grazie zia

ore 8.00 am. – stordito e impossibilitato al sonno da una peraltro ottima pizza al salame piccante che, manco fosse il “gastro-incantesimo del fuoco”, mi ha costretto all’assunzione di una quantità di magnesie tale da quasi trasformarmi in flash polaroid, approfitto delle ore mattutine per scrivere del Siegfried di ieri. Ciò mentre mi ascolto il terzo atto diretto da Marek Janowski (Adam/ Wenkel/ Kollo/ Altmeyer).

Opera complessa il Zweiter Tag, che con la sua lunghezza spaventa (la vescica de) l’ascoltatore, ma non solo lui (lei): nella sua autobiografia uscita lo scorso anno, Zubin Mehta ne parla “coi guanti” ed una punta di “non congenialità”. In effetti la sensazione dal vivo è quella di una creatura proteiforme, da domare, in dialettica tra oscurità e rosso fuoco, musicalmente assai più problematica di Walchiria. Dopo la prima, uno stesso giornale ha recensito in modi opposti l’evento: in locale (Moppi), bene la parte orchestrale, un po’ meno (nell’esito distraente) quella scenografica; in nazionale (Villatico), praticamente il contrario. Questo credo renda al meglio l’idea della necessità di parlarne cum grano salis.Cominciamo dal dato più semplice, perché dell’allestimento della Fura abbiam parlato per Oro e – lasso! – NON abbiamo parlato (presi dagli eventi poetici di allora, abbiam solo promesso di farlo) per Valchiria, e questa serata va chiaramente nella stessa linea tecnocircense. Rispetto a ciò che precede, c’è un meno spazio per l’umano-acrobatico; o meglio, si ripresenta il “cerchio di fuoco”, ma meno enfatizzato dai tempi. C’è molto più “GùgolEarth”, computer graphic a schermo pieno, con simbologie, commistione acqua-fuoco nel finale, persino qualche ironia (piccole ruspe nelle innevate, perpetue, tolkieniane! lande). Qualche breakdancer o basket ground cleaner buttato lì non cambia i rapporti di forza. In compenso domina la scena del secondo atto il drago Fafner che si scinde in ben poco spaventevole anzi piuttosto cucciolona sorta di body snatcher vettoriale e, in articulo mortis, ritorno alla primigenia forma cyborg-gigantesca.  Il dato musicale è invece più articolato. Rispetto ad una Valchiria (rimedio parzialmente) ideale ab initio per gli slanci cromatici che sono nel dna di Mehta e dell’orchestra, qui ad ignem si arriva per aspera: un primo atto difficile, ostinato e monocorde, con salti vocali veramente proibitivi, ed un secondo atto che si schiude con riserbo, dalla “aria della madre” in poi, per terminare con l’atto finale in cui orchestra e direttore giocano in casa. L’interpretazione di Mehta è estremamente intelligente, realista, tattica, salvifica per i cantanti, soprattutto Mime e Siegfried. Palmo della mano sinistra spesso teso in avanti, per la ricerca di un filiforme equilibrio dinamico tra suono e voce; piena consapevolezza anche di dove si può forzare. L’orchestra risponde con verve e senza sbavature di significato. Si intuisce un grande lavoro di scavo e preparazione, passato anche sull’asse valenciano. Poi nel terzo atto si toglie l’occhio dal contagiri (ne fa un po’ le spese l’entrée di WanderWotan) e tutto si sublima in grande, tristaniana delizia nella scena d’amore da cui il titolo (smile). Cast vocale che va giudicato tenendo conto della forte disomogeneità per cui alcuni ruoli sono estremamente più difficili di altri, ad esempio quello di Mime o la tremenda “aria della forgiatura” per l’eroe eponimo. Quindi, per quanto mi riguarda, prestazione di gruppo positiva. Piaciuta la Brunnhilde della Wilson, andamento diesel per il Sigfrido di Zakhozhaev; citazione per Albert Dohmen che ha inUUsitatamente sostituito l’indisposto UUsitalo nel ruolo di Odino viandante, e non so quante ore abbia avuto per prepararsi, nella morsa degli impegni emiliani, confezionando una buona prova: del resto è uno specialista del ruolo di bayretuhiana memoria.

A parte una isolata villania che mi è parso di sentire al termine del primo atto, il pubblico, cospicuo, ha molto apprezzato ed ha retto le cinque ore e trenta al lordo delle pause, in questa serata godereccia nonostante l’acqua a catinelle all’uscita.[press photo si riferisce come è ovvio alla premiere valenciana © Tato Baeza. Palau des Arts Reina Sofia – indicare il copyright in caso di diffusione].

Altre recensioni da leggere:

– amfortas che [ha fatto prima di me] pur essendo in trasferta (però non ha visto il gol di Muntari);
– daland che c’è stato prima di entrambi ;

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3 Risposte

  1. Il gol di Muntari l’ho visto più tardi, non era male in effetti 🙂
    Grazie della segnalazione e complimenti per il tuo articolo, ciao!

  2. Però mi devi spiegare lo stesso che significa il breakdancer nella scena della forgiatura.
    (Grazie per essere passato da me. Io di qua passo ogni tanto, ma m’inibisce cotanta sapienza e sto zitta).

  3. cara Kanchou, la breve apparizione del breakdancer nel primo atto (non esattamente nella scena della forgiatura) è una di quelle domande alle quali, rispondendo correttamente, probabilmente una sfinge cadrebbe dalla colonna e ci si ritroverebbe ad essere sovrani di Tebe!! 🙂

    …forse vuole rappresentare l’ardore giovanile di Siegfried, il suo fantasticare, la sua smania di compiere azioni eroiche…

    a presto (e lascia pure tutti i commenti che vuoi. Io inibire qualcuno? Dai… :-))

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