ora d’aria (con variazioni)

Era veramente troppo tempo che non mi recavo il sabato pomeriggio alla Pergola chez gli Amici della Musica; stavolta sono stato ingolosito dalla sempre tempestiva civetta di dacapoalfine (grazie), ed ho rotto le scatole a sufficienza per farmi invitare (arcigrazie) e aprire così il mio 2009 di ascolti dal vivo.
Insomma, c’era Angela Hewitt a proporre le Variazioni Goldberg di Bach.
Di evento trattavasi: la pianista di Ottawa sta infatti conquistandosi, mercé tournées e registrazioni discografiche per la Hyperion, fama di specialista bachiana, e in questa tappa fiorentina si è dedicata all’opera fresca e monumentale che Wanda Landowska etichettò come la più difficile mai scritta per tastiera. Accanto alla partitura, aneddoti e leggendarie interpretazioni che ben conoscete e vi risparmio.
Nonostante molti applausi, qualche standing ovation ed un encore (se non erro, una trascrizione di corale bachiano [EDIT: Si trattava di Schafe können sicher weiden dalla cantata BWV 208, la cd. Jagd-Kantate]), le Goldberg proposte da Hewitt non mi hanno entusiasmato, anzi per gran parte mi sono apparse ampiamente scentrate e ben lontane dalla qualità che dovrebbe contraddistinguere un “cavallo di battaglia”. Anzitutto il pianismo della Nostra, nonostante sprazzi di maestria nel tocco, rimane saldamente muscolare e si sposa a mio avviso male con la scelta di ripercorrere tutti i ritornelli (tranne, significativamente, nell’Aria da capo, resa – a contrasto con la prima, meccanica e malcerta esposizione – tutta in piano e pianissimo); ma questa è una considerazione soggettiva e chiaramente antifilologica (peraltro ho appreso dal programma di sala di pensarla al riguardo come Ferruccio Busoni).
Ho poi avvertito diverse incertezze ed un’ubiqua mancanza di chiarezza, soprattutto negli episodi centrali di molte variazioni. Il tutto condito con una massiccia dose d’istrionismo gestuale, compresi respironi d’attacco e pause esagerate, strizzando evidentemente l’occhio al pubblico.
Qualche episodio felice c’è stato: nella funebre variazione 21 in sol minore, come pure nella specularmente gioiosa 29, la matassa si è dipanata senza nodi o lacerazioni; anche nel quodlibet  della trentesima ed ultima variazione, l’esposizione è stata bella anche se senza l’esplosione di coda che è lecito attendersi. Ma il resto veniva puntualmente scheggiato, a volte da una stretta inspiegabile, in altri casi da altrettanto repentine perdite di intelligibilità delle varie voci.
Una lettura dunque che non aggiunge assolutamente nulla  (del resto, è possibile farlo?) alle testimonianze più  illustri, salvo l’indubbio piacere di un’esecuzione dal vivo di questo capolavoro.
Forse più appagati saranno gli ascoltatori di stasera, quando la pianista canadese si esibirà assieme al cellista Daniel Muller-Schött, per l’integrale delle bachiane sonate per viola da gamba, et alia; in questo caso la necessità d’intesa favorirà probabilmente una maggiore attenzione alle logiche interne dei brani.
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