Senz’ombra (di dubbio)

Sabato sera ho assistito alla seconda e ultima rappresentazione della Donna senz’ombra (Die Frau ohne Schatten) al Maggio Musicale. Come sapete essa era stata inizialmente cassata per l’agitazione promossa dai lavoratori del Teatro, ma venerdì c’è stato un ripensamento deciso "per amore della città di Firenze e degli appassionati di musica". La situazione è e rimane tesa, soprattutto perché è in stallo: prendendo a prestito il libretto, pietrificazione che non accenna a smuoversi è la sordità dei piani alti, inasprita da emblematiche generalizzazioni di certa stampa militante.
Che succederà? Spero di essere smentito, ma temo ben poco a favore dei lavoratori del settore e degli appassionati: c’è da scardinare un dato che è antropologico prima ancora che politico o congiunturale  (della cultura, nel palazzo, ormai frega a pochi se non a punti) e che si propaga viralmente "grazie" all’appiattimento dei media.


Prima della performance un discorso sentito di Mehta, molto applaudito, che deplorava la situazione, ribadiva l’affetto di tutti gli addetti ai lavori per il loro pubblico e lo chiamava al sostegno contro un "piccolo" decreto, evitando perfino di nominare i politici (tranne uno).

Detto questo, dal mio posticino in una prima galleria non pienissima come ci si poteva aspettare viste anche le due repliche tagliate, ho assistito a uno spettacolo memorabile che, per felicità complessiva, mi riesce sul momento di accostare solo a Valchiria (che tra l’altro preso dagli impegni manco recensii) e Antigone di un triennio fa. Quindi ai momenti migliori della mia modesta militanza di spettatore con calamaio.
Zubin Mehta, indomito davvero, affrontava per la prima volta – alla tenera età di 74 primavere – un’opera straussiana complicata all’ennesimo grado (anche se va detto che aveva già affrontato ed inciso parte del materiale sinfonico attraverso la Fantasia che Strauss trasse dalla partitura). Se è possibile ridurne la trama in stylo Luttazzi defindendola storia di un paio d’inseminazioni difficili (e col coretto di non-nati siamo addirittura oltre la legge 40!), essa si sviluppa con innumerevoli suggestioni, a partire dal florilegio di miti e archetipi da cui attinge Hofmannstahl. La ricerca e la conquista dell’ombra (che è segno di fertilità ma prima ancora di corporeità e mortalità: si pensi al cammino oltretombano dantesco e ai più episodi in cui l’ombra lo rivela vivo agli stupefatti defunti) è un percorso dallo spirito verso l’umanità, condizione transeunte eppure cristallina (perché si raggiunge o si conferma attraverso un percorso, più o meno dichiaratamente iniziatico, in cui l’Imperatrice e la Tintora vengono sottoposte a prove di purezza: del resto i paralleli con la Zauberflöte sono esplicitati dal carteggio dello stesso Hofmannstahl), dunque sintetica di spirito e materia, completa. Al gioco "simil-nibelungico" di incursioni e diaframmi tra mondo degli spiriti e delle persone, con la partecipazione di un personaggio per metà spirito e donna quale quello della mefistofelica Nutrice, corrisponde una scrittura meravigliosamente ariosa e cantabile, colma del magistero straussiano ma quasi completamente priva di esuberanze, più presenti in altri capolavori del Nostro.
La lettura di Mehta e dell’orchestra ha restituito in pieno il caleidoscopio di colori e richiami, perfettamente signoreggiando le dinamiche: per tutti, il tema principale, talora eroico talatra (come nel secondo atto, all’inizio del quadro dell’Imperatore) teneramente insinuato come in una barcarola. Non solo non ho udito alcun problema di intonazione che era stato evidenziato (per i violini) in qualche recensione della prima del 29 aprile, ma anche i "soli" (ad esempio quello di violoncello, sempre nel secondo atto, eseguito da George Georgescu) mi son parsi ben eseguiti. Una prova appagante, senza riserve, che sicuramente mi strappa un consenso forte come ho scritto sopra.
Dal lato vocale il cast mi ha soddisfatto nel complesso, soprattutto nelle prove di Tintora (Elena Pankratova) e Imperatrice (Adrianne Pieczonka), ma anche gli altri interpreti mi sono apparsi assolutamente all’altezza (applauditissimo il Barak di Dohmen), salva forse la Nutrice (Lioba Braun), in difficoltà all’inzio (la sua parte è diabolica esattamente come il suo ruolo).
L’elemento-Coro (intendendo per tale non solo il plenum ma anche i gruppi come Kinder e sentinelle) è andato bene, solo qualche ritardino mi fa posporre un "meno" all’ottimo che gli tributo da anni.
Note positive anche per il nuovo allestimento di Yannis Kokkos, soprattutto nelle scene oltremondane dove il cromatismo musicale si esprime visivamente con grumi di colori primari e un impianto fortemente surrealista che ricorda Redon e (nella pietrificazione) Dalì. Largo uso del sipario trasparente, che serve per sfocare figure e mondi non-umani, e della proiezione in chiave onirica, mentre le transizioni avvengono con motivi proiettati su schermo pieno.

Una serata da ricordare, come ho potuto cogliere dalle reazioni di alcuni presenti (ho visto anche la Tuoska, che disiar di più?!) e da qualche scrittura dei giorni dopo. È paradossale pensare di dovere combattere per la sopravvivenza di un tale patrimonio e balsamo per l’anima, che dovrebbe essere acquisito e intangibile. Da una prospettiva meramente egoistica sono contento che lo sciopero sia stato interrotto per potermi gustare questo capolavoro (vincendo anche alcune motivate pigrizie personali), però credo che presto, fatalmente, le barricate dovranno essere rialzate. Sperando, come ripeto, di essere smentito, e augurandomi che, in un periodo di condizioni lavorative finalmente eque, altre date di questa notevolissima realizzazione possano essere proposte agli appassionati.

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2 Risposte

  1. grazie cara…dovrete però abituarvi a ritmi lenti di aggiornamento…bisous

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