celie Palatine (e non solo)

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Il giardino di Boboli visto dal corridoio d'entrata della Palatina. Mi scusino i veneti per lo scempio dialettale, ma mi viene in mente Balasso: "Ciao poeràcio, varda che vista da la mia terrassa"

ovvero sbobinatura delle annotazioni durante una visita nel corso del Mese di Riappropriazione Museale (MRM™)

Erano davvero secoli che non tornavo alla Palatina.
Entrée ansiogena perché mi viene incontro la temporanea Bella Italia, che però all’inizio mostra cose fiorentine bellissime ma – tranne questo Masaccio – viste e straviste (Uffizi Bargello etc.) e cose torinesi scarsamente rilevanti.
Temo che mi abbiano fregato ma poi fortunatamente trovo il corridoio e inizia la visita vera e propria.

L’ambiente è ideale, pochissime persone e quelle poche si affrettano perché è ora di pranzo: siamo in pieno clima di riappropriazione. Bene.
Quasi subito una vecchia conoscenza: Furini (penalizzatissimo dalla illuminazione, che per tutta la Palatina è antica e sparata sulle tele), più un Rubens e un Rosso Fiorentino. La magnificenza del Soffitto delle allegorie mi distrae un po’.
Mi chiudono alle spalle una sala alla mia uscita. Comincio a sospettare che la copertura organico del personale abbia qualche problema di carenza…
Dalla Sala di Prometeo si comincia a fare sul serio: tra una miriade di capolavori, adocchio il Bacco di Guido Reni. Più tardi ne annoto anche La carità.
Corridoio delle colonne: Jan Bruegel (Orfeo agli Inferi) e David Ryckaert III (due tele su le tentazioni di Sant’Antonio) sono forse la visione più emozionante di tutta la giornata. I mostri danzanti di queste ultime… spiego che è così che vedo la gente, soprattutto la folla…
Il Salvatore di Tiziano è stato restaurato in tutti i suoi azzurri dal Laions Clebbe nel 2004. Fa un poco D*o e mammona, ma massimo rispetto rispetto per la filantropia culturale.
Ho ritrovato anche Melchior de Hondecoeter (l’anatrofilo visto all’Accademia Viennese).
La Maddalena del Perugino soffia alla Madonna del Granduca di Raffaello il primato del volto più bello.
Un disegno di Rubens su Le Tre Grazie nelle stanze della servitù. Riflessioni su come fosse meglio fare i servi dei signori e vivere in megapalazzi che fare i servi di gente ben più ignorante (i clienti aziendali “ho pagato e qui comando io”) con l’illusione di essere liberi.
Pieter van Laer era soprannominato il Bamboccio. Che conoscesse Padoa Schioppa o Martone?
Arriva una frotta abbastanza disciplinata e attenta di bimbiminkia, che con questo vuoto fa la sua impressione. La solita guida mainstream fa loro saltare tutti i capolavori che ho citato dal Corridoio delle colonne fino a qui. Mi reimmetto nella Sala Prometeo e seguo il flusso principale.
Un bel diavolaccio anche nella Tentazione di Salvator Rosa.
Sui soffitti della Sala della stufa sono raffigurati i profili degl’imperatori più famosi, ciascuno con una quartina (abba) che lo illustra. Cerco qualcuno da annotarmi ma non mi ispirano.
Primo handicap – lancinante – della giornata: hanno prestato un Caravaggio (Amorino dormiente) al Puskin di Mosca e due Artemisia a Milano.
La Madonna in Trono del Rosso, le pieghe del vestito tracciate cromaticamente, attraverso il colore.
Molto Andrea del Sarto. Su tutto, direi, l’Annunciazione Della Scala: lo sfondo monolitico, grigio con effetto di luce, la rinuncia al contingente (paesaggio) in funzione ipostatica, di sospensione del tempo.
Il dinamismo mozzafiato, filmico (un piano sequenza sinistra-destra: sarebbe piaciuto al neoscomparso Anghelopulos), le figure “in evaporazione” ne Le conseguenze della guerra di Rubens.
Complimenti a chi ha classificato la tela Apollo e MarZia del Guercino! Mitologicamente un po’ strabico pure lui.
Inizio degli appartamenti reali: c’è il Cavaliere di Malta del Caravaggio, esposto in modo quasi criminale, in penombra. La Sala del Trono, provvisoriamente con accanto al symbolum regni un quadro di Vittorio Emanuele II, mi fa riflettere sullo strapotere temporale concesso ai nani nel nostro paese. Dimenticando il monito di Mazzarino: sono spocchiosi e boriosi.
Pittura ottocentesca nella Sala della Regina: Giuseppe Bellucci, Pietro Saltini, Francesco Vinea. Studi accurati sulla luce naturale proveniente dalle finestre.
Si chiude col “Gabinetto ovale”. History repeats itself, Bill. smile

Salita alla Galleria d’arte moderna. Ma prima c’è un altro Padiglione di Bella Italia nel pianino ammezzato: le sale su Milano, Bologna, Parma. Queste davvero meritevoli. Su tutti il Carracci con due tele (Cristo e la cananea) e Guido Reni con una saletta piena di pregiati sguardi estatici e rapiti. Molte cose sono in collezione privata. C’è anche l’inflazionato bacio di Hayez.
All’ingresso della moderna, la parte veneziana di Bella Italia. Anche questa notevolissima. Tiziano e Canaletto ma soprattutto un Tiepolo (Venezia riceve i doni del mare) e un Tintoretto (Il doge Girolamo Priuli) allegorici normalmente siti in Palazzo Ducale. Mentre si sofferma su quest’ultimo, la mia sodale di visita prorompe con “C’è un odore di cipolla!” che mi fa pensare a Bernstein che raccontava di una seconda di Mahler a Tanglewood quando, poco prima del raggiungimento di un particolare climax orchestrale, sentì dal podio due vecchine in prima fila che parlavano di quanto strutto ci voleva in un piatto!
Nelle prime sale della moderna niente mi colpisce, eccezion fatta per la collocazione dei quadri, ben più amica dell’occhio anche se. C’è molto Hayez, Duprè, Bazzuoli… ma, soprattutto nei quadri, pose ed espressioni studiate non sopperiscono alla staticità (Coghetti, Pollastrini).
Alcune tele mi ricordano il “cinemascope” de L’alzaia di Signorini (che qui non c’è e cui come sapete ho dedicato…): Castiglione del lago di Carlo Markò jr. e Sulle rive dell’Ofanto di Giuseppe De Nittis.
Dopo il primo autoritratto di Fattori si comincia a fare sul serio. Ma emerge, oltra a un’altra tela in gita (Il canto dello stornello di Silvestro Lega è a San Pietroburgo), l’handicap principale della giornata: molte sale sono chiuse. Alcuni capolavori di Boldini, Signorini, perfino Corot e Pissarro, più tutte le sale sul futurismo sono sbarrate dai cordoni. Mi sporgo dalle porte e vedo qualcosa (un bell‘autoritratto di Boldini ad esempio) ma non più di tanto. Parlo con le maschere, peraltro gentilissime, mi spiegano che sono drammaticamente a corto di personale e, per motivi di sicurezza, di pomeriggio devono chiudere una mezza dozzina di sale (tip: andate di mattina). Addirittura guardano sul foglio di servizio per vedere se ci fosse qualche doppione e riaprire qualche sala per me, ma niente. Eccepito che però ho pagato il biglietto intero (diconsi 13 Euro), mi consigliano di ripassare dalla biglietteria e vedere se mi danno un pass o una riduzione per il giorno seguente.
Va be’, li lascio stare (tanto il giorno seguente non posso andarci non è colpa loro se al Ministero non assumono più nessuno) e mi godo la sala 18 dove posso ammirare un quantitativo industriale di Signorini e Fattori (La libecciata) e poi esco dallo scalone monumentale, un po’ contrariato per questa castrazione finale (tip: basterebbe qualche informazione in più sul sito ufficiale su cosa uno può aspettarsi di vedere e cosa no), ma nel complesso felice per questa Riappropriazione Museale, monca di qualche falange ma aumentata grazie al supplemento.


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