passata è la gran festa/ la fricassea di cigno è ben digesta

applausi finali (e inno di Mameli retard) foto ©ilgiorno.it

Ragazzi, io scherzavo quando su twitter parlavo in “spartano” e preannunciavo che mi sarei goduto l’evento scaligero con la frase TONIGHT WE DINE WITH SWANS! Poi uno scopre che il cigno, in scena, non c’era, e pensa che se lo sian fatto fuori veramente! Con sta crisi ci può stare, chissà quante trattorie te lo passano come fagiano appena più stopposo…
Uscendo dallo scherzo (e dagli accidenti degli amici vegetariani/vegani/nemici di Actarus etc.), io giudico quello di ieri un bel Lohengrin tendente all’ottimo, ben diretto, con esiti completamente convincenti nel trio dei buoni (Kaufmann, Dasch, Pape), un po’ meno nel duo dei cattivoni (Telramund e Ortruda, non ricordo mai come si chiamano gl’interpreti, rimedio nel tag).
Ligio alla “regola Celibidache” che mi sono autoimposto, non mi profondo più in note di ascolto troppo dettagliate per gli spettacoli che vedo in tv o ascolto per radio. Potete trovare dei miei brevi appunti qui (e vi consiglio comunque di leggere tutto il post di Amfortas, che oltre al suo punto di vista raccoglie i pareri di altri commentatori assai competenti). Quello che non ho scritto in loco è che comunque i lati negativi dell’esecuzione non sono stati tali da rovinare il giudizio assolutamente positivo sullo Schwanenabend.

Due parole in più sulla regia che invece, a parte le lievissime miodesopsie di chi scrive, si può valutare con rispondenza anche via piccolo schermo.
Lohengrin a mio parere, per la presenza di elementi quali appunto cigno, cavaliere fulgente e maestoso nell’incedere, è un’opera attualizzabile solo a rischio di inimicarsi metà del loggione. Così è avvenuto, e a quanto dicono molti sono rimasti così avviliti dalla trasposizione che tale stato d’animo ha travolto anche gli altri parametri della recita.
Complice anche non più di uno stralcio dell’intervista a Guth captato nell’intervallo, ho ricostruito interpretativamente la regia in termini di nevrosi (con tanto di continuo grattarsi il braccio della protagonista) e di delirio da trauma adolescenziale. Questa tematica mi è cara attraverso la nota frase di Truffaut per cui tutto quello che siamo e saremo si determina ineluttabilmente dai 7 ai 16 anni di età (o giù di lì). Inoltre spiega alcune cose – Lohengrin che “arriva” e “torna” in realtà “nasce” e “muore” in posizione fetale, muove primi e ultimi passi tremante come un puledro sulle sue gambe, proprio perché è una creazione ectoplasmica di Elsa; Lohengrin, nel preludio al secondo atto (dove manco dovrebbe esserci) scruta i due cattivi che in stile Sesto senso non si accorgono di lui; Ortruda, sempre nel secondo atto, corregge Elsa al pianoforte con una bacchetta, tipo signora Rottenmeier che le impone di tenere la schiena dritta.
Il fratello-cigno dal canto suo (ragazzo con un’ala di cigno) è spesso sulla scena e questo mi fa decodificare la regia come una ricombinazione psicopatico-onirica di elementi facenti parte di un evento accaduto, secondo una sequenza differente. Lettura che è la stessa che associo a un capolavoro del cinema come Mulholland Drive.
Forse la giacca che Ortruda consegna a Elsa durante il preludio e la scarpa piena d’acqua che Lohengrin sulla scena indicano che “Brabantino” è (è stato) realmente annegato? Chissà. Forse questo spiega pure l’ecatombe finale.
Non ho l’esperienza per dire se questa chiave registica è trita e ritrita, però non ho ancora visto un focus su questi elementi specifici, e quindi li propongo.
In conclusione per me è filato quasi tutto liscio (il quasi, dal vivo, è pressoché ineludibile) e penso che questo Lohengrin scaligero si sia concretato in una produzione di livello, saldandosi idealmente al Tristan di qualche anno fa e neutralizzando gli insoddisfacenti S. Ambrogio degli anni intermedi tra questi due capolavori wagneriani.

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