Shine ‘n’ pray

sembra che dopo il film-feticcio interpretato (bene) da Geoffrey Rush e (meglio) da Armin Mueller-Stahl risulti quasi impossibile eseguire il Terzo Concerto di Rachmaninov (orribilmente rappato in Rach3) senza una certa teatrale ieraticità.
Su classica è la volta del bravo Vitaly Samosko, in una registrazione del 1999 per il concorso Regina Elisabetta. Sudatissimo già dopo sei minuti.  Gli sguardi indugiano verso il cielo. Poi le labbra si muovono silenziose ed incessanti. Ricordate gli assoli di chitarra di Robert Cray? Uguale.
Gould, si dirà, canticchiava. Sì, ma in quei casi la voce, canzonatoria, usciva. Qui è una gestualità labiale che sembra una preghiera. Alla partitura? All’amata lontana (perché bisogna sempre infilarci un’amata lontana: ricordo qualcosa in merito anche sui giornali)? Forse ai mignoli che non si blocchino? Chi sa.
La sensazione è che occorrerebbe tornare un po’ alla musica (cfr. immagine) e abbandonare il contesto.
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Una Risposta

  1. un pò come diceva un vecchio professore di liceo: per una buona traduzione (come per una buona esecuzione) occorrono tre cose: il testo, il contesto e.. la testa!
    🙂

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