Baum ohne Schatten

Due sabati consecutivi "senz’ombra".
Dopo le complesse e alla fine festanti evoluzioni targate Strauss/Hofmannstahl, si cambia completamente registro.
Qui l’ombra manca perché l’albero che produce la castagna boliviana – denominazione commercialmente trasfusa nel più fashionable "noce brasiliana" – ha foglie corte e altissime, dunque non offre ristoro ai lavoratori. Anche questa piccola dignità corporea – oltre all’ombra lunga del ricordo – sembra negata ai campesinos del Pando, evocati nel magnifico assolo di César Brie, Albero senza ombra, cui ho potuto assistere (nell’ultima data) lo scorso weekend all’Istituto Francese, nell’ambito di Fabbrica Europa. Brie era presente anche l’anno scorso, col Teatro de Los Andes e la rilettura omerica; stavolta torna in prima persona con una produzione di Pontedera Teatro.


L’undici settembre del 2008, mentre il resto del mondo è intento a ricordare doverosamente una grave piaga e a celebrare (doverosamente?) le varie guerre, più o meno en travesti, annesse e connesse, la storia Boliviana tocca uno dei suoi punti più bassi in una strage con una trentina di morti accertati e  un centinaio di dispersi. È il cosiddetto massacro del Pando, dal nome della regione settentrionale in cui è avvenuto: esecutori gruppi di squadristi (paramilitari, "civicos", sicari brasiliani low-cost), mandanti le lobby economiche (uno dei latifondisti di spicco è proprio la famiglia del prefetto Fernandez), vittime gli agricoltori che si recavano a una manifestazione [foto El Deber presa da qui].

Anche se alcune organizzazioni umanitarie hanno cercato di destare l’attenzione internazionale su questo episodio, esso è sostanzialmente stato snobbato. Ma lo spettacolo di Brie è qualcosa di più di una controinformazione o rettifica. L’attore (e scrittore) si presta a far rivivere dalle viscere un’umanità dimenticata, impersonando la profonda umiliazione dei derelitti e la banalità dei malvagi, a volte freddamente calcolatori (come il grottesco criminale poi prete poi aguzzino), a volte semplicemente ignoranti (come lo squadrista neolaureato ucciso, paradigma di tanti giovani utilizzati a suon di propaganda). Anche se la bilancia non cessa di pendere a sfavore degli oppressi (complice una macchina statale, vero satana della vicenda, capace ad esempio di liquidare chi rimase permanentemente invalido con trenta giorni di prognosi e negargli così qualunque aiuto economico), proprio nel racconto del giovane ingegnere padre di famiglia arruolatosi e finito trucidato per errore si ha il retrogusto della bilateralità della sciagura, che si stende su tutti, come una macchia d’olio.

Brie ci porta vite, nomi cognomi e destini, non numeri o geopolitica. La sua è la battaglia della memoria e della pietà.
Dotato di straordinaria energia, impiega instancabilmente ogni tendine e muscolo per una performance vitale, sciamanica, compressa in un parquet di 4 metri per 6 (più o meno) bordato di foglie secche, circondato dal pubblico ai quattro lati; con vesti e oggetti sulla scena (talora, d’après Prévert, sotto le foglie morte), abiti o tratti distintivi del personaggio che prende forma nel corpo recitante o, dolorosamente, nell’oggetto stesso: i corpi straziati sono panni fradici, violentemente scagliati a terra o amorevolmente ricomposti, a dimostrazione che il cruento non è indispensabile nel descrivere la violenza, anche la più abietta.

Lo spettacolo dura circa un’ora, ma che densità emozionale! Molti spettatori erano profondamente scossi, alcuni fino alla lacrima.
Un tributo memoria ne cadat ai grandi esclusi del mondo, "il rovescio della moneta che tutti consumiamo" (come annota l’autore), viene speso nel silenzio di un giorno di pioggia. Si torna a casa in tempo per apprendere dal TG nazionale che esistono borse commestibili e che due caprioli hanno scavato una tana in autostrada.

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Una Risposta

  1. Bellissimo (il monologo, e anche la recensione).

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