Bizereuth?

Come ogni Sant’Ambrogio stasera si è consumato il rito della prima scaligera e del correlativo "appostamento in fossa da tiro al piattello" da parte di loggionisti, non scaligerofili e appassionati che per la maggior parte hanno visto o ascoltato da fuori il teatro, per skyclassica  (come me) o per radio: quindi con tutte le riserve che la ripresa audiovideo può suscitare rispetto all’esser lì di persona.
Quest’anno, a due ore dal termine del quarto atto, azzardo che le critiche saranno più attenuate rispetto alle bordate suscitate dal Don Carlo di Gatti dodici mesi or sono. Però qualcosa è già apparso, qualcos’altro apparirà.
Abbiamo appena finito di controvertere sull’epiteto di "grande" affibbiato dal sottoscritto alla protagonista, la trionfante (ha ricevuto le rose pure in fronte) Anita Rachvelishvili (nella foto: ho fatto copincolla del cognome). La giovane georgiana ha sbancato e a me è piaciuta moltissimo, ma mi è stato ricordato che altre sono le grandi. Sarà, ma io non mi ricordo di aver visto negli ultimi anni affrontare una fossa dei leoni con una tale verve tecnica e attoriale. Quindi accetto il rischio di faciloneria e dico che se la ragazza mantiene questo piglio esploderà. Altrimenti sopporterò i lazzi con calma fronte. Venticinque anni e non un cedimento (salvo forse un calare del registro basso sulla seguidilla). Per me, grande prova e artista da seguire con estrema attenzione. Conterà anche molto – anche questo è stato detto – chi incontrerà sulla sua strada.
Sugli altri protagonisti: bella anche la performance di Don José – Jonas Kaufmann, un po’ diesel ma chiude molto bene, ovazioni anche per lui. Micaela – Adriana Damato e l’Escamillo di Erwin Schrott esordiscono entrambi con qualche problema (di volume lei e d’intonazione lui) ma poi riescono nel terzo atto a riportarsi su livelli buoni. Applausi per Mercedes, Frasquita, Zuniga e Coro.
Altro oggetto del contendere – non del teatro ma degli ascoltatori – è la direzione di Barenboim, di cui è emersa sin dall’inizio la marcata lentezza, quasi da Bayreuth, sospettato retaggio del suo repertorio più consueto. Rilevo certamente un’agogica assai lontana da una prassi esecutiva di Carmen pressoché costante, fatta – la prassi costante – di esplosioni fieristiche e tempi più sostenuti. Dall’altra parte si dovrebbe però considerare quanto questa distensione del tempo abbia aiutato molto i cantanti a superare gli scogli (primo atto), e come invece limpido sia stato lo scioglimento delle dinamiche, anche qui con un gioco di estremi tra il sottofondo solistico e l’apoteosi dell’episodio strumentale e corale. Stringendo, una lenteur che forse è risultata eccessiva in alcuni casi (penso al pre-accoltellamento, anche se, come Wozzeck insegna [il Sommo Berg insegna sempre qualcosa], la lentezza esaspera la tensione del sangue) ma che si affianca ad un’indubbia intelligenza e controllo – per tacere del fatto che pone all’attenzione un nuovo sviluppo interpretativo che il tempo assevererà o meno.
Infine l’evidenza dei buu (loggione, sfidato da Barenboim che la riporta alla chiamata assieme a lui) verso la regista e costumista Emma Dante, che firma con le scene di Richard Peduzzi un allestimento oscuro, [abitatissimo eppure] relativamente disabitato, anche qui (e simmetricamente con l’orchestra, direi) contra communem clamorem – basti pensare al semivuoto della taverna a inizio secondo atto in rapporto alle "patrie balere". Ammetto di essere molto a favore della frugalità scenica piuttosto che del sovraffollamento; ma a prescindere da questa predilezione alcune idee – magari marginali rispetto al lavoro sui protagonisti, ma a quanto pare in grado di attrarre attenzione, se io le ho scorte – non mi sono oggettivamente dispiaciute. Proviamo un po’ a pensare a cosa abbiamo visto: nel primo atto un gendarme prendere ripetutamente a calci una sigaraia con tal violenza da sollevarla da terra; nel secondo, una celebrazione fotografica della corrida vista nel suo risultato prevalente, cioè lo strazio splatter del toro (per tutto questo! annotava Hemingway, ma lì c’era ammirazione); tanto lavoro minorile: bambini contrabbandieri nel terzo atto e bambine ballerine sui tavoli dei locali malfamati (c’è dunque, latente, ancor di più) nell’atto precedente; nel terzo atto, le donne raccolte in preghiera davanti al crocefisso indossano qualcosa di totalmente assimilabile ad un burqa; infine – la cosa forse più scontata – l’alterco conclusivo è piuttosto esplicito nel voler Don José riappacificarsi con Carmen possedendola in loco. È indubbio quindi che il tempo di Carmen possa parlarci del nostro tempo, che i suoi nervi scoperti siano anche i nostri.
In sintesi: sarà stata la "contaminazione wagneriana" e il correlativo upstream con l’opera e la sua tradizione, ma io me la son goduta…
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5 Risposte

  1. Beh, in effetti abbiamo scritto la stessa recensione, più o meno, solo che tu sai scrivere e io no 🙂
    Quello che dovevo dire l’ho già detto da me, ma la tua disamina sulle situazioni che propone la Dante (il lavoro minorile ecc ecc ) mi conferma che abbia messo troppa carne al fuoco. Chiamiamolo eccesso colposo di idee interessanti, di cui molte restate parzialmente inespresse.
    Ciao, vorrei che scrivessi più spesso di opera.

  2. grazie del passaggio e scusa per il flooding di commenti sul tuo bel pezzo.
    Mi fa piacere che tu abbia asseverato molte mie idee.
    Non ho più molte occasioni di scrivere d’opera causa pigrizia, e poi non bisogna mai dimenticare che vivendo in riva d’Arno posso parlar bene solo di quello che si fa qui 😉 quindi penso che ci riaggiorneremo alla Donna senz’ombra, salvi piacevoli imprevisti. Vale!

  3. in confronto a te, paolo isotta è un analfabeta.
    E’stata un Carmen bruttina, ma per fortuna si dimenticherà in fretta !
    Ciao
    DC

  4. …Isotta? non so se prenderlo come un complimento o un lancio di verzure… per il resto, ribadisco che a me non è dispiaciuta. Mi spalleggiano, ho scoperto, i gruppi di ascolto del bar Scialoja!

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