli parlo della mia macchina e di Larra e di Brad Pitt e dell’incurabile malattia dell’ottimismo. Allora, per darmi ragione, o per consolarmi, Ruiz Simón mi chiede se conosco la teoria della mancia.

Doraemon

Un inguaribile ottimista (img Wikipedia)

Meravigliato dal fatto che già all’epoca di Llull esistessero le mance, gli dico di no. «La teoria non è di Llull, che era un ottimista, mi corregge, bensì di Josep Pla». Secondo la teoria, in questa vita tutto ciò che non è una catastrofe è una mancia. Giriamo la chiave e la macchina parte: mancia. Facciamo lezione e qualcuno ascolta: mancia. L’ottimista crede che ci troviamo qui per essere felici; il pessimista, che ci troviamo qui per evitare tutte le catastrofi possibili e per guadagnarci tutte le possibili mance. Perciò il pessimista vive contento e tranquillo; l’ottimista, inquieto e dannato.
Dice Chesterton che esistono due tipi di persone: quelle che dividono le persone in due tipi e le altre. Mentre vado a prendere mio figlio a scuola, mi intrattengo dividendo la gente in ottimisti e pessimisti. Ambrose Bierce, per esempio, era più ottimista di Larra e di Llull, ma non più di Doraemon e per questo ha dato la seguente definizione della parola «anno»: «Periodo di trecentosessantacinque delusioni». Invece Ricardo Reis, che sospetto fosse più pessimista di Ruiz Simón, ma non più di Pla, scrisse: «Se non ti aspetti nulla, quanto ti riserva la giornata, per poco che sia, sarà molto». Prendo mio figlio a scuola e quando arriviamo a casa gli annuncio che non vedrà mai più nella vita nemmeno un episodio di Doraemon, quel malato di ottimismo. Per risarcirmi delle ingiurie della giornata, la sera, dato che siamo quasi a Natale, sono sul punto di mettere nel videoregistratore La vita è meravigliosa, che è il film più ottimista del più ottimista dei registi hollywoodiani, ma mi correggo in tempo e metto un film di Huston che sarcasticamente — perché vi si parla di una città atroce — s’intitola Fat City, che si potrebbe tradurre con «Ma che città!», o ancora meglio con «Una città di meraviglie e di felicità», e mentre guardo quel tristissimo film di pugili mi ricordo di Simon e Garfunkel e anche di Larra, che visse in fretta e morì giovane e lasciò un bel cadavere, e mi dico che Huston ha ragione, che tutti noi, che viviamo con esasperante lentezza e sicuramente moriremo vecchi e lasceremo un cadavere puzzolente, finiremo come la coppia di pugili del suo film, falliti e soli e mezzo suonati in una città atroce, orinando sangue prima di salire sul ring, ebbri di desiderio e di impotenza, combattendo a morte con la nostra stessa ombra in uno stadio vuoto. E tutto il resto è mancia.

© Javier Cercas/ Il Sole 24 Ore
pubblicato su “Domenica” del 3.III.2013
riproduzione riservata

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