Requiem aeternam deo

Obnubilato non solo dalle vicende sportive e relativi copiosi brindisi ma anche da pesanti incombenze personali e lavorative, vi sono debitore di almeno due resoconti, in ordine cronologico.
Paradossalmente, Wagner è quello meno impegnativo perché ne hanno parlato tanti amici, e bene, con sfumature diverse ma sempre competenza e proprietà. Essi sono andati ad ascoltare il Crepuscolo prima del sottoscritto che si è sorbito l’ultima recita, quella del 9 maggio, e si limiterà pertanto ad alcune considerazioni bonsai nei confronti di quella che è forse la più sinfonica delle opere della Tetralogia. Si è trattato di un autentico successo che a giorni sarà replicato a Valencia, grandi ovazioni e lusinghiere recensioni dal lato “fiorentino” e da quello “furero”.
L’orchestra mi è sembrata in ottima forma, ribadendo quelle buone, buonissime vibrazioni che mi aveva suscitato il lunedì precedente, indirizzata dalla bacchetta di Mehta verso una lettura attenta, lussureggiante, infuocata alle volte (meraviglioso l’addio di Siegfried all’inizio, vi ho ritrovato in pieno l’impeto mehtiano di due anni fa in Valchiria) ma mai roboante all’eccesso (neanche nella Marcia Funebre). Ottima performance, grande gusto personale dell’ascoltatore bobregular nel percepire bosco e sottobosco d’incanti in una partitura che talvolta, per il suo fascino, si è persino incisa ohne Worte… anche il Coro, ovviamente, cementa la performance “maggesca” su livelli alti. Sei ore scivolate leggiere leggiere!!
Sul cast vocale hanno detto bene i miei moschettieri riguardo a un Hagen, quello di Hans Peter König, hors categorie, veramente ideale per tecnica e per presenza scenica: è lui il protagonista della serata anche se divide equamente gli applausi con gli altri due protagonisti; di questi parteggio più per la Brünnhilde di Jennifer Wilson – statica certo ed anche un po’ affaticata all’inizio, ma di tecnica esatta e buon volume – che per un Siegfried, nella persona di Lance Ryan, più costante ma dal timbro zanzaresco. Onesti gli altri interpreti con un piccolo downgrading per Gutrune, come messo in risalto pressoché da tutti.
Alti e bassi invece, nella mia visione, per il comparto scenico: diciamo pure che, delle quattro giornate, questa è quella che registicamente mi ha convinto di meno. Forse non è un caso che Carlus Padrissa e i suoi collaboratori abbiano in questa giornata abbassato più che nelle altre la leva del significante e coartato maggiormente l’immaginario dello spettatore. Emblematico al proposito è il tanto chiacchierato finale con i versi ur-wagneriani epurati e sdolcinati che si stagliano nel fuoco: mi sembra che questo forzoso inferire un senso (qualunque esso sia) alla catarsi finale sia stato penalizzante; io ad esempio interpreto la Tetralogia in modo totalmente differente, similtolkieniano direi, e devo dire che le puntate precedenti lasciavano fluire con benevolenza binari paralleli di suggestione. Senza contare che, absit iniuria bilateralmente, mi sarei aspettato una scrittona «lasciate esistere solo L’AMMOOORE» più ad un concerto di Renato (Più su) che in un finale operistico!
Non sono mancate però le elaborazioni intelligenti del tessuto drammatico. Su tutte, il viaggio sul Reno verso i Ghibicunghi, simboli dell’homo oeconomicus: il navigare di Siegfried dalla purezza alla corruzione è accompagnato da un progressivo sporcarsi dell’acqua, invasa da una pletora di bottiglie di plastica. Bella intuizione.
Per il resto, solito Gùgol Earth con qualche licenza afro, nel senso che, dopo il prologo delle Norne, scendiamo sulla Terra puntando a spirale sull’Etna e poi facciamo un secco scarto verso “nord”… ma eravamo capovolti!! Che Brünnhilde fosse prigioniera sul Kilimangiaro???
Infine sottoscrivo quanto detto in termini negativi sulla Marcia Funebre – in platea, con webcam su schermo che faceva solo l’effetto di distrarre l’audience (mi inquadrano, avrò i capelli in ordine?) dalla rimarchevole e meditata esecuzione proveniente dal golfo mistico…Così finisce il tempo degli dei. A fortiori in un’epoca di crisi, è stato bello infliggersi una tetralogia tutta intera, e per giunta nell’arco di soli 24 mesi! Sono esperienze che influenzano nel profondo, e per questo va il grazie incondizionato a tutti coloro che si sono messi al servizio della cultura in questa intrapresa. Sintetizzando al massimo, una prova ampiamente superata, con punte di eccellenza in Valchiria e, almeno sinfonicamente, proprio in questo Crepuscolo. Oro e Siegfried li pongo un po’ più indietro ma comunque sono stati appaganti. Speriamo che il futuro ci riservi ancora questa voglia di pensare in grande.
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2 Risposte

  1. però è bello, di tanto in tanto, aver la mente ‘obnubilata’ no?
    Auguri neroazzurri!!

  2. Ho letto con grande attenzione e sono sostanzialmente d’accordo su tutto, anche a distanza di qualche giorno dall’ascolto in teatro.
    Trovo molto bella la tua chiosa finale sulla voglia di pensare in grande.
    Ciao!

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