Brahms’s in the mood

Nello stretto giro di otto giorni lavorativi, l’integrale di sinfonie e concerti del Nostro. Un po’ faticoso, ma niente affatto male. Un direttore che, come ognun sa, ha per questo compositore una vera predilezione, trasmessagli addirittura dal padre e catalizzata dagli anni viennesi di studio. Solisti di gran rango. Orchestra sui soliti alti livelli. Che volere di più?
Eppure esco da questa full immersion col bicchiere pieno a tre quarti in rapporto all’optimum che è lecito pretendere da assi di briscola come questi.
Il Maggio e Mehta sono giunti a proporre cose davvero eccellenti, come le due sinfonie mediane, la Seconda (in assoluto la prova migliore del ciclo, un ideale riferimento) e la Terza (nonostante un avvio distratto degli ottoni). Per converso, ho ascoltato una Prima assai più svogliata di quella di due anni or sono, ed una Quarta – ieri – in cui il primo movimento sembrava in certi passaggi una pagina di Ciaikoskij (non a caso atout molto forte di ZM), e in cui le variazioni  dell’ultimo movimento erano molto appesantite. In generale molto, troppo legato e un po’ di “braccino” (arcate corte) qua e là. Segno che l’interpretazione era deliberatamente tesa a far risaltare il lirico più che il glaciale. Una formula che non sempre restituisce appieno il caleidoscopio/ossimoro brahmsiano, privilegiando appunto gli sviluppi meno problematici delle due sinfonie in maggiore, sviscerate con nitore straordinario.
Tra i concerti, il Doppelkonzert di ieri sera mi è parso memorabile, con un Maisky assolutamente in spolvero e un Rachlin che non avrà un cannone in mano ma tecnicamente è da percorso netto. Subito sotto Bronfman, interprete di scavo, ma (visti anche gli encores) in migrazione di repertorio dal novecento al romantico. Infatti mi sarei aspettato un approccio più grintoso al Secondo Concerto per pianoforte da chi ha vinto premi per la sua integrale bartokiana, e invece ne ho dedotto solo alcuni spunti all’inizio del secondo movimento, anzi qualche confusione sui registri più bassi della tastiera nei passaggi più rapidi, c’è però da registrare un pregiato Andante, in perlaceo dialogo col primo violoncello (talora oltremodo perlaceo, per la verità) George Georgescu. Buchbinder, impegnato nel Primo Concerto, si porta dietro sin dagli inizi carriera nella communis opinio lo stigma del tecnicismo, ma mi è sembrato reggere bene alla citata svogliatezza orchestrale della prima serata. Infine lo Zuckerman del Concerto per violino, molto ben sorretto dai musicisti, mi è apparso stanco (tanto che non ha concesso encores) e talora non chiaro – ma forse sono vox clamantis in deserto, dato che è stato applauditissimo…
In sintesi, un ciclo che complessivamente si merita un 7+, con qualche affaticamento ma anche con esiti da ricordare in futuro. La chiave di volta è data da questo Brahms “solare”, di cui si discuteva anche a margine del concerto. È strano comparare queste letture con l’intervista di Franco Manfriani nel programma di sala, in cui Mehta ricorda espressamente l’aspra solitudine, pur tra forti amicizie femminili, del compositore: viene da pensare, a valle di quanto ascoltato, che finalmente il “galletto amburghese” abbia trovato  “compagnia” (diciamo così)…[foto di Misha Maisky © Yeugene/en.wikipedia.org]
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