Affare Makropulos al MMF: oltre le gambe c’è di più?

Leoš Janáček (1854-1928)

Torno al Comunale, dopo un’assenza di quasi un anno e mezzo, per L’affare Makropulos di Leoš Janáček. Accantonata la scaramanzia (vedi qui e soprattutto qui), l’occasione era ghiotta anzi irrinunciabile per assistere a un’opera che, dal 1960 a oggi, è stata rappresentata in Italia solo dodici volte compresa la presente, di cui tre (inclusa la première italiana del ’66) meritoriamente proprio a Firenze. Andato in scena per la prima volta nel 1926, il “Makropulos” deriva letterariamente dalla commedia di Karel Čapek (famoso anche per avere ideato la parola robot), e gravita intorno alla figura femminile di E.M., étoile della lirica, viaggiatrice suo malgrado, altezzosa, algida. Curioso e contraddittorio personaggio, nei primi due atti del tutto anticipatore della Lulu berghiana (che arriverà quasi un decennio dopo, incompiuta), o se volete, del pari riecheggiante l’antieroina di Wedekind (che invece scrive tra il 1896 e il 1904 i due drammi da cui è tratta la Lulu) nella sua forza magnetica e distruttiva verso il sesso opposto. Emblematico, qui nel Makropulos, il secondo atto, con quella cerchia scenica di uomini completamente assoggettati, quasi cani in calore davanti all’uscio della cagnetta, e con l’attrazione (fatale) abilmente esercitata sul giovane Janek ma soprattutto sul di lui padre Prus, il cui rapidissimo asservimento che conclude l’atto somiglia molto alla scena di seduzione tra Lulu e il Dr. Schön… Poi, dopo la notizia tragica relativa al ragazzo (accolta con luciferina indifferenza: qualche colpo di pettine!) arriva, improvvisa benché favorita da qualche bicchiere di troppo, la catarsi: E.M. svela senza troppe costrizioni il suo arcano, rinuncia fatalisticamente ai propri intenti e, nella grande aria finale, trae la sua stessa morale volgendosi al pubblico.
Un’eroina – dalle sfaccettature probabilmente ricollegabili, nell’immaginario janacekiano, alla figura di Kamila Stösslová – quasi bipolare, attorno alla quale è costruita una partitura musicale ricca, come spesso in Janáček: pronta a farsi, di conserva col mutamento della protagonista, da nervosa e tematicamente condensata, soprattutto nel primo atto, a via via più piana e distesa.
L’impressione, per me che affrontavo l’opera per la prima volta, è che l’azione e il materiale drammatico musicale avrebbero avuto bisogno di almeno una buona mezz’ora di scrittura  in più per sviluppare e collegare meglio le connotazioni soggettive-oggettive di un “caso” che, messo così, assomiglia più a un Bignami (per tacere dei recitativi a rompicollo attraverso cui molte delle pieghe della faccenda vengono esposte). Tutto passa invece abbastanza velocemente e, venendo al problema della serata, all’acqua di rose: non ci sono stati a mio avviso correttivi, cioè spunti o ardimenti interpretativi, musicali o registici, che potessero manipolare la percezione del tempo scenico o musicale nell’ascoltatore. Non nel binomio William Friedkin / Michael Curry, che – mercé forse le ristrettezze congiunturali – mettono in scena una rappresentazione senza memorabilia, con niente più di uno slideshow fotografico (solo, accarezzato dalla protagonista in ombra a simboleggiare il desiderio d’immortalità) per il preludio e un ecpirico finale computergraph, in mezzo ai quali c’è poco o nulla. Non nell’orchestra guidata da Zubin Mehta al debutto in quest’opera, condotta con rispetto ma senza scavo e sottolineature nei primi due atti, fino al finale del secondo e al terzo, dove invece è più nel suo habitat lirico e si fa maggiormente apprezzare.
Il cast è nel complesso buono, con una nota di merito per il Vitek di Jan Vacik e il Gregor di Miro Dvorsky. Maglia nera del gruppo l’affaticato avvocato Kolenaty di Rolf Haunstein. A sé Angela Denoke, dalla conturbante presenza scenica grazie al registicamente-seduttivamente studiato sventolio di due gambe considerevoli, in pieno trend teutonico-kessleriano: quel che più conta, prova vocalmente superata, in volumetrico crescendo e costante nitidezza per lei, ovviamente a lungo applaudita.
Per concludere voglio segnalare l’ottimo programma di sala ove spiccano il generoso saggio di Franco Pulcini e il libretto in italiano, offerto non nella versione dei sopratitoli ma in quella ritmica (lavoro notevole, considerando le differenze tra il ceko e l’italiano) creata dal compianto Sergio Sablich.
Si replica domenica e mercoledì prossimi.

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2 Risposte

  1. la parola robot esisteva già in boema e vuol dire lavoratore anche prima che Capek scrivesse la sua commedia RUR (Rossum’s Universal Robots)…
    Giuseppe Panella

    la parola ceka è robota (lavoro pesante) con la a finale… ovviamente ne è la radice ma “robot” non aveva autonomia lemmatica. Ciao. RRC

  2. Ciao Roberto. Conscio di scrivere una banalità, sono contento di sapere che anche tu hai apprezzato la grande arte della Denoke, una delle cantanti/attrici più rilevanti dell’attuale panorama lirico. I libretti di sala fiorentini, assieme a quelli della Fenice, sono sempre molto ben strutturati.
    Ciao!

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