Patto di sauna

Domenica faceva un caldo boia e sinceramente se qualcuno, conquibus alla mano, avesse disperatamente voluto il mio biglietto per l’opera, avrei tentennato un po’. Sarebbe stato un peccato perché mi sarei perso una piacevole rappresentazione della mia tanto amata contemporanea.

Patto di sangue, opera che nel titolo del post è storpiata mercé la temperatura all’interno del Teatro Goldoni, è costituita da due quadri liberamente tratti dai drammi di Ramón del Valle-Inclán: La rosa di carta e quello che dà il nome all’opera. Il libretto è di Sandro Cappelletto e la musica di Matteo D’Amico. Regia di Daniele Abbado. Con questo titolo commissionato ad hoc il Maggio porta avanti un notevolissimo “progetto opera contemporanea” che si è snodato attraverso nomi eccellenti nella composizione e nella regia: dopo la meravigliosa Antigone Fedele/Martone e l’affascinante Phaedra di Henze, quest’anno ci siamo trovati a fare i conti con un’entità scindibile, bipartita, nella quale le due metà sono perfettamente isolabili e accomunate solo da una contingenza scenica (oggetti che piovono dall’alto e si conficcano al suolo). Anche il rapporto tra parola e musica presenta struttura alterna: nel primo quadro l’orchestra è ancella del libretto e segue i protagonisti con una scrittura ossessionata dall’ostinato, dalla sincope, priva di esplosioni liriche se si eccettua la “scena del pianto” di Simeon sulla moglie, con un virtuosismo di sostanza affidato soprattutto ai fiati (due clarinetti, oboe, sassofono: mi pare di avere avvertito anche una citazione dalla Salome); in Patto di sangue, invece, gli archi (insieme soprattutto a flauto e ottavino) si librano grazie ad una scrittura più accattivante ed emancipata, di ampio respiro talora intriso di cromatismo o modalità (avete presente la sesta porta di Barbablu, quella del lago di lacrime?), amalgamandosi con la linea vocale: qui il risultato è musicalmente di grande rilievo.

La bilancia qualitativa pende nettamente da una parte, e la presenza nel primo quadro di Roberto Abbondanza (la voce più stentorea in un contesto comunque tutto all’altezza) non basta a porre in questione il maggior pregio della seconda metà dello spettacolo.

Analizzando invece per settori, direi che, mentre la musica merita senz’altro un riascolto, il libretto non mi ha entusiasmato – non so per colpa di Cappelletto o Inclán – per la farraginosità degli snodi, ad esempio de La rosa di carta, sorta di bignami verista in cui crudi sentimenti (cupidigia, maldicenza, estasi necrofila ed autolesionista) vengono presentati senza consecutio logica; un po’ meglio ma non troppo in Patto di sangue, dove la tensione tra corruzione candore e seduzione resta viva per poi svanire in un finale sanguinoso giocato sull’ambiguità dei soggetti ma senz’altro troppo repentino (tanto è vero che chi non aveva letto il programma di sala questa ambiguità non l’ha colta). Osservo che la critica giornalistica ha avallato la bontà del lavoro lamentandone la scarsa durata; considerando che comunque nel complesso l’opera dura mezz’ora più di Antigone, credo abbiano inteso brevità dell’opera per compressione e soprattutto sconnessione dell’elemento drammaturgico.

L’orchestra (a organico piccolo) del Maggio ha ben eseguito, sotto la direzione austera di Marcello Panni.

La regia di Daniele Abbado è di ottima fattura, distinguendosi anch’essa, di conserva, in una prima metà più classica e in una seconda basata su rifrazioni e proiezioni, moltiplicazioni dell’io e doppelgänger zoomorfi sulla scia dei disegni di Goya.Buono il riscontro del pubblico, giovane (buona notizia) e per tre quarti straniero (notizia meno buona dal punto di vista della nostra attitudine culturale). Anche qui va sottolineato come il “progetto” sia valido ed ambizioso, attendendo la prossima opera commissionata e chiedendosi, sull’aria di dove vanno a finire i palloncini, che futuro abbiano queste opere (la presente e quelle degli anni passati) una volta “consumate”, cioè rappresentate dal commissionante. L’augurio è che, poiché ne hanno le credenziali, entrino stabilmente nel circuito e non si abbia tema del vuoto in sala nel deporre per qualche giorno solo il  menu “Verdi/Puccini/Mascagni al taglio” e riproporle in giro.

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